<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Marcello Veneziani</title>
	<atom:link href="http://www.marcelloveneziani.com/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.marcelloveneziani.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sat, 17 Oct 2026 07:30:14 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.1.3</generator>
	<item>
		<title>Il Papa è malato come la cristianità</title>
		<link>https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-papa-e-malato-come-la-cristianita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marcello Veneziani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2026 07:30:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.marcelloveneziani.com/?p=19344</guid>

					<description><![CDATA[<p>Salvo brevi periodi, il terzo millennio è stato a lungo contrassegnato dalla figura del Papa Malato. Cominciò Giovanni Paolo II, con la sua lunga malattia che si acuì nei primi cinque anni dopo il duemila, che furono gli ultimi del lungo pontificato di Woytila. Sorse allora la domanda se il Papa dovesse lasciare il Soglio [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-papa-e-malato-come-la-cristianita/">Il Papa è malato come la cristianità</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Salvo brevi periodi, il terzo millennio è stato a lungo contrassegnato dalla figura del <strong>Papa Malato.</strong> Cominciò Giovanni Paolo II, con la sua lunga malattia che si acuì nei primi cinque anni dopo il duemila, che furono gli ultimi del lungo pontificato di Woytila. Sorse allora la domanda se il Papa dovesse lasciare il Soglio di Pietro perché era fortemente condizionato dalla malattia; ma quel Papa dal coraggio leonino portò fino alla fine il suo Apostolato, pur vivendo con momenti d’insofferenza e perfino di ribellione quella lunga malattia con i suoi impedimenti. Fu profeta Giovanni Paolo II quando definì il Policlinico Agostino Gemelli di Roma la terza sede del Papa dopo quella di San Pietro, e prima di quella, ormai raramente abitata, di Castelgandolfo. Così è stato in questo scorcio di millennio.</p>
<p>Gli successe Papa Ratzinger, Benedetto XVI, e dopo una tregua di pochi anni cominciarono a insorgere notizie poco rassicuranti sulla sua salute, fino alle clamorose dimissioni giustificate proprio dai motivi di salute che poi, considerando i suoi dieci anni di vita come Papa “a latere”, si rivelarono preoccupazioni perlomeno eccessive. Fu poi la volta di Papa Francesco, in cui lo spettro della malattia apparve allontanarsi dalla Santa Sede, anche se restava qualche apprensione per il Papa emerito, salvo tornare a fare i conti con la malattia negli ultimi anni di pontificato di Bergoglio, alle prese ancora con il Gemelli, fino all’immagine del Papa in carrozzella. Poi la sua morte, a poca distanza da quella del suo predecessore. Nel giro di un paio d’anni abbiamo assistito a doppi funerali solenni per la morte dei due papi. </p>
<p>Ora è appena trascorso un anno e mezzo dall’elezione di un Papa relativamente giovane e ritenuto in buona salute, che avevamo visto a cavallo e che vedevamo camminare con passo spedito e sicuro dopo le difficoltà di movimenti dei suoi predecessori. E siamo ancora, a sorpresa, dopo così poco tempo, davanti a un Papa che confessa senza ipocrisie la sua malattia, che va a operarsi tempestivamente al Gemelli, e dopo il buon esito dell’operazione si apprende che aveva un adenocarcinoma, una brutta bestia ai polmoni. Si attendono ora gli esami istologici per capire se il cancro ha intaccato i linfonodi e altre parti del corpo. Ma siamo ancora al quarto assalto al corpo del quarto Papa in questo primo spicchio di millennio. L’agenda dei prossimi impegni, il clima interno alla curia e alla cupola del Vaticano, i tramestii serpeggianti di voci e manovre dietro quel fulmine a ciel sereno, hanno rimesso in fibrillazione la Chiesa, che si trova ancora una volta alle prese con un Papa Malato, tra convalescenza, controlli, limitazioni, ansie e incognite sul domani. </p>
<p>Facile e quasi spontanea l’associazione di idee tra la malattia ricorrente dei Papi e il malessere della cristianità in questa epoca. La scristianizzazione non è certo cominciata con questo millennio. I primi segnali risalgono in realtà agli albori della modernità, via via accresciuti e approfonditi nel corso del tempo. Più che l’ateismo critico e tragico dei tempi andati e più che il conflitto con l’Islam, religione più agguerrita, in tutti i sensi, la malattia della cristianità è piuttosto cagionata da quello che viene definito ateismo pratico; ovvero nessuna abiura aperta del cristianesimo, nessuna dichiarazione altisonante di ateismo o di morte di Dio ma uno scivolare continuo verso la totale inavvertenza della fede e del culto religioso, una graduale scomparsa di Dio e di ogni prospettiva religiosa ultraterrena. L’indifferenza al tema, la sua obsolescenza irreversibile, la sua marginalità o la sua riduzione ad affare privato di piccole minoranze residuali. E questo, in Occidente ha coinciso con l’americanizzazione del mondo, ovvero con l’adozione di un modello di vita fondato sul primato dei consumi, della tecnica, del benessere, della ricchezza e della potenza. Con il paradosso aggiuntivo che se il modello di americanizzazione globale è stato un formidabile veicolo di ateismo pratico e di sostituzione della virtù con la felicità, del sacrificio con il godimento, della comunità con l’individuo, la matrice di questo modello, vale a dire gli Stati Uniti, è ancora pervasa di un afflato religioso, anche eccentrico e a volte mal riposto, alimentato da versioni settarie di pseudo-cristianesimo e di religiosità di vario tipo. Fino alla convinzione derivata dall’ebraismo, del popolo americano come popolo eletto da Dio a guidare le sorti del mondo. L’insistenza sul legame tra ateismo e americanizzazione del mondo, che è poi l’avvento del dominio globale della tecnica e del mercato, non è casuale, se si considera che l’attuale pontefice proviene proprio dagli Stati Uniti, è americano. La sua elezione apparve ispirata dallo Spirito santo come cura omeopatica rispetto all’ateismo, al nichilismo e alle sette religiose che pullulano negli States. La battaglia contro il nichilismo globale riparte proprio dall’epicentro del mondo.  </p>
<p>La malattia ha dato ai Papi del nostro secolo un dono e un fardello: il dono è il carisma della sofferenza, come se il papa assumesse sulle sue fragili spalle il dolore del mondo e le pene degli uomini; quell’aura che li rende più vicini a Cristo, di cui sono vicari in terra. Il fardello è invece la difficoltà di rispondere con vigore e con ardore ai mali del mondo, la mano vacillante in un’epoca che esige fermezza e vigore, la voce più flebile mentre si vorrebbe un papa che fa risuonare alto e forte il suo messaggio al mondo sui temi dell’uomo ma anche della fede, di Dio, della testimonianza e della coerenza.  La malattia propone l’immagine di un Papa debole in mezzo ai flutti di un mondo dominato dalla forza e dall’arroganza dei potenti, oltreché dal cancro del cinismo, del relativismo e del nichilismo. Un mondo di autocrati e di guerre, di democrazie finte o impotenti, di poteri forti che provengono dai rami della tecnocrazia e della finanza, ma anche dagli apparati militari, dall’industria farmaceutica, dai giganti del web.</p>
<p>E <strong>la voce del Papa anziché farsi più forte davanti a questi giganti imponenti si attenua</strong>, si indebolisce, viene distratta dalla lotta con la malattia che inevitabilmente toglie energie, tempo, respiro, azioni e attenzioni. Naturalmente ci auguriamo che Papa Leone XIV superi  bene la malattia e le sue conseguenze; e che il male sia circoscritto e superato dopo l’operazione e possa così riprendere la sua missione con pienezza di energie e fiducia nell’avvenire. Ma quando vedi in così pochi anni ancora nuove notizie e nuovi titoli sulla malattia del Papa, per la quarta volta in così poco tempo, quando vedi un altro pontefice varcare i cancelli del Gemelli, la prima riflessione che ti assale è di trovarsi ancora una volta davanti a una malattia non solo personale ma forse epocale, e metaforica, simbolica, per indicare le condizioni della cristianità. </p>
<p>Come oggi salì al soglio di Pietro quarantotto anni fa Papa Giovanni Paolo II, e ci apparve presto un leone. Che Leone XIV abbia il coraggio di affrontare la sua malattia con la forza vincente che si addice al nome che si è scelto.  </p>
<p>La Verità &#8211; 16 ottobre 2026</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-papa-e-malato-come-la-cristianita/">Il Papa è malato come la cristianità</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>E Foucault mise la parola fine all&#8217;uomo</title>
		<link>https://www.marcelloveneziani.com/articoli/e-foucault-mise-la-parola-fine-alluomo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marcello Veneziani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2026 08:05:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.marcelloveneziani.com/?p=19341</guid>

					<description><![CDATA[<p>Cent’anni fa, il 15 ottobre del 1926, nasceva Michel Foucault, colui che avrebbe annunciato la morte dell’uomo. Foucault è il filosofo che pretese di scrivere la pagina conclusiva della storia della filosofia e a ogni sapere annesso, ritenendo che fosse giunto il tempo della biopolitica, anzi peggio, del biopotere, un sistema totalitario che entra nella [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/e-foucault-mise-la-parola-fine-alluomo/">E Foucault mise la parola fine all&#8217;uomo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Cent’anni fa, il 15 ottobre del 1926, nasceva <strong>Michel Foucault</strong>, colui che avrebbe annunciato la morte dell’uomo. Foucault è il filosofo che pretese di scrivere la pagina conclusiva della storia della filosofia e a ogni sapere annesso, ritenendo che fosse giunto il tempo della biopolitica, anzi peggio, del biopotere, un sistema totalitario che entra nella dimensione biologica, corporale oltre che mentale dell’uomo per disporne il controllo. La filosofia finisce con l’uomo. </p>
