Anno zero

Ieri il nostro Millennio è diventato maggiorenne. Ha compiuto 18 anni e può dunque votare, patentarsi, è l’anno zero della vita adulta. Degli anni precedenti eredita il disagio.

Se al giro di boa dell’anno volessimo dire in sintesi qual è la chiave del malessere del nostro presente, come potremmo delinearlo? È la quadratura di un circolo vizioso composto da oppressione fiscale, tirannia del market, perdita del confine, intolleranza permissiva.

Proviamo a spiegarci partendo dal più semplice.

Lo Stato come principio d’unità al di sopra delle parti e come spirito pubblico non c’è più da un pezzo. E lo Stato sociale, come sostegno e garanzia per i popoli e i cittadini, fu aggredito, prosciugato e svilito negli anni, prima attraverso le sue caricature obese di tipo assistenziale – che dettero luogo allo statalismo e al parassitismo pubblico – poi attraverso lo smantellamento, lo spostamento dell’asse dal pubblico al privato, l’onda liberista, il precariato universale e il mercatismo.

Dello Stato però è cresciuto il peso oppressivo del fisco, sia attraverso una tassazione record che cresce mentre decrescono i servizi pubblici o si carica di oneri estranei ai contribuenti (in primis i migranti); sia attraverso leggi punitive, sistemi di controllo, estorsioni e vessazioni di enti locali o erogatori di servizi. Perfino le multe stradali sono concepite con l’alibi della sicurezza stradale ma servono per nutrire le affamate casse comunali.

Ne deriva una nuova forma oppressiva di stato, anzi uno statalismo inverso, che riduce servizi ma esige tributi, per l’Europa, per risanare il deficit, per l’età media che avanza, per i clandestini da mantenere.

È una forma inedita di “comunismo”, su base fiscale. Ma un comunismo che si sposa con le scorrerie del capitalismo internazionale, le franchigie di cui godono le grandi multinazionali, gli assetti sociali ed economici dettati dai poteri finanziari e dalle loro agenzie.

È questa la tirannia del market, la riduzione dell’universo a Ipermercato o periferia del medesimo, il controllo delle masse tramite i megasocial e la megamacchina sociale. La nuova forma invasiva del capitalismo non esige più “schiavi” in fabbrica, operai e lavoratori, ma esercita il suo dominio fuori dal lavoro, nel tempo libero, nelle comunicazioni, nei consumi, veicola e determina gusti e disgusti, colonizza desideri, modi di vita e modelli di riferimento.

Tutto questo si fonda su un elemento etico, antropologico, culturale che ci sta cambiando la vita e che viene ossessivamente ripetuto e rivendicato come mission da tutti da tutti coloro che hanno ruoli rilevanti per notorietà e potere: basta muri, basta limiti sanciti dalla natura, dalla storia, da frontiere territoriali e statali, ma anche da leggi, costumi, tradizioni.

Sconfinare, perdere la misura, varcare e relativizzare i limiti, affrancare i diritti dai doveri e i desideri dai sacrifici. Oppressione fiscale ma liberazione sessuale e territoriale.

Tutti liberi e vaganti, senza confini. Ognuno sceglie di vivere dove vuole. Nessun contesto comunitario, solo individualismo sfrenato, autogestione della vita fino a cancellare la natura, le origini, la provenienza. Quel che conta è solo l’io che vuole realizzarsi.

La società dello sconfinamento corona il sogno sessantottesco della liberazione; via la repressione, vai con la tolleranza universale. Vietato vietare, tutto è permesso.

Ma, attenzione. Chi non riconosce questo universo liberato, chi non si riconosce nei nuovi “valori”, chi non pratica il codice ideologico prefissato e non si sottomette all’osservanza dei suoi articoli di legge, diventa un pubblico nemico e merita la gogna, la pubblica esecrazione, l’emarginazione, la condanna, anche penale, se è il caso.

Qui scatta con l’accusa di fobie il nuovo codice repressivo, linguistico e comportamentale: il Politicamente Corretto. Nato per tutelare le minoranze più deboli, diventa nei fatti un comandamento punitivo da osservare, un nuovo codice civile, penale e ideologico coi suoi dogmi e le sue proibizioni.

È l’intolleranza dei permissivi, il totalitarismo dei libertari, la dittatura del progresso, il sistema dei veti e dei divieti, anche linguistici, la Nuova Ipocrisia.

A ben vedere si tratta di coppie antitetiche: il capitalismo accresce la sua potenza con la tecnica e la dipendenza dai consumi e dai social, ma al tempo stesso l’oppressione statale si accanisce sul piano fiscale, come esige una società guidata dalla finanza e dall’economia.

Così come la liberazione dai limiti e dalla natura, dal tuo corpo e dal tuo sesso, dalla comunità e dalla tradizione, lo sconfinamento e la facoltà di seguire i propri desideri, si irrigidisce poi nell’intolleranza e nella tirannia del P.C..

Tutto questo genera sfiducia verso ciò che è pubblico e statale, chiusura in sé stessi e nel proprio egoismo, regressione nelle tribù o nella rabbia diffusa, tra haters e fake news, dissenso, defezione, disagio. Abbiamo raggiunto il punto zero in cui la società fondata sul benessere distribuisce in realtà malessere.

Ecco da dove potrebbe scaturire oggi una rifondazione politica e culturale. Se esistessero i mezzi per comunicarla, i luoghi per coagularla e per raccoglierla e gli uomini disposti a mettere a repentaglio il proprio standard di vita per dare un senso, una dignità e una prospettiva alla vita. Un tempo, quest’Inizio si chiamava rivoluzione.

MV, Il Tempo 2 gennaio 2018

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