Alla ricerca della luce

Recensione di Biagio Riccio su Gli Stati Generali

La leggenda di Fiore, ultima fatica di Marcello Veneziani, è un inno alla bellezza e chiarità della luce.

Fiore va alla ricerca della luce e rivolge il suo destino nel peregrinare verso l’Oriente:

L’Oriente è la Madre perpetua del mondo; qui nascono i giorni.

Il suo viaggiare verso Oriente era ispirato a una ricerca incessante, profonda, mirata: Fiore cercava di andare – o tornare – alla Luce, là dove sorge. Ex Oriente lux, ripeteva una formula antica che tutto diceva, se non che il sole spunta a Oriente, nasce dall’Est. Lo sguardo deve essere rivolto verso la luce.

Infatti egli sosteneva la “teoria del Girasole”: dobbiamo vivere, disse, come girasoli, cercando la luce e volgendoci sempre verso il sole, andando dove va lui; mobili ma piantati in terra. La vita di Fiore fu proprio quella di un girasole, in cerca di luce.

Fu concepito in campagna in una sera di primavera. I suoi genitori attesero l’imbrunire per amarsi nel pudore della sera. Ma la loro impazienza non attese il buio, si presero mentre rosseggiava il cielo tra i ciliegi.

Era il settimo dei loro figli, arrivò inaspettato e tardivo, anche se nacque al settimo mese. Crebbe come un figlio unico, perché nato a grande distanza dagli altri: la primogenita aveva vent’anni. Era stato concepito tra gli alberi nella stagione della fioritura. E la notte seguente al concepimento, la madre ignara aveva sognato di nuotare in un campo di fiori.

Fiore si sentiva immerso in una specie di universo parlante, tutto ciò che lo circondava gli sussurrava qualcosa attraverso lo stormire delle foglie, i versi degli animali.

Amava il sole regnante d’estate, ma anche il sole tornante dopo la pioggia. Ai suoi occhi, il paesaggio che brilla al sole sorride tra le lacrime. Fiore amava in particolare la fiorita promessa d’estate; il profumo dell’erba tagliata di fresco, la luce spavalda che inonda il paesaggio animato dal vento, il risveglio della natura.

Le lucciole, per lui, erano stelline cadute dal cielo, posate sulle siepi.

L’incanto nasce se mescoli prossimità e lontananza, grande e piccino, realtà e pensiero.

L’infanzia dura fino a quando pensi che le stelle siano in cielo per te, e ti seguono e ti ammiccano, come ti sorridono le onde del mare, biancheggiando le creste. Non sei più bambino quando capisci che le stelle non ti stanno a guardare, ma tu guardi le stelle. Si diventa grandi quando capisci che le stelle non si accendono e non si spengono per te, non vanno via ma restano, intramontabili, e tu invece tramonti coi giorni. In quello stridente destino c’è la nostra sorte e nella sua percezione c’è la scoperta di essere adulti, cioè mortali.

Amò Margherita che guardandolo al fondo dei suoi occhi notò in Fiore i due granelli dorati nelle pupille.

Il mondo, per Fiore, è in balia di sei specie di animali.

C’è la setta dei rapaci che comandano nel mondo, spadroneggiano sugli altri, li sfruttano e li dissanguano. Frequentano posti inaccessibili agli altri, scendono tra gli uomini solo per depredarli e poi risalgono superbi alle loro sdegnose altezze.

C’è la setta degli sciacalli che vivono delle disgrazie altrui, fingono di curarsi dei mali del mondo per approfittare dei deboli e dei malati; spacciano cure, farmaci e vaccini, ma il loro scopo è tenere gli altri sottomessi per paura, sfruttando la loro fragilità e la loro mortalità. Campano sui mali altrui ma passano per altruisti, usano i loro bisogni per il proprio profitto. Al loro fianco svolazzano i corvi, nei loro mantelli neri come toghe; si fingono imparziali, e invece, assistiti da gufi e pipistrelli, annunciano disgrazie per apparire come i loro curatori fallimentari e soccorritori. I serpenti, poi, s’insinuano ovunque, iniettano veleno, spargono tentazioni; tra i rettili, non mancano i coccodrilli, che divorano i propri figli salvo poi rimpiangerli, fanno del rimorso la propria moralità ma sono sempre pronti a riaprire le fauci. È popolosa la setta delle scimmie, e le varianti di macachi, babbuini e scimpanzé, che s’arrampicano da un ramo all’altro, trasmettono il panico, fanno il verso, imitano l’andatura altrui. Vanitosa è infine la setta dei pavoni, che fanno la ruota per sedurre e farsi notare, vivono di apparenza, di pura esteriorità, emettono suoni striduli, a volte acuti. Le sei specie spadroneggiano sui popoli, la giustizia, la salute, il lavoro, gli affari, la morale e la religione. La restante umanità – greggi di pecore, agnelli sacrificali, maiali all’ingrasso – è sottomessa, salvo pochi in disparte.