<p>Il bio-potere totalitario isola i cittadini e li induce a optare tra la vita e la morte. Sulla paura di morire regge il suo potere incondizionato. Una previsione inquietante, non priva di fondamento se sappiamo vedere la realtà circostante e sovrastante.</p>
<p><strong>Proveniente dallo strutturalismo</strong>, Foucault volle portare fino in fondo la destructio dí Nietzsche, non si accontentò della morte di Dio ma annunciò la morte dell’uomo, ridotto a una piega del sapere. Mi azzardo a dire che Nietzsche avrebbe approvato l’annuncio di Foucault anche se sarebbe giunto per strade assai diverse che dipartivano proprio dalla morte di Dio; l’uomo precipita nel vuoto e nel nulla da quando scompare Dio. Ne Le parole e le cose, anche Foucault osservò che la morte di Dio e dell’ultimo uomo che lo avrebbe ucciso, sono strettamente legati: “è lui ora che deve rispondere della propria finitudine”. E aggiungeva, in conclusione della sua opera, “L’uomo è un’invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima”. La fine dell’uomo per il filosofo francese era una cancellazione, “come sull’orlo del mare un volto di sabbia”. La morte dell’uomo così concepita dice della sua precarietà, se la sua impronta è così labile da ridursi solo a una traccia sulla sabbia. Foucault ridusse l’uomo e il suo sapere ad archeologia, il pensiero superstite si aggira sospettoso e scettico tra le rovine. La sua dichiarazione di fine dell’uomo era anche una polemica contro l’umanesimo del giovane Marx e dei suoi propositi messianici; in quell’annuncio si spiega anche il trasbordo di molti pensatori e intellettuali francesi variamente coinvolti nel sessantotto da Marx a Nietzsche, dalla Rivoluzione alla Trasgressione, dalle masse ai soggetti, dalla rivendicazione operaia ai desideri sprigionati, costeggiando Dioniso e la rivolta estetica.</p>
<p>Ho cercato nella mia biblioteca l’angolo di Foucault. Sono una ventina di libri, metà sono le sue opere famose, e metà sono antologie, scritti inediti o sparsi, lezioni, libri-interviste. Ci sono poche mie sottolineature, e non è un buon segno, almeno per me lettore. Foucault ingaggiò una lunga guerra contro la verità, mostrandone l’intrinseca menzogna e in fondo l’impossibilità di esistere; ora una raccolta di suoi scritti e lezioni uscita in questi giorni da Einaudi è intitolata proprio Storia della verità. Al coraggio della verità aveva dedicato il suo ultimo corso al Collège de France. </p>
<p>Foucault fu un pensatore dalla parte dei perdenti o presunti tali, degli oppressi, degli emarginati, di ogni tipo e genere, salvo alcuni vinti che resteranno ai suoi occhi imperdonabili. Davanti ai cancelli dei luoghi in cui si combatte il male- il carcere, il manicomio, l’ospedale, il tribunale, il presidio di polizia, per certi versi la scuola &#8211; egli identificò il male con l’istituzione che aveva il compito di fronteggiare il male e pensò a una liberazione dei pazzi, dei delinquenti, dei malati, dei disoccupati come degli omosessuali, delle femministe, degli emarginati e degli esclusi di ogni tipo. Quelli del torto avevano ragione, o comunque erano vittime e andavano liberati. C’è in questa difesa anche una traccia autobiografica, dalle sue inclinazioni omosessuali alla sua dichiarata vena sado-masochista, i suoi problemi psichiatrici, che lo spinsero sull’orlo del suicidio, l’uso dell’Lsd e l’abuso di alcolici.</p>
<p>Focault volle scrivere una storia della follia e una storia della sessualità, ma anche una storia del carcere e una storia della criminalità; il suo pensiero fu una rivolta contro la norma e la normalità. Di ogni potere o istituzione volle scrivere la genealogia e per certi versi la controstoria.</p>
<p>Pose al centro della sua ricerca il soggetto e concorse a imprimere la svolta soggettivista (e nichilista) del ‘68, incluso il passaggio dal collettivismo socialista e rivoluzionario a un radicalismo libertario, fondato sulla liberazione dei desideri, fino a spingersi ad assumere posizioni economico di tipo liberista. Soprattutto per questo, agli occhi di Sartre, Foucault apparve reazionario; ma quella definizione risulta impropria se non falsa. Semmai coltivò una vena anarco-liberista, in fondo tollerata dal nuovo potere capitalistico. Foucault rispecchiò nel suo pensiero la parabola fatale di quel movimento e di quella cultura che poi diventò mainstream e persino ideologia woke; e alla fine concentrò il suo nemico assoluto nella figura idealtipica del fascista. Anche per lui, come per Umberto Eco, il male assoluto prende il nome di fascismo. Caricò un evento storico politico limitato nel tempo e nei luoghi di un peso esorbitante, come se fosse una categoria eterna e universale. Di Sartre avrebbe condiviso l’idea che “il fascismo è già nello Stato”, cioè intrinseco alla sua stessa genealogia, al suo dominio, alla sua rappresentazione e al suo monopolio della forza. </p>
<p>Foucault considerò il sogno come lo spazio originario dell’uomo in cui sorge la sua libertà. E anche in questo rappresentò lo spirito vagante e nottambulo del ’68.  Di sogni si nutrì il novecento, di sogni si dissanguò. A volte, la storia insegna, i sogni volgono in incubi. La libertà per Foucault coincide con l’alienazione: è un uscire da sé, uno sconfinare, dunque un’alterazione dell’identità, un’eccedenza. E tuttavia lo stesso Foucault sostiene che chiudendoci nella nostra soggettività sempre più individualista, diventiamo più docili e più indifesi rispetto al potere, fino a diventarne complici. Superata la speranza in una rivoluzione e in un’azione collettiva, la via che resta è uscire dal cono di luce, finire volutamente nell’ombra, non collaborare col potere al mantenimento dello status quo; accettare come un destino la decostruzione dell’uomo e del mondo, come avrebbe detto Jacques Derrida. Foucault morì di AIDS il 25 giugno 1984, non aveva compiuto 58 anni. Pensò di aver messo il punto alla filosofia. Ma il pensiero sa andare a capo, ama ricominciare da zero o riconnettersi a ciò che altri avevano preteso di cancellare. Foucault resta così il sintomo di un’epoca e di un tramonto; ma i tramonti non escludono le aurore. E proclamare la morte dell’uomo e del pensiero non toccherà a un filosofo, semmai a un algoritmo, a un dispositivo dell’Intelligenza Artificiale quando si emanciperà definitivamente dal suo gestore e committente, l’uomo stesso. Alla fine, forse, le cose non avranno bisogno di parole né di soggetti, per annunciare la scomparsa dell’umano. Se il pensiero sparirà con l’uomo, di Foucault alla fine resterà solo il pendolo, ma quello sperimentato nel 1851 dal fisico Léon Foucault.</p>
<p><em>La Verità &#8211; 15 ottobre 2026</em></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/e-foucault-mise-la-parola-fine-alluomo/">E Foucault mise la parola fine all&#8217;uomo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dieci passi verso la verità</title>
		<link>https://www.marcelloveneziani.com/articoli/dieci-passi-verso-la-verita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marcello Veneziani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 07:30:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.marcelloveneziani.com/?p=19335</guid>

					<description><![CDATA[<p>Scusatemi se insisto ma la Verità, oltre che il nome di questa testata, è la conoscenza più importante e più difficile della vita. E lo è ancora di più per chi fa il mestiere di scrivere, descrivere e pensare. Dunque val la pena insistere. L&#8217;altra sera, in un teatro gremito, ne ho parlato a Misano [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/dieci-passi-verso-la-verita/">Dieci passi verso la verità</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Scusatemi se insisto ma la Verità, oltre che il nome di questa testata, è la conoscenza più importante e più difficile della vita. E lo è ancora di più per chi fa il mestiere di scrivere, descrivere e pensare. Dunque val la pena insistere. L&#8217;altra sera, in un teatro gremito, ne ho parlato a <strong>Misano Adriatico</strong> nell’ambito di un ciclo autunnale <strong>dedicato alla Verità</strong>: d’autunno cadono le foglie, a volte anche gli alberi, e la verità non può più nascondersi, imboscarsi o mimetizzarsi. Per essere il più possibile chiaro e comprensibile, proverò a riassumere la verità in dieci passi, partendo dall’infanzia. </p>
<p>I) Il primo sfidante della Verità, sconfitto dal suo naso, è Pinocchio, che aveva davanti agli occhi un metro vistoso come l’allungarsi del suo naso, che svelava le sue bugie. Anche il primo testimone della verità fu un bambino, o forse un folle, che davanti alla corte che negava l’evidenza, ebbe l’ardire di dire la verità: il re è nudo. Il bimbo uscì dalla fiaba di Andersen per dire la verità, noi adulti usciamo dal vero ed entriamo nella fiaba, cioè nell’oblio del vero. </p>
<p>II)Davanti alla folle e al sinedrio che reclamavano la condanna di Gesù Cristo, Ponzio Pilato se ne uscì con la frase famosa che seppellì la verità: Quid est veritas? Cos’è, qual è, dov’è la verità? Secondo un famoso giurista, Hans Kelsen, quella domanda è il fondamento formale della legge, del moderno diritto e della democrazia. Non sappiamo cosa sia la verità, nessuno ne detiene il monopolio, perciò interpelliamo il popolo sovrano. Donoso Cortes notò che nel primo referendum popolare Cristo il figlio di Dio o profeta disarmato dell&#8217;amore fu condannato a morte e Barabba il ladro fu assolto. Donoso Cortes era un cattolico della tradizione ma diffidava di vox populi vox dei; anzi &#8211; come de Maistre- riteneva che demos avesse la stessa radice di demoniacus. Ciò che viene dal basso per loro nega la Verità che discende dall’alto.</p>
<p>III) Anche in seno al cristianesimo fu però ammessa la santa menzogna (pia fraus), ossia negare la verità a fin di bene. E Dostoevskij scosse la verità scrivendo in una lettera del 1864 che se dovesse scegliere tra Cristo e la Verità, avrebbe scelto Cristo. Se Cristo non coincide con la verità, per amor di Cristo si deve negare la verità. Era una tesi “rivoluzionaria” ma in fondo antica, che non avrebbero mai sostenuto i Padri della Chiesa. Tommaso d’Aquino, nel nome del suo realismo riassunse bene la verità: adaequatio rei et intellectus, ossia la verità è il combaciare della realtà con l’intelligenza. Perfetto a dirsi, temerario dimostrarla. Fu un altro straordinario russo, Padre Pavel Florenskij, ad affermare la verità al di sopra di tutto, sapendo che coincideva con Gesù Cristo: “Io non so se la Verità esista o meno, ma con tutto il mio essere sento che non posso farne a meno (&#8230;) l’amo con tutta l’anima e con tutta la mente, per lei rinuncio a tutto, perfino ai miei quesiti e ai miei dubbi” (La colonna e il fondamento della verità).</p>
<p>IV) La verità viene prima dell’amicizia. Famosa fu la frase di Aristotele a proposito del suo amico e maestro Platone, tramandata in latino: Amicus Plato magis amica Veritas. Sono amico di Platone ma sono più amico della Verità. Ecco cosa dovrebbe dire un saggio, o un uomo di studi, un vero ricercatore. L’amicizia è importante, e così la devozione al maestro, ma non può alterare la verità. Ma vale anche se si oppone una verità consolidata da una tradizione alla ricerca di un singolo soggetto?</p>
<p>V) Il vero coincide col certo, ma lo trascende: il certo è l’evidenza di un fatto. Verum est factum per Giambattista Vico, il vero e il fatto coincidono; ma poi dice che la verità universale non è alla nostra portata, la conosce solo Dio. Noi possiamo conoscere il regno dei fatti che è la storia, perché è fatta da noi umani; ma la Verità è inconoscibile. Il certo, il fatto, è quel frammento di verità alla nostra portata. La verità, spiegò Vincenzo Gioberti, ha molti, infiniti lati (poligonia del vero); noi ne possiamo conoscere solo  alcuni ma non tutti. La verità intera è solo di Dio. L’uomo può conoscere la realtà e nutrire passione di verità, conoscendone solo alcuni aspetti evidenti o forse accessibili solo a poche menti eccelse (Gioberti da cattolico non lo dice). La Verità è per noi inaccessibile; resta l’anelito, la tensione verso la Verità.</p>
<p>VI)Tra il vero e il falso ci sono vari gradi intermedi: approssimazioni, versioni, opinioni, punti di vista, parziali verità. In questo senso va intesa la relatività del vero; il vero è sempre per noi in relazione a qualcosa. La Verità maiuscola esiste ma è più grande di noi; noi dobbiamo accontentarci delle versioni e dei versanti a noi accessibili, nessuno detiene il monopolio della verità e può parlare in suo nome. Per Nietzsche “non esistono i fatti ma solo le interpretazioni”.  La sua osservazione vale contro la superstizione dei fatti, dominante nel positivismo dell’epoca. In relazione alla verità, le interpretazioni sono gli scalini del vero. </p>
<p>VII) Il paradosso della verità e della menzogna. Se dico “Sto mentendo”, dico la verità o no? Se dico la verità non sto mentendo, se sto mentendo non dico la verità. Deriva dal celebre il sofisma di Epimenide, filosofo del VI secolo a.C. : Tutti i cretesi sono bugiardi e lui era cretese. Tra il vero e il falso c’è poi l’apparenza e per Machiavelli, è più importante sembrare che essere. Poi ci sono le illusioni che per Leopardi aiutano a vivere. Non sono verità ma neanche menzogna: terra di mezzo, piuttosto, tra l’essere e il non essere. Le apparenze a volte smentiscono la sostanza, a volte l’evidenziano. Una speciale categoria oltre il vero e il falso è il mito che appartiene a un altro ordine: è una visione della realtà con altri occhi, sotto altra luce.</p>
<p>VII) Un tempo era il contrario ma ora viviamo nel tempo della libertà assoluta e della verità relativa. La libertà assoluta, non avendo limiti, si rovescia nel suo contrario, passando dall&#8217;anarchia al dispotismo. E senza verità vige la legge del più forte, sfumano la realtà e l’ombra, il bene e il male. Con la libertà assoluta e la verità relativa, domina la potenza. La libertà come la verità sono assolute solo per un dio, non per gli uomini; la libertà esiste se riconosce limiti e misura, diritti e doveri; e la verità vige quando è evidente al senso comune &#8211; gli uomini sono mortali, la luce non è il buio, Napoleone fu sconfitto a Waterloo- ma nessuno è depositario del vero. Verità e libertà nascono e muoiono insieme. </p>
<p>IX) La sincerità non è propensione per il vero o espressione e professione di verità ma è pura spontaneità: il sincero non è colui che dice il vero ma chi dice quel che sente, quel che pensa, senza veli o freni, ma non per questo coincide con la verità. La sincerità è un’indole virtuosa naturale ma bisogna saperla governare perché può ferire gli altri, danneggiare i rapporti umani, se non è commisurata al rispetto e all&#8217;attenzione, alla discrezione e alla delicatezza, alla considerazione dell’altro e del contesto. </p>
<p>X)Viviamo nel tempo della post-verità, in cui quel che conta non è il vero ma il suo effetto. C’è chi piega la verità al predominio e al vantaggio personale e c’è chi la piega alla conformità ideologica, la corregge fino a negare la realtà. Quando la verità è relativizzata e subordinata ai soggetti, viene deformata e sottomessa a imperativi che trascendono il vero e cercano solo profitto, ideologico o economico, politico o narcisistico. Le fake news dei social corrispondono dal basso alla manipolazione di regime o di sistema.</p>
<p>Nella ricerca della verità c’è la parte migliore dell’uomo. Quel che nobilita una persona è la passione di verità, l’amor del vero. La verità non si possiede, si ama. Capovolgendo Auden che diceva La verità vi prego sull’amore, diremo infine: L’amore per la verità, vi prego.</p>
<p>La Verità &#8211; 11 ottobre 2026</p>


<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/dieci-passi-verso-la-verita/">Dieci passi verso la verità</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Liberiamo la scuola dalle opposte demagogie</title>
		<link>https://www.marcelloveneziani.com/articoli/liberiamo-la-scuola-dalle-opposte-demagogie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marcello Veneziani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Oct 2026 07:39:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.marcelloveneziani.com/?p=19332</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dopo il polverone sollevato sulla proposta di ridisegnare le classi secondo i livelli di conoscenza della lingua italiana, proviamo a fare un ragionamento serio e realistico. La scuola patisce una distorsione evangelica per cui deve sempre adeguarsi a chi sta più indietro, chi non ce la fa, chi tarda ad apprendere, chi non ha le [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/liberiamo-la-scuola-dalle-opposte-demagogie/">Liberiamo la scuola dalle opposte demagogie</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dopo il polverone sollevato sulla proposta di ridisegnare le classi secondo i livelli di conoscenza della lingua italiana, proviamo a fare un ragionamento serio e realistico.</p>
<p><strong>La scuola patisce una distorsione evangelica</strong> per cui deve sempre adeguarsi a chi sta più indietro, chi non ce la fa, chi tarda ad apprendere, chi non ha le doti o le dotazioni adatte per capire. Succede anche con molti bambini che parlano una lingua straniera e con chi ha problemi derivati dal contesto ambientale e famigliare in cui vive. Una scuola che vuol formare e giovare ai suoi alunni non nega le differenze nel nome dell’uguaglianza o meglio dell’uguale diritto all’istruzione e alle possibilità di accesso; ma si prende carico di queste differenze e cerca di affrontarle con gradi e livelli diversi, nell’interesse degli alunni, inclusi i più svantaggiati. Se per esempio, metà classe parla correntemente l’italiano e metà classe no, è fallimentare una scuola che sacrifica i primi ai secondi o i secondi ai primi, costringendo i primi a rallentare i suoi livelli di istruzione e di comprensione o costringendo i secondi a seguire senza apprendere le lezioni. La cosa migliore, in via di principio, è accorpare le classi secondo livelli e criteri omogenei. Non si discrimina nessuno, al contrario si va incontro alle esigenze, ai gradi di comprensione e alle capacità di ciascuno. È il modo migliore per imparare, per crescere e anche per integrarsi. La stessa cosa accade se un’intera scolaresca deve rallentare i suoi programmi e i suoi livelli di formazione per adeguarsi a un alunno che non ce la fa, che ha problemi psico-fisici. Giusto che abbia un suo insegnante di sostegno o che sia messo insieme, almeno per alcune ore di apprendimento ad altri alunni che hanno gli stessi problemi. È discriminazione o è invece rispetto e attenzione? È razzismo, selezione, eugenetica o apartheid oppure è cura, premura, promozione per fargli raggiungere risultati migliori nell’apprendimento e di conseguenza per meglio integrarsi e accorciare il divario con gli altri alunni?</p>
<p>Ogni persona, secondo la Costituzione, l’educazione e la cultura del nostro paese, ha pari dignità e pari diritti, ma nessuna norma può stabilire che abbia anche pari capacità e pari livello di apprendimento. Per garantire tutti, tutelare la loro dignità e i loro diritti dobbiamo riconoscere le diversità e il reale livello di apprendimento. </p>
<p><strong>Del provvedimento annunciato dal governo Meloni</strong> si possono criticare da parte delle opposizioni due cose: uno, il tempo tardivo e sospetto in cui viene annunciato, in clima preelettorale per fronteggiare la concorrenza di Futuro nazionale di Vannacci e dunque si può dire che si tratta di un intervento propagandistico e demagogico. L’altra obiezione che si può fare è sulla sua realizzabilità concreta, cioè sulla reale possibilità di adottare un provvedimento efficace per migliorare la situazione. Ma <strong>non si può negare il fondamento reale del problema</strong> e la giusta esigenza di porvi rimedio.</p>
<p>Non sappiamo bene, al di là dei dati esposti, il quadro della situazione: secondo esperienza sappiamo che al nord è un problema più grande che a sud, nei centri di maggiore concentrazione dei fenomeni immigratori si registrano classi con prevalenza straniera (non è una brutta parola, è una definizione neutrale e reale di persone che provengono da altri paesi e parlano altre lingue), cioè con una popolazione studentesca che parla poco e male l’italiano, con grave sofferenza per le “minoranze” di studenti che invece parlano e capiscono l’italiano. In senso etimologico, chi non parla la lingua del posto veniva definito barbaro; ma se lo dici oggi ti prendi una denuncia per razzismo, perché è data per scontata l’intenzione denigratoria, offensiva e spregiativa di chi usa questa espressione.</p>