Fiore disse che all’origine del mondo non c’è l’atomo ma la simmetria, la corrispondenza armoniosa: tutto è connesso con tutto tramite ogni cosa. Tutto è mosso e intrecciato da un’energia spirituale, tutto è proteso verso l’eterno da cui proviene, anche se dura lo spazio di un mattino.

La vita, pensò, è tutta nel respiro, non solo quella del corpo, ma dell’essere intero.

La vita non scorre liquida, come ritengono taluni, ma è animata e governata dall’aria. È la potenza del vento, che spira dove vuole, comanda le acque e le nuvole, solleva le polveri e dà vita alle anime, dà respiro ai viventi e impollina i fiori. L’acqua è vita, ma l’aria è di più. Spirito è ciò che alita la vita, la sorregge, la sospinge, le infonde energia.

Conobbe il mistero di Gioacchino Fiore, secondo cui gli uomini ed il mondo devono conoscere l’avvento dello Spirito Santo.

La sua opera si chiama De unitate seu essentia Trinitatis; è circondata dal mistero e da una selva di congetture.

Nell’opera, l’abate teorizza l’avvento dello Spirito Santo, a compimento della Santissima Trinità. Dopo l’era del Padre, Dio onnipotente, dopo l’era del Figlio, Gesù Cristo Nostro Signore, verrà l’era dello Spirito Santo e sarà l’apoteosi, il compimento dei tempi. Gioacchino trasse la sua dottrina dalle parole del Signore riportate dall’apostolo Giovanni: “Se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato ve lo invierò.”

Il Paraclito, il Consolatore pentecostale, è lo Spirito Santo, e viene solo dopo che il Figlio è andato via. Gioacchino fu il profeta dello Spirito Santo.

Così Fiore si trovò a custodire un’opera che per il mondo, la Chiesa, gli studiosi e i teologi era andata perduta ormai da secoli.

Sulle sue tracce, Fiore ebbe l’illuminazione o, come lui disse, trovò «la pietra filosofale», il Fiore dello Spirito Santo. Vide nello Spirito Santo di cui scriveva e predicava Gioacchino, sulle tracce evangeliche dell’apostolo Giovanni, quel punto altissimo di confluenza, quel centro supremo verso cui tendono tutte le visioni religiose, sapienziali e metafisiche di tutti i tempi e di tutti i popoli: quello spiritus mundi, universale, quell’essenza indicibile, indefinibile che è il Principio di tutto, che ciascuno definisce e descrive a suo modo e col suo linguaggio, alla luce della sua tradizione. È l’unità trascendente dello Spirito in tutte le sue manifestazioni. Quel che la logica chiama, arrendendosi, mistero.

Con l’avvento dello Spirito Santo si ricompone l’ordito, si rifonda l’unità, ogni creatura ritorna nel grembo dell’Essere, esala l’individualità, si dissolve la temporalità e ogni visione si risolve nel centro, lo Spirito.

Vieni, Spirito creatore. Ecco la pietra filosofale, variamente intesa e nominata, che per lui coincideva col Fiore d’oro dello Spirito Santo.

La vita per Fiore si caratterizzata dal fatto che doveva possedere ed articolarsi in

sigilli, che rappresentano le modalità del vivere, le regole comportamentali.

Per cominciare, quando un uomo nasce si dice che viene alla luce, perché è stato per nove mesi al buio. La vita prenderà la piega in ragione della modalità, del come si nasce.

C’è chi nasce coi pugni serrati, chi con le mani spalancate e chi col pollice in bocca, qualcuno perfino con le mani giunte o protese in avanti, come per difendersi. Il carattere già si profila dalle mani, perché il neonato non ha ancora a fuoco la vista; la luce originaria e il buio del passaggio lo hanno reso provvisoriamente cieco. Sicché le mani parlano al suo posto. C’è chi rimane cieco per tutta la vita, anche se vede. L’infanzia è una mano che si apre e stringe altre mani, per gioco o per farsi guidare, conosce il mondo maneggiando le cose; la gioventù spalanca le mani, afferra con vigore il mondo, abbraccia la vita. La vita adulta si abituerà poi a prendere e lasciare la presa, ad afferrare pesi, armi, valigie; a maneggiare, manipolare, condurre per mano, tendere la mano per soccorrere o essere soccorsi. La vecchiaia è una mano che si chiude, si rinserra nel pugno, si appoggia a un bastone, stringe quel che resta, temendo di perderlo, fino a che non gli resta più nulla e stringe un pugno d’aria. Il mondo del vecchio si restringe, si fa sempre più piccolo, introverso, a volte si rinchiude dentro il suo corpo.

Un altro sigillo è l’odio.