<p><strong>Tornando al tema politico,</strong> può essere pertinente l’accusa di demagogia elettorale o trovata propagandistica adottando leggi che non riusciranno mai a realizzarsi e a produrre effetti positivi. </p>
<p>Viceversa, chi è al governo può ritorcere le critiche alle opposizioni, notando che chi scambia l’uguaglianza e i diritti con la negazione delle reali differenze di conoscenza e di apprendimento fa solo demagogia e propaganda elettorale.</p>
<p>E la pretesa di integrare a ogni costo, anche laddove non si comprendono sul piano linguistico, è una velleitaria e nociva utopia, che fa male ai ragazzi sia di lingua italiana che di lingua straniera. Insomma il governo usa un problema reale per recuperare consensi elettorali, senza poi badare alla concreta possibilità di realizzare ciò che dice; e l’opposizione usa un principio ideale, morale e giuridico (l’inclusione, l’uguaglianza) per cercare consenso, senza badare a quanto faccia male poi nella realtà ignorare quelle differenze di livelli che ci sono davvero e che come tali vanno affrontate.</p>
<p>La verità amara è che la politica non si occupa delle cose ma della loro rappresentazione, per trarre profitto elettorale e per ricavare potere; ma poi non si risolvono i problemi, salvo accusare la parte opposta di impedire che vengano affrontati. Così la scuola pubblica sprofonda, e chi se lo può permettere si rifugia poi nelle private.</p>
<p>(Panorama n.45)  </p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/liberiamo-la-scuola-dalle-opposte-demagogie/">Liberiamo la scuola dalle opposte demagogie</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Flaiano il genio nascosto sotto i baffi </title>
		<link>https://www.marcelloveneziani.com/articoli/flaiano-il-genio-nascosto-sotto-i-baffi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marcello Veneziani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2026 07:46:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.marcelloveneziani.com/?p=19328</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ennio Flaiano sbarca come un antico marziano nella Roma odierna dei Vitelloni artificiali. Hanno dedicato una mostra a quel signore un po’ tarchiato e borghese che sembra indossare naso, occhiali, sopracciglia e baffi finti per non farsi riconoscere. Ha un nome antico che può essere scambiato per un autore classico, Ennio Flaiano come Orazio  o [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/flaiano-il-genio-nascosto-sotto-i-baffi/">Flaiano il genio nascosto sotto i baffi </a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ennio Flaiano sbarca come un antico marziano nella Roma odierna dei Vitelloni artificiali. Hanno dedicato una mostra a quel signore un po’ tarchiato e borghese che sembra indossare naso, occhiali, sopracciglia e baffi finti per non farsi riconoscere. Ha un nome antico che può essere scambiato per un autore classico, <strong>Ennio Flaiano</strong> come Orazio  o Tito Livio, anche se lui non fece studi classici, era solo diplomato. </p>
<p>Diventò famoso come biografo di un marziano, disceso a Roma, prima accolto come novità straordinaria e poi assorbito nella scafata routine della vita romanesca: A’ Marzia’&#8230; </p>
<p>Così successe pure a Ennio Marziano, al secolo Flaiano; satiro solitario, un po’ Marziale e un po’ Marcello Marchesi. Si è inaugurata a Roma alla Fondazione Besso, a Largo di Torre Argentina, una mostra intitolata “Flaiano racconta Flaiano”. Presentano Masolino d’Amico e Paolo Virzì e leggerà passi flaianei Claudio Botosso. Il curatore della mostra è Fabio Canessa che ha raccolto fotografie, disegni, pitture, su Flaiano o di Flaiano, curando un prezioso volumetto e catalogo dall’omonimo titolo della mostra, edito da the dot company. Canessa definisce Flaiano “un intellettuale da caffè così provinciale da essere universale”.</p>
<p>Flaiano non fu un genio incompreso, piuttosto fu frainteso. <strong>Fu osservatore sagace della realtà, critico, sceneggiatore e autore felliniano</strong>, fulminante battutista a cui furono attribuiti anche aforismi altrui mentre i suoi motti furono spesso attribuiti a due colleghi corti come e più di lui, nella prosa e nella statura, Leo Longanesi e Mino Maccari. Svogliato e occasionale romanziere, Flaiano vinse il primo Premio Strega, con Tempo di uccidere, nel 1947. C’è qui una foto che lo ritrae vincitore riluttante, con qualcuno che gli alza il braccio in segno di vittoria, ma lui è infastidito, quasi addolorato, e guarda in basso, come mortificato dal successo; il contrario della boria del vincitore. In lui scrittore di talento aveva creduto Longanesi, che lo istigò a scrivere e poi pubblicò il suo libro vincente; ma Flaiano non credeva in se stesso, era scettico anche su di sé. A un certo punto avverte: “Non credere che sto diventando fesso. Lo sono sempre stato”. </p>
<p>Flaiano ritenne il successo il frutto ignobile di un malinteso. Se uno scrittore piace, diceva riferendosi ad alcuni inconsistenti autori di successo del suo tempo, poi dimenticati, “è la prova che non vale niente”.  Dissipò il suo talento in rivoli diversi, tra il cinema e il teatro, la prosa e il giornalismo, la letteratura e le facezie, i tavoli dei bar e le trattorie, depistando i suoi ammiratori. Flaiano restò nel limbo degli Spiritosi, quelli con la battuta sagace, o come il portachiavi della Dolce Vita di Fellini. Fu sempre laterale alle sue opere, periferico rispetto al suo ingegno. “Io scrivo per non essere incluso”. Non voleva l’esclusiva, preferiva l’esclusione. Non fu narcisista o se lo fu, lo nascose molto bene. Nutriva profonda sfiducia in se stesso, che talvolta sfiorava la disistima, ma era la stessa sfiducia che nutriva nel suo tempo e nel mondo circostante; fu sempre disincantato anche per emanciparsi dal suo ingombrante concittadino pescarese, Genio Incantatore e Poeta Alato, il Vate Gabriele d’Annunzio. Dopo l’ironia, in lui si coglie sempre la noia e la malinconia, le tre zitelle che vegliarono sul suo insuccesso, e lo protessero dalla gloria, anche se talvolta dovettero cedere alla fama. </p>
<p>La sua finta autobiografia a opera di Canessa, Flaiano racconta Flaiano, è un florilegio arricchito da una postfazione di Giovanni Grazzini che insinua un sospetto: Flaiano odiava il cinema, anche se lo praticava. </p>
<p>Il catalogo è una succosa antologia di suoi brani e citazioni, inframezzata da ritratti e fotografie di Flaiano. Parte dall’infanzia, “l’unico luogo che non riusciamo ad abbandonare” con le sue immagini di piccolo abruzzese con la mamma, il fratello, la sorella, prima del conflitto mondiale (Flaiano è del 1910). Da ragazzo, dice, dubitavo della famiglia e invidiavo gli orfani. Poi racconta la sua calata a Roma nel giorno della Marcia fatidica, con lo sguardo da adolescente colpito da dettagli marginali rispetto alla “Rivoluzione” in corso. Raccontò per esempio di aver visto nella vetrina di una farmacia in via Tomacelli, preservativi in linea con la Marcia: le loro marche erano Fascio e Ardita ed erano confezionati col nastrino tricolore. Poi la vita romana, il caffè Greco, gli incontri con letterati e cineasti, la chiacchiera infinita, il pettegolezzo nobilitato dalla battuta di spirito. Ci sono brani che ti fanno un po’ soffrire perché ti aguzzano l’appetito di lettura ma finiscono troppo presto e tu rimani col gusto appeso, cogitus interruptus, e cerchi di rifarti col brano successivo. Sono belle le foto che campeggiano in mostra e raccontano quell’epoca, le sue amicizie, i suoi sguardi che dicono di lui quanto e più dei testi. Parlai di Flaiano con chi lo aveva conosciuto, come Indro Montanelli o l’aveva frequentato e anche subìto, come Giovannino Russo. Cercavo scampoli di lui nei rapporti umani. </p>
<p>Flaiano oscillò tra Mario Pannunzio e Leo Longanesi, non solo perché scrisse sulle loro creazioni editoriali, ma perché di fatto si collocò tra i due, tra il Mondo progressista e l’Italiano conservatore. Fu il contrario di Curzio Malaparte che faceva tutto in grande, a partire dai suoi errori, dal suo Arcifascismo al suo Arciantifascismo, fino al comunismo degli anni estremi, in versione esagerata, cinese maoista. Flaiano invece amava il lato piccolo della storia, lo colpivano i particolari, spiava il versante domestico e anche quando raccontava delle tragedie del secolo faceva riferimenti di prossimità, coglieva da minimi dettagli massime tragedie e narrava piccole cialtronerie di grandi tiranni. Abitava nel dopostoria, come in un tinello modesto e rassicurante rispetto al salotto pieno di pacchiani trofei storici e sogni di gloria. Anche l’Impero apparve a Flaiano casalingo come certe signore che si chiamavano Adua o Derna e alludevano alla gloria passata degli imperi ma erano diventate sformate e rassegnate massaie; o erano finite in case d’appuntamento o passeggiatrici dí marciapiedi: come Cabiria, prostituta dal nome altisonante, dannunziano, figurata in un film da lui e da Fellini che la fece interpretare da sua moglie, Giulietta Masina. </p>
<p>Bello è il diario di Flaiano della Dolce Vita, che oggi si chiamerebbe backstage ma è il retrobottega artigianale di un grande film a lungo premeditato. Flaiano seminò nei suoi scritti, senza volerlo, una ricca antropologia degli italiani su strada. Gli italiani, a suo parere, posseggono il senso del ridicolo altrui, non il proprio. Così, aggiungiamo, gonfiano il loro senso di superiorità che altri, ridendo, a loro volta sgonfieranno. L’Italia, diceva, è come la torre di Pisa, se la guardi da un lato sembra che penda a sinistra, se la guardi dal lato opposto sembra che penda a destra; in realtà resta ancorata al centro in modo obliquo, dando la sensazione di precarietà e instabilità; ma era sempre lì. </p>
<p>Gli altri cercano di lasciare ai posteri il monumento di se stessi, Flaiano fece il contrario e minimizzò la sua vita riducendola “ad un mucchietto di parole, a poche idee, a pochi nomi”. Amò dipingersi come un uomo qualsiasi, nascosto sotto i baffi, gli occhiali e un po’ di scritti.</p>
<p>La Verità &#8211; 9 ottobre 2026</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/flaiano-il-genio-nascosto-sotto-i-baffi/">Flaiano il genio nascosto sotto i baffi </a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il collasso è europeo</title>
		<link>https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-collasso-e-europeo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marcello Veneziani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 08:28:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.marcelloveneziani.com/?p=19325</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ma non vi dice niente la caduta simultanea di fiducia dei governi spagnolo, francese, tedesco, inglese e altri ancora, tutti in caduta libera di consensi e legittimazione? Non vi dice niente la protesta che cresce ovunque, l’opposizione che avanza, e non quella moderata, la percezione ormai consolidata da anni che i “regnanti” hanno pochissimo consenso, [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-collasso-e-europeo/">Il collasso è europeo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ma non vi dice niente la caduta simultanea di fiducia dei governi spagnolo, francese, tedesco, inglese e altri ancora, tutti in caduta libera di consensi e legittimazione? Non vi dice niente la protesta che cresce ovunque, l’opposizione che avanza, e non quella moderata, la percezione ormai consolidata da anni che i “regnanti” hanno pochissimo consenso, da <strong>Macron a Sanchez, da Merz e Burnham e i loro predecessori e alleati?</strong> Continuiamo a girarci intorno, a soffermarci sui singoli paesi e a dire che questo o quel Paese sono caduti in disgrazia per colpa delle scelte di quel governo o per incapacità di quel premier; ma poi quando vedi che la stessa cosa accade in paesi diversi, e con situazioni diverse, allora evidentemente non si tratta solo di leadership e politiche interne sbagliate. Eppure si continua ancora a ragionare col vecchio, inservibile bipolarismo e a gridare al fallimento della sinistra al governo, alla sua incapacità ormai accertata di andare incontro ai popoli ma Macron e Merz non sono espressione della sinistra, semmai del centrismo, dei moderati e della subordinazione ai centri di potere sovrastanti. <strong>Macron è impopolare e minoritario</strong> da quando siede all’Eliseo, frutto combinato di paure incrociate e alchimie, generato da una app come un prodotto artificiale di laboratorio. <strong>Merz il cristiano democratico sta accelerando il suicidio tedesco</strong> e l’ottusa campagna contro la Russia, al rimorchio di Zelenskij. Il giochino politico-ideologico di destra-sinistra è sempre più ingannevole: non si tratta della competizione classica e obsoleta tra conservatori e progressisti o addirittura tra liberali e socialisti perché a crescere sono forze solitamente &#8220;terze incomode&#8221; rispetto agli schemi canonici di destra-sinistra, conservatori-progressisti, liberali-socialisti. La dialettica non è più interna alle categorie canoniche della politica ma è tra dentro e fuori, tra insider e outsider. <strong>I governi franano in Europa, rispecchiando la crisi di credibilità e di fiducia dell’Unione Europea</strong> e si avvantaggiano le forze che sono più lontane dall’establishment, che sono meno coinvolte nel potere e che più parlano il gergo comune della gente o quello rabbioso dei social. Il discorso è più vasto e più radicale, va ben al di là delle categorie vecchie e svuotate che tuttora usiamo; investe l’Europa di oggi, la sua malriposta sovranità, gli effetti deleteri della sua politica (meno stato sociale, più armi e più vincoli eurocratici, più sanzioni esterne che si ritorcono contro di noi e crisi energetica conseguente), la sua ucrainizzazione in funzione di una guerra insensata e masochista alla Russia. I suoi governi sono ridotti a governance, ovvero dependance esecutive e tentacoli periferici della piovra tecno-finanziaria e industriale-militare. Il discorso non risparmia neanche la Gran Bretagna anche se è fuori dall’Unione Europea ma è pienamente dentro la cerchia tecnofinanziaria, strategica e militare euro-occidentale e all’ombra dei suoi poteri. <br /><strong>A complicare il quadro c’è il fattore Trump (più il fattore Netanyhau)</strong>, con le pesanti conseguenze delle sue scellerate decisioni e lo scenario di fuoco in Medio Oriente; ma l’Unione Europea riesce a farsi del male anche da sola, e lo dimostrava già quando c’era ancora Biden alla Casa Bianca.<br />Anche in Italia lo schema si ripete ma in modo più sfumato e meno stridente. Il governo Meloni sta messo sicuramente meglio degli altri, sul piano dei consensi e rispetto alla protesta sociale, non foss’altro per la sua provenienza anti-establishment, almeno apparente, per la mediocrità inefficace delle opposizioni, piuttosto divise e frastagliate e per l’abilità comiziale della premier nel cavalcare gli umori prevalenti degli italiani e nell&#8217;usare il gergo della veridicità. Nè è riuscito a Landini e alla Cgil il compito di unire, cavalcare e guidare l’opposizione sociale. Ma sulla carta anche il governo Meloni ha 4 o 5 punti in meno dell’opposizione e resta appeso alla variabile Vannacci; e patisce la stessa crisi di fiducia che investe i paesi dell’Unione europea e la sua politica estera e fiscale, sociale e sanitaria, iper-militare e ipo-energetica. Varare un riarmo per quasi quindici miliardi, con balbettanti reazioni dell’opposizione, fa una certa impressione, soprattutto in questa situazione e in vista di quali prospettive. Anche su temi chiave come i flussi migratori non è la sola Spagna ad aver fallito a Ceuta o altrove; è l’assenza di un’efficace e concorde politica europea in tema di accoglienza e respingimento, inclusione e remigrazione. Persino l’Italia nonostante la campagna pubblicitaria governativa ed alcune tappe simboliche, ha registrato in questi ultimi anni un sensibile aumento di immigrati. E la sinistra accusa il governo di razzismo anti-immigrati. <br />La questione non è tra destra e sinistra ma tra chi detiene il potere e chi ne è agli antipodi; tra establishment, mainstream, cappa e il loro contrario. Poi, certo, davanti ai problemi reali dei popoli, la sinistra parla d’altro, di se stessa, di alcune minoranze o del fascismo, la destra almeno ne parla, magari non risolve nessuno dei problemi ma li declama e dà l’impressione di affrontarli. <strong>Casa, lavoro, famiglia, sicurezza&#8230;</strong><br />In filigrana, la questione è l’assenza di una politica sociale, o forse l’impossibilità, visti i vincoli e le priorità internazionali; gli interessi popolari sono posposti agli interessi strategici, finanziari e militari delle oligarchie dominanti. Nelle aspettative di voto, la sola speranza per le classi dominanti europee è nella crescita della disaffezione, ossia nella diserzione massiccia delle urne, e dunque della rassegnazione allo status quo. Se gli scontenti non votano contro ma non vanno a votare, e almeno si dimezzano tra votanti e non votanti, i tenutari possono sperare di restare al potere o di trovare formule e sortilegi per tirare avanti. Dall’altra parte, è facile pronosticare che pure i movimenti anti-sistema in competizione, per accadere al governo e conseguire le alleanze decisive per ottenere la maggioranza assoluta, si convertiranno gradualmente alle linee dettate dall’Eurocrazia e dalla Nato, come mostrano vari esempi. <br />Insomma non buttatela sulle singole nazioni, i singoli leader, i singoli partiti o i singoli versanti della politica: il collasso non riguarda i singoli Paesi e non si spiega solo con la sinistra al governo; è un collasso europeo e in ogni paese assume i suoi connotati specifici ma risale a un malessere generale. Non è questioni di nazioni e di nazionalismi. Qui sta franando la cupola europea e trascina ad uno ad uno tutti gli spicchi nazionali. <br /><br /></p>
<p>La Verità &#8211; 7 ottobre 2026</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-collasso-e-europeo/">Il collasso è europeo</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il segreto di san Francesco è alla luce del sole</title>
		<link>https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-segreto-di-san-francesco-e-alla-luce-del-sole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marcello Veneziani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 10:32:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.marcelloveneziani.com/?p=19319</guid>