Cosa arma la violenza e il disprezzo? Odiare è ridurre una persona a cosa, oggetto, ostacolo alla tua vita, al tuo benessere, alla tua potenza e felicità. Di fronte a te non c’è uno come te, che vive, pensa, ama, soffre, ride; c’è solo qualcosa che t’impedisce di fare e di avere quello che vuoi. L’odio separa e degrada, non riesci a guardare le cose anche dall’altra parte, con gli occhi di chi ti è davanti. E non riesci a guardare la vita di entrambi, la tua e la sua, dall’alto, dall’esterno, nell’insieme. Non esci dall’istintiva, famelica legge del mondo, di cui ogni desiderio e capriccio è evoluzione: mors tua vita mea.

L’umanità è, al contrario, sentirsi consorti nella vita e nella morte. Lì è la matrice dell’empatia.

L’ira nasce quando perdi di vista l’insieme, il contesto, o di una persona vedi solo quel momento. La isoli dal resto, la riduci a quell’atto, quel fatto, quella parola o quell’apparenza. Se vuoi invece trovare umanità nell’altro che hai davanti, anche in colui che odia, violenta o disprezza, o ha compiuto un’azione malvagia o sbagliata, riportalo nella tua mente oltre quell’atto e quel momento, ritrovalo nella sua vita intera. Immaginalo ragazzo quando amava, bambino quando cercava sua madre, vecchio quando si accascerà impaurito dal male e dal nulla. E in te sorgerà una materna o filiale tenerezza verso di lui, alle prese con la fame, la passione, il dolore, lo stupore, la comune sorte. Scopri nel malvagio di ora le movenze del bambino di allora o del vecchio morente, trova in un gesto la traccia di com’era e come sarà alla fine; non vederlo solo con l’occhio di adesso, vedi l’intero nell’arco della vita. Nella sua infanzia troverai il suo punto debole, il disporsi al pianto, al riso, alla rabbia e agli inganni della sorte.

Umanità è scoprire l’intero e sentirsene parte. Avere umanità non è solo rispettare gli altri, la loro vita, le loro idee. Ma è mettersi nei loro panni e sentirsi parte di uno stesso organismo vivente, e morente, in transito terrestre.

Poi ci sono i sogni.

Un sigillo importante della vita, anche se all’apparenza superfluo, custodisce i sogni. L’uomo non è solo ciò che vive ma è anche ciò che sogna; è la sua attività più fantastica, quotidiana, e dà alla vita un altro sapore, e uno stupore, un’altra leggerezza, favolosa. I sogni superano le distanze di tempo, di luogo e di testa. Nel sogno la mente danza a corpo libero, senza gravità. I sogni sono il nostro primo altro regno, il tempo e lo spazio si curvano, il passato e il futuro si scambiano i posti, e ballano insieme. I sogni non mentono, e se non dicono della nostra vita, raccontano un’altra vita, un altro regno; il mondo di sopra.

Ma non tornano. Vivono una sola volta, meno di un fiore, e hanno un solo smemorato testimone; appaiono per poi sparire senza lasciare traccia, quasi mai; entrano abusivi nella vita e subito si dileguano, come ladri nella notte; eppure non volevano rubare nulla, semmai volevano dire, dare, donare qualcosa. Dai sogni applicati alla vita discendono le attività creative, le opere d’arte, i racconti, la musica e la poesia, a volte perfino grandi scoperte e grandi intuizioni.

Viene di seguito il sigillo più bello e crudele, l’amore.

L’amore è dismisura. Chi ama resiste alla morte, in forma di elusione, evasione, dilazione, raggiro. Amare è prendersi gioco della vita, della morte e dell’immortalità. Amare è fiorire alla vita e sospendere la morte

L’amore è una ricerca, non un possesso, è una porta aperta, non un cancello serrato; è una casa scoperta che ha per tetto il cielo. L’amore proietta, si fa progetto: nell’amore esci dal singolo te stesso, nella coppia ti apri all’altro ma poi vai oltre. L’amore apre all’ulteriore.

Amare è il viaggio che ti fa uscire dal tempo per entrare nell’eterno, ti fa uscire dall’ego per rientrare nella sfera dell’essere.

Poi c’è Dio.

Dio è ciò che noi non siamo, non possiamo e non sappiamo. Dio è il nome del nostro limite, della nostra carenza. È il nostro colmo, il nostro culmine, oltre il quale non c’è nulla o c’è il nulla, in cui precipitiamo. È oltre la morte, e prima della vita.

Dio è il nome che diamo al Mistero dell’Essere e al Grande Vuoto dell’Universo. È l’Ordine del mondo, la sua Intelligenza. Dio è la scintilla del Mistero, il fuoco che illumina e scalda la vita.

Questo romanzo spirituale racconta, dunque, la saggezza di Veneziani, rintraccia il filo rosso di tutte le sue opere, perché nel parlare di Fiore, dei suoi viaggi, della sua estraneità al mondo, forse della sua sana follia, ci sono tanti cammei, perle, oro puro di uno scrigno che in fondo possiede quelle regole necessarie per amare il nostro destino, l’amor fati.

Ecco: come Fiore dobbiamo cercare sempre la luce, per abbattere il dolore del mondo.

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