					<description><![CDATA[<p>E venne il giorno fatidico di San Francesco. Ottocento anni sono una piccola eternità, da quel 4 ottobre del 1226 quando Francesco passò a miglior vita. Altre volte abbiamo scritto di lui, anche di recente, ma nel giorno che fu per lui addio in terra e festa in cielo, resta la domanda: qual è l’eredità [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-segreto-di-san-francesco-e-alla-luce-del-sole/">Il segreto di san Francesco è alla luce del sole</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>E venne il giorno fatidico di San Francesco. Ottocento anni sono una piccola eternità, da quel <strong>4 ottobre del 1226 quando Francesco passò a miglior vita.</strong> Altre volte abbiamo scritto di lui, anche di recente, ma nel giorno che fu per lui addio in terra e festa in cielo, resta la domanda: qual è l’eredità principale che Francesco ci ha lasciato, il messaggio reale e spirituale più importante di tutti e che tutti riassume? Le risposte più frequenti sono: l’amore per la pace, l’amore per la povertà, l’amore per l’ambiente. E tanti cercano di adattare Francesco al nostro oggi, come se il miracolo di Francesco fosse la sua attualità e non la sua perennità. Ma in quelle tre risposte c’è già in nuce il filo conduttore che le unisce e che diventa poi la parola chiave per riassumere tutto Francesco: prima che la pace, la povertà e l’ambiente, la parola che le precede tutte e tutte le collega è amore. Quella è la fonte, la forza, l’origine di ogni slancio e della sua santità. Ma amore è sempre amore di qualcosa e rivolto a qualcosa, come la pace, la povertà, l’ambiente o come il prossimo, la fede, la Chiesa; non è slancio nel vuoto e nel nulla, è energia verso qualcosa, qualcuno. E allora qual è l’amore di Francesco? È l’amore per l’Essere o l&#8217;Amor dell’Essere. <strong>Cosa vuol dire?</strong> Amore per tutto ciò che è, che esiste, a partire dall’Essere supremo, Dio Padre Onnipotente, fino all’essere infimo, passando per tutte le cose del cielo e della terra, tutti gli esseri del mondo. È amor di Dio tramite tutte le sue creature. Francesco non era un sapiente ma aveva lo sguardo profetico e dritto che univa tutte le cose viventi al loro destino. Aveva la grazia dell’attenzione. Se doveva figurare l’Essere invisibile lo vedeva in tutto ciò che era visibile e disceso da Dio, a partire da quel che rende tutto visibile ai nostri occhi: il Sole, Frate Sole. La luce rivela l’Essere. Dunque la prima rappresentazione dell’Essere non è il suo rendersi visibile, ma ancor prima, ciò che rende visibile tutte le cose, il lume solare. <br />L’amore per l’Essere è il fondamento di quegli amori derivati prima citati. Cos’è l’amore per la pace se non la custodia di tutto ciò che esiste, l’inviolabilità degli esseri, il rispetto della loro vita e della loro essenza? Cos’è l’amore per la povertà se non l’amore per il nudo essere, spogliato di tutto, libero da ogni apparenza o maschera di ricchezza, umile ed essenziale? La povertà in Francesco non è un programma economico-sociale, politico-ideologico, ma è una rinuncia, uno spogliarsi, uno scegliere l’essenziale rispetto al superfluo. E cos’è l’amore per l’ambiente, che si enfatizza nei nostri giorni? È l’amore per ogni essere, per tutto il Creato, per gli animali, per le piante, per l’acqua e la terra e per tutto ciò che esiste. Francesco non è Tommaso d’Aquino, e nemmeno Agostino d’Ippona, non è un dottore della Chiesa e non scrive la Teoria dell’Essere; ma pone al centro di tutto l’Essere che s’irraggia in ogni essere; illumina e riscalda il mondo, la natura. L’Essere è una visione e suscita un agire. <br />Francesco non ha nemici e anche quando si trova al cospetto di chi appare tale, la sua preoccupazione è convertirlo, come fece col Sultano d’Egitto in guerra con i crociati, o ammansirlo, come fece col lupo di Gubbio. Qual è il contrario del suo Amore per l’Essere? È la preferenza o la tentazione del Non-Essere, per ciò che non esiste o è negazione di ciò che esiste, e che nutre chi odia o è indifferente verso il reale. A ben vedere la malattia del mondo d’oggi è proprio quella, la tentazione di preferire ciò che non esiste rispetto a ciò che esiste, ciò che si ribella al destino e alla natura, in forma di desiderio, sogno, utopia, virtuale. O ciò che si nega alla luce e al finito, è dunque oscuro e infinito, come lo spazio che ci rende infimi e insignificanti anche davanti allo scorrere del tempo. O in una versione più colta, è il frutto del pensiero gnostico, convinto che il mondo sia frutto di un demiurgo malvagio e che la salvezza sia liberarsi dal mondo, dalla natura e dall’essere.<br />Nel suo alfabeto elementare, nella sua poesia essenziale, Francesco esorta ad amare tutto ciò che è, a partire dall’Essere supremo per poi finire dopo un percorso circolare all’Essere supremo, passando per gli uomini, gli animali e il mondo; compone il cerchio della vita attraverso l’amore per tutto ciò che è. <br />Amare l’Essere per Francesco è anche amare l’Essenziale, dunque liberarsi di tutto ciò che è superfluo, eccedente. Una vita rivolta all’Essere e all’Essenziale non vuol risolversi nell’apparenza e nell’apparire. La vita non si esaurisce nel suo apparire e nel suo scomparire, che sono poi due modi diversi di “perire”, come dice la parte comune delle due espressioni. Francesco ama l’evidenza del naturale ma non coltiva l’apparenza, ama la realtà visibile ma sa che l’essere non è solo apparire, e ciò che appare se non rimanda all’essere è inconsistente; è ombra, miraggio, figurazione del non essere, cioè del nulla. Il suo essere non è il contrario del divenire ma del solo apparire. Francesco non conosceva il nichilismo, mai sentito nominare nel suo tempo; eppure lo conosceva come effetto del nemico dell’Essere, il demonio. <br />Nel rifiuto della vita ridotta ad apparenza c’è anche il rifiuto della sua vita precedente e della vanità e del narcisismo che la dominavano. L’umiltà francescana è anche una ribellione contro il proprio Io e la sua insolenza;  Dio sa quanto ci sarebbe bisogno oggi di una rivolta del genere…<br />Francesco trasmette l’amore per l’essere e la gioia per il creato, le creature e il loro Creatore. Qui risiede l’universalità del suo messaggio che è rivolto si, ai cristiani e ai credenti e culmina nell’adorazione di Dio, Essere supremo. Ma il suo Amore per l’Essere abbraccia ogni essere e può valere anche per chi non giunge a identificare l’Essere con Dio.<br />Tralascio la banale riduzione di Francesco a prototipo dell’italiano, che poteva andar bene per i sussidiari di una volta, e mi soffermo infine su un più significativo accostamento: San Francesco visto come un Siddharta in versione occidentale. La distanza di Francesco dalla visione buddista o indù è fondata proprio sull&#8217;Essere: la realtà naturale non è per lui illusione, parvenza, velo di Maya ma è presagio, annuncio, segno e frutto della creazione divina. A differenza del monaco buddista o induista Francesco non vanifica il mondo e non considera ingannevole la sua evanescenza, ma loda la magnificenza del creato, riflesso dell&#8217;Essere. Francesco ci insegna ad amare l’Essere in ogni essere, a gioire di essere al mondo e poi a lasciarlo, tramite &#8220;sora nostra morte corporale&#8221;, per tornare alla sua fonte. Con mirabile e santa semplicità. </p>
<p><em>La Verità &#8211; 4 ottobre 2026</em></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-segreto-di-san-francesco-e-alla-luce-del-sole/">Il segreto di san Francesco è alla luce del sole</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dallo scemo del villaggio all’idiota globale</title>
		<link>https://www.marcelloveneziani.com/articoli/dallo-scemo-del-villaggio-allidiota-globale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marcello Veneziani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 08:36:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.marcelloveneziani.com/?p=19315</guid>

					<description><![CDATA[<p>C’era una volta lo scemo del villaggio, poi il villaggio si fece globale, come disse Mc Luhan e anche lo scemo diventò globale, senza cessare di essere scemo. Dal vecchio prototipo dello stupido &#8211; il paesano, il campagnolo, chiuso nel suo piccolo mondo, nella sua valle, nel suo dialetto e nella sua goffaggine – al [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/dallo-scemo-del-villaggio-allidiota-globale/">Dallo scemo del villaggio all’idiota globale</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’era una volta lo scemo del villaggio, poi il villaggio si fece globale, come disse Mc Luhan e anche lo scemo diventò globale, senza cessare di essere scemo. Dal vecchio prototipo dello stupido &#8211; il paesano, il campagnolo, chiuso nel suo piccolo mondo, nella sua valle, nel suo dialetto e nella sua goffaggine – al nuovo prototipo, <strong>“l&#8217;idiota globale”</strong> che viaggia, conosce le lingue, magari è nativo digitale, naviga nel web; ma pensa da idiota, cioè chiuso nel recinto ristretto del suo privato, del suo presente e della sua dimestichezza coi mezzi tecnici. Sa mettersi in contatto in tempo reale col mondo, ma non ha nulla da comunicare. Pura stupidità. Imbecille é colui che ha bisogno del baculum, del bastone, per reggersi. Il bastone dell&#8217;idiota globale è il suo smartphone, senza del quale si sente perduto. La stupidità artificiale si intitola un saggio di Anne Alombert edito da Vita e pensiero che indaga sugli intrecci tra tecnologia e stupidità. La stupidità da passiva si è fatta attiva, tecnologica, hi tech; stupidità ad alta definizione. È andata perfino al potere, incrociando intolleranza e imbecillità, rigidità e ottusità, e soprattutto conformismo. </p>
<p>La semplice stupidità o la stupidità dei semplici alla fine la sopporti, può fare in certi casi tenerezza e simpatia. È genuina, naive. Ma la stupidità tecnologica o la stupidità dei presuntuosi che ritengono di rappresentare lo Spirito del Mondo, il Senso Corretto della Storia, è insopportabile. Parafrasando Ortega y Gasset, lo stupido, sentendosi nello spirito del tempo, proclama il diritto alla stupidità e la impone dappertutto. Ortega si chiedeva come mai nessun filosofo ha dedicato uno studio alla stupidità. Lo fece un letterato come Robert Musil; c’è poi un Elogio della stupidità di Lev Sestov (tradotto da Aragno nel 2025), uno scrittore russo, anzi ucraino, di Kiev; lo ha fatto più di recente un economista brillante, come Carlo M.Cipolla, ma non c&#8217;è una teoria filosofica della stupidità, nessun filosofo se ne è veramente occupato. Eppure la filosofia e la stupidità hanno la stessa matrice: lo stupore. Platone e Aristotele ci dicono infatti che la filosofia sorge dalla meraviglia, lo stupore di essere al mondo e di conoscere. Ma anche la radice di stupido proviene da stupore; lo stupido è, come il filosofo, uno che si stupisce. La differenza è che nel filosofo lo stupore origina la conoscenza, mentre nello stupido l&#8217;insipienza origina lo stupore. Il filosofo passa dallo stupore alla riflessione, lo stupido rimane imbambolato nello stupore… Il punto d’unione tra il filosofo e lo stupido è il bambino in erba che è in ambedue.<br />Contro la “stupidità intelligente” polemizzarono due pensatori tradizionalisti come Fritif Schuon e Julius Evola; un cattolico come Georges Bernanos se la prendeva con gli “imbecilli intellettuali”. Si riferivano a quella “chiusura della mente”, per dirla con Allan Bloom, che colpisce proprio coloro che presumono di detenere il monopolio del sapere, gli intellettuali saccenti e supponenti; o gli esperti che sanno tutto della loro materia specialistica ma nulla della realtà e dei complessi intrecci; è “la barbarie dello specialismo” (ancora Ortega) senza visione del mondo.<br />Bisogna aggiornare l&#8217;antropologia quando si parla di stupidità. Lo stupido era tradizionalmente l&#8217;ingenuo, lo sciocco, che ride facilmente (risus abundat in ore stultorum, ma il riso abbonda anche sulla bocca degli dei). Oppure lo scemo di guerra, che aveva perso il senno in guerra. Si definiva anche cretino, che è un francesismo di origine provenzale e si riferiva al povero cristiano, devoto e ignorante. Ma per Sant’Anselmo l&#8217;insipiens, lo sciocco, era l&#8217;ateo nella sua disputa con Gaunilone. Il cristiano puro è invece l&#8217;Idiota di Dostoevskij che Nietzsche identificava addirittura in Cristo.<br />Dividendo gli italiani tra furbi e fessi, Prezzolini vedeva i fessi raggirati e oppressi dai furbi. Il racconto della commedia all&#8217;italiana è giocato sulla doppia corda della furbofessaggine. Più di cent&#8217;anni fa Albert Einstein ironizzava sugli stupidi considerando da un verso il loro numero infinito, dall&#8217;altro la loro illimitata scemenza. Ma l&#8217;istruzione di massa, il progresso scientifico e tecnologico, la democrazia non hanno cancellato, o ridotto, la stupidità; l&#8217;hanno attrezzata di strumentazioni più sofisticate. In un secolo la stupidità ha fatto progressi. Cent&#8217;anni di scemitudine, parafrasando Marquez… <br />Abbiamo girato intorno alla stupidità senza definirla. Se l&#8217;intelligenza è la capacità di leggere dentro le cose (intus legere), collegarle e trascenderle, ed è l&#8217;eccedenza del possibile sul reale, la stupidità è al contrario l&#8217;incapacità di leggere dentro le cose, di collegarle e di trascenderle; è la prevalenza del rigido stereotipo sulla realtà e le possibilità. La pazzia, al contrario, è la prevalenza dell&#8217;impossibile sul reale, stabilendo nessi che non corrispondono alla realtà.<br />L&#8217;ala della stupidità colpisce a volte anche le menti più acute, notava Baudelaire; a volte il genio è un imbecille discontinuo, eccelle in un campo o nell&#8217;intuizione ma è stupido nel resto delle cose, di solito quelle pratiche. Stupidi siamo un po&#8217; tutti, seppure in gradi e momenti diversi. Chi di passaggio, chi in prevalenza, chi in permanenza. La differenza è nella modica quantità e nella brevità della sosta a Cretinopoli. <br />(Panorama n.45)</p>
<!-- /wp:post-content -->

<!-- wp:tadv/classic-paragraph /--><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/dallo-scemo-del-villaggio-allidiota-globale/">Dallo scemo del villaggio all’idiota globale</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Chi sono i veri nemici dell’integrazione</title>
		<link>https://www.marcelloveneziani.com/articoli/chi-sono-i-veri-nemici-dellintegrazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marcello Veneziani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 07:52:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.marcelloveneziani.com/?p=19311</guid>

					<description><![CDATA[<p>Chi sono i veri nemici dell’integrazioneMa cos’è per voi “l’integrazione” al di là della retorica corrente? Qual è la premessa indispensabile per generare l’inclusione? E cosa vuol dire davvero riconoscere la cittadinanza attraverso il rispetto della Costituzione? Integrazione, inclusione e costituzione sono i cavalli di battaglia che da anni vengono ripetuti nella società, nella scuola [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/chi-sono-i-veri-nemici-dellintegrazione/">Chi sono i veri nemici dell’integrazione</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Chi sono i veri nemici dell’integrazione<br />Ma cos’è per voi “l’integrazione” al di là della retorica corrente? Qual è la premessa indispensabile per generare l’inclusione? E cosa vuol dire davvero riconoscere la cittadinanza attraverso il rispetto della Costituzione? Integrazione, inclusione e costituzione sono i cavalli di battaglia che da anni vengono ripetuti nella società, nella scuola e nei luoghi di lavoro per difendere gli emarginati, gli esclusi, i non garantiti, e in generale per accogliere i migranti. Ma quando poi esci dall’esercizio retorico e dalla professione ideologica, la premessa all’integrazione, all’inclusione e alla cittadinanza è evidente quanto necessaria: devi conoscere la lingua del paese in cui vuoi integrarti per sentirti incluso, e devi conoscere e rispettare le basi elementari del suo vivere civile scritto nella sua Costituzione.<br />Qui, invece, avviene un assurdo cortocircuito: ogni volta che si comincia col preliminare &#8211; conoscere la lingua italiana &#8211; scatta l’accusa di discriminare, di escludere, fino al razzismo. Chi chiede che gli immigrati o gli studenti venuti da lontano conoscano almeno la lingua italiana per essere cittadini e per integrarsi nel tessuto sociale e lavorativo come nelle scuole, viene accusato di promuovere addirittura “la difesa della razza”.<br />Ma come puoi integrarti in una società se non capisci le parole, come puoi non sentirti escluso se non sai comunicare in quella lingua? E come puoi davvero sentirti cittadino di uno stato se non conosci in grandi linee e non rispetti i suoi fondamenti? Chiacchierano tanto di “patriottismo della Costituzione” ma quando lo si deve dimostrare coi fatti e si chiede a chiunque faccia domanda di ammissione alla cittadinanza, di riconoscere la Costituzione e rispettarne i diritti e i doveri basilari, come ogni cittadino, allora insorge l’accusa di voler creare ostacoli per rifiutare la cittadinanza e magari procedere all’espulsione. Così come un immigrato giunto da noi per vie irregolari, se dopo un periodo di permanenza che può essere ben ponderato, non risulta avere un’attività, un lavoro con cui si mantiene, non si è integrato, non può essere a tutti gli effetti cittadino, anche perché si pone il problema di come si procura i mezzi per vivere.<br />Le obiezioni preliminari e collaterali le conosciamo tutte, e alcune sono ragionevoli, e perfino fondate: si dirà che qualcuno solleva il problema solo per ragioni demagogiche e in tempi pre-elettorali, e avrà ragione esattamente come ha ragione chi sostiene che chi rigetta quel problema e dichiara a priori la necessità di integrarlo e di riconoscerlo come cittadino, lo fa per ragioni demagogiche ed elettorali. Si dirà poi che risulta in pratica difficile sia istituire un percorso di integrazione e di inclusione attraverso la conoscenza della lingua italiana e dei fondamenti costituzionali, sia un percorso di espulsione o remigrazione in caso ciò sia rifiutato. Vero, ma la difficoltà di far osservare la legge, non è una buona ragione per cancellarla, per stracciare i codici civili e penali. E non c’è un diritto alla cittadinanza che possa precedere il diritto, cioè l’accettazione dei diritti e dei doveri elementari su cui è fondata una società. <br />I gradi necessari per integrare, includere e dare cittadinanza, sono i seguenti: conoscere e usare la lingua del paese in cui si chiede di essere accolti, almeno nei suoi modi essenziali per intendersi e per intendere; conoscere e rispettare i fondamenti giuridici di quella società e i suoi costumi; riconoscere e non disprezzare i fondamenti religiosi, morali, civili e storici di quella nazione. Riconoscerli, naturalmente, non vuol dire osservarli; si può essere estranei a quei principi, come del resto lo sono anche tanti cittadini, ma non possono essere calpestati e negati. L’esempio più elementare: davanti a un crocifisso in un luogo pubblico, un cittadino che non è cristiano o non è credente, ha il diritto di non farsi il segno della croce, di non condividerne il culto o il significato; ma non può disprezzarlo e sentirsi ferito dalla sua presenza. Qui vale un elementare criterio di reciprocità: nessun europeo di buon senso si sente offeso se in un paese islamico vi sono simboli, pratiche e culti che appartengono da secoli a quel mondo. La stessa cosa deve valere anche per chi viene da noi. <br />Queste osservazioni sono le stesse che si facevano agli inizi dei grandi flussi migratori, nel secolo scorso; ma non c’è ragione di ritenerle superate o addirittura disdicevoli per una società aperta. Al contrario, una società aperta è garantita da questi prerequisiti di cittadinanza, altrimenti genera muri, ghetti e barriere al suo interno. Certo, poi se i nativi di un paese disprezzano la loro lingua, i simboli della loro civiltà, la loro storia, gli oggetti e i luoghi di culto che l’hanno permeata da secoli, se adottano forme passive di colonizzazione, separando i diritti dai doveri, sentendosi non più concittadini di uno Stato, di una nazione, ma genericamente cittadini del mondo, liberi da ogni relazione con il contesto sociale in cui vivono, non avranno poi la credibilità, la volontà né gli strumenti sufficienti per istituire quei percorsi d’integrazione e d’inclusione nei confronti degli stranieri approdati nel proprio Paese. <br />Chi ritiene indispensabile la lingua, la conoscenza e il rispetto di quelle basi per vedersi riconosciuto il diritto di cittadinanza sta davvero procedendo in favore dell’integrazione e dell’inclusione, che non vuol dire nemmeno assimilazione ma la condizione preliminare per rispettare e farsi rispettare dal mondo circostante. Chi invece si oppone o auspica procedure più dirette, se non automatiche, per il riconoscimento della cittadinanza, sta di fatto boicottando l’integrazione e l’inclusione e sta generando una società di mondi chiusi, incomunicanti, facilmente ostili tra loro. Getta le basi per un pluralismo conflittuale, e non volendo trattare chi arriva come uno straniero di fatto lo riconosce a vita come tale, salvo lasciarlo usufruire dei servizi, dei vantaggi, delle coperture e delle strutture della società che abita e in cui preserva la sua estraneità.<br />Vi pare così ottusa e ostile questa riflessione? È così difficile capire e praticare il buon senso di cittadinanza? Bisogna necessariamente disotterrare l’ascia di guerra, sfoderare le ideologie di appartenenza per misurarsi con problemi pratici così evidenti? Se come voi dite italiani non si nasce ma si diventa, lasciate che quegli stranieri diventino italiani, con tutti i diritti e i doveri che comporta, a partire dalla lingua.</p>
<p><em>La Verità &#8211; 2 ottobre 2026</em></p>


<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/chi-sono-i-veri-nemici-dellintegrazione/">Chi sono i veri nemici dell’integrazione</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’eredità del Cavaliere</title>
		<link>https://www.marcelloveneziani.com/articoli/leredita-del-cavaliere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marcello Veneziani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 10:56:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.marcelloveneziani.com/?p=19308</guid>

					<description><![CDATA[<p>Oggi Silvio Berlusconi avrebbe compiuto novant’anni; andò via tre anni fa, nonostante una volta avesse promesso di allungare la vita agli italiani ben oltre il secolo. Fu la più esagerata e miracolosa delle sue promesse, da Re Taumaturgo in odore di santità, seppure a cavallo della ricerca nella medicina. Ma il destino non lo scriviamo [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/leredita-del-cavaliere/">L’eredità del Cavaliere</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Oggi Silvio Berlusconi avrebbe compiuto novant’anni; andò via tre anni fa, nonostante una volta avesse promesso di allungare la vita agli italiani ben oltre il secolo. Fu la più esagerata e miracolosa delle sue promesse, da Re Taumaturgo in odore di santità, seppure a cavallo della ricerca nella medicina. Ma il destino non lo scriviamo noi; non bastano i mezzi, le ricchezze, il potere e la potenza; restano i limiti della condizione umana e la soglia fatale della vita. Anche i ricchi muoiono, e pure i più intraprendenti.<br />Ricordando <strong>Berlusconi</strong> mi è tornata in mente una denuncia contro di lui nel febbraio del 2002, mentre governava l’Italia. In quel tempo si narrava che la democrazia in Italia fosse caduta nell’abisso del totalitarismo. Lo scriveva sul quotidiano francese<em> Le Monde</em> Antonio Tabucchi: “In Italia assistiamo alla caduta della democrazia nell’abisso del totalitarismo grazie alla complicità del presidente Ciampi che ha lo stesso ruolo di Vittorio Emanuele III con Mussolini”. Incuranti della tragedia in corso, gli italiani continuavano a fare le cose di sempre, perfino a votare e a protestare liberamente. Solo che votavano al dittatore, il cav. Silvio Berlusconi e guazzavano nel totalitarismo facendo ammuina. Pochi anni dopo, per una manciata di voti, il regime totalitario berlusconiano-fascista cadde come una pera cotta, e nella caduta non si fece male nessuno; andò a casa senza nemmeno barricarsi in Palazzo Chigi o sparando un colpo sui vincitori. Ma dopo due anni, poiché non si erano messi d’accordo gli avversari politici e le vittime del dittatore, tutte in ottima salute nonostante la cattività e le torture sotto il tiranno, si tornò a votare e il dittatore rivinse le elezioni libere e democratiche indette dal centro-sinistra e dal nuovo presidente della repubblica, l’ex comunista Giorgio Napolitano. E il despota con i suoi accoliti tornò al governo, per volontà del popolo sovrano, con la sua dittatura bossanova, feste, giochi, trenini e cotillons. Questo per dirvi quanto sia fatuo ma ricorrente l’allarmismo sull’imminente sospensione delle libertà democratiche, la svolta autoritaria e menate varie. E quanto non serva affatto alla sinistra suonare sempre lo stesso campanello d&#8217;allarme. Berlusconi governò nuovamente, e in modo indolore; passò via senza cambiare l’Italia, né in meglio né in peggio, senza stravolgerla. Il suo regime fu un fenomeno generale di illusionismo, un abbaglio globale. Cambiò gli italiani più lo smartphone che Berlusconi al potere. <br />Berlusconi non finì la sua corsa perché sconfitto dai giudici e nemmeno dalla sinistra ma dall’Europa e dalla tecnofinanza: non cadde per un processo in tribunale o per una sconfitta elettorale ma per lo spread.<strong> Coi giudici la partita finì in parità</strong>: loro non sconfissero lui ma nemmeno lui sconfisse loro, portando a casa una riforma sulla giustizia che non riuscì mai a realizzare. E così fu con la politica; nemmeno l’uso di Fini in funzione antiberlusconiana da parte della sinistra determinò la sua caduta; ce la fece a restare in piedi, resistette a ogni assalto, processo, campagna.<strong> A sconfiggerlo fu il differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani e tedeschi,</strong> pilotato dall’oligarchia tecno-finanziaria europea. Non si può escludere che vi sia stato il concorso di altri agenti interni (il Quirinale, per esempio, assai attivo con Napolitano) o l’intesa tra i principali azionisti politici dell’UE che volevano sbarazzarsi di lui (l’asse franco-tedesco, all’epoca rappresentato da Sarkozy e Merkel, che peraltro non erano di sinistra). Berlusconi fu fatto fuori dall’Unione Europea senza essere mai stato antieuropeista. Fu freddato a colpi di spread; poi mandarono il becchino al suo posto a gestire le esequie al Cavaliere e al suo Paese della Cuccagna, col governo dei sacrifici umani. Era il tecnocrate Mario Monti, senatore a vita e presidente a morte.<br />Il ventennio berlusconiano è stato un’atmosfera e magari una postura ma non un’impostura, un regime, un’autocrazia. È stato tre volte al governo e tre volte è stato mandato a casa, con libere elezioni, sicché quei vent’anni, in termini di potere, sono in realtà solo la metà. Anzi con Berlusconi si è inaugurata una legge inesorabile che dura da più di trent’anni: chi vince le elezioni poi perde quelle seguenti, mai un governo uscente è stato confermato dal voto. Sicché passammo da un sistema senza alternanza (la Dc sempre al governo) a un bipolarismo “perfetto” con alternanza puntuale a ogni turno elettorale. <br />Ma torniamo a lui, l’inimitabile Berlusconi. Tra i tanti modi di ricordarlo, compresa l’intititolazione dell’aeroporto di Malpensa, il più eccentrico è quello scelto da un esponente del suo partito che ebbe incarichi di governo, Francesco Giro, autore di un libro da poco uscito, Berlusconi umanista. Il mito e i miti di un novecentesco (ed. Gangemi).<br />È un libro dotto, scritto da un umanista, laureato in filosofia e già sottosegretario alla Cultura, offre spunti d’interesse ma l’idea di fondo, a mio parere, è frutto di una proiezione personale, di uno slancio benevolo di immaginazione e mitizzazione, come del resto dice il sottotitolo del libro. Non vedo traccia di umanesimo &#8211; di Croce e di Gramsci, di Dante e Petrarca, di Pico e di Erasmo, di Sartre e di Del Noce, fino a Cacciari &#8211; in Berlusconi e nel suo agire politico. Non credo che quei riferimenti culturali abbiano davvero ispirato la sua azione politica, governativa o imprenditoriale, a partire dalle sue reti televisive, i suoi palinsesti. E non apro il capitolo dell’influenza che ha avuto nel nostro paese il berlusconismo televisivo e i suoi modelli spensierati di consumo e ricreazione, sorrisi e canzoni più belle gnocche, che qualcuno ha definito “egemonia sottoculturale”. Certo, i suoi studi liceali e post, l’impronta famigliare cattolica, un’infarinatura di cultura generale comune alla sua generazione, qualche personale curiosità, la civetteria di pubblicare ai margini del suo impero televisivo ed editoriale, magari ispirati da Marcello Dell’Utri, alcuni capolavori della letteratura di pensiero, come Il Principe o l’Elogio della follia per la Silvio Berlusconi editore. Ma francamente mi pare una generosa forzatura definirlo umanista e trovare tracce coerenti di umanesimo nella sua azione governativa o nelle sue attività. Se dovessi trovare una figura di umanista che vagamente gli somiglia direi Enea Silvio Piccolomini, quando era gaudente, prima che diventasse papa Pio II. Si chiamava Silvio, come lui, stesso segno zodiacale, Bi­lancia; cognome Piccolomini, forse allusi­vo alla statura. Ambizioso, esuberante, intraprendente, aveva un debole: le donne. Ne amava a stecche intere &#8211; plu­res amavi foeminas, diceva di sé il gran marpione seriale nella sua vita precedente. Poi, dopo una vita allegra di femminiero con fi­gli spuri, arrivò il giorno della Quaresi­ma, come egli stesso scrisse: «Sono satollo, sono nauseato. il piacere carnale (Venere) mi ripugna. Ve­ro è altresì che le forze mi vengono meno (…) e non posso più dare piacere a una donna veruna, né donna può dar piacere a me». All&#8217;epoca non esiste­vano lifting, trapianti, viagra e pompette; così il Piccolomini, reso inabile dagli an­ni e dai malanni, si pentì e diventò pio, anche di nome. Oltre che sciupafemmine lui fu vero umanista; oltre che Silvio era anche Enea, il suo secondo nome. E la città che co­struì non fu una specie di Milano due ma la splendida Pienza, dal suo nome pontificale. <br />Berlusconi è stato un grande personaggio, assai versatile ed esuberante, col suo operoso ottimismo, fu prestigiatore e seduttore, venditore ed egocentrico, ma umanista, lettore assiduo di classici e magari un po’ filosofo direi di no. Ebbe umanità, fu generoso con molti, ma l’umanesimo è cultura, saggezza, stile, misura, tradizione e sensibilità, civiltà di lettere e amore del pensiero. Fu forse benpensante, nel senso comune dell’espressione, anche se la targa all’aeroporto fa precedere Malpensa al nome Silvio Berlusconi&#8230; Lasciamo alla vena lirica di Sandro Bondi i voli pindarici e i raptus poetici sul Cavaliere. Il libro di Giro si legge invece come un viaggio proficuo nell’umanesimo e nelle sue tappe essenziali. Ma a prescindere da Berlusconi. Che fu umano, troppo umano, non umanista. </p>
<p><em>La Verità &#8211; 29 settembre 2026</em></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com/articoli/leredita-del-cavaliere/">L’eredità del Cavaliere</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.marcelloveneziani.com">Marcello Veneziani</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/?utm_source=w3tc&utm_medium=footer_comment&utm_campaign=free_plugin

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: www.marcelloveneziani.com @ 2026-10-17 13:48:26 by W3 Total Cache
-->