«Siamo malati di politicamente corretto. E pure gravi»

Intervista di Francesco Borgonovo a Marcello Veneziani pubblicata su La Verità del 10 maggio 2017

«Marcello Veneziani è un ideologo dell’estrema destra, influenzato dal pensiero di Julius Evola, interprete di una retorica dogmatica che si colloca agli antipodi della ricerca scientifica in psicologia analitica».

Cosi hanno scritto – in una lettera inviata a tutti i soci del Centro italiano di psicologia analitica – sette psicanalisti, i quali hanno ottenuto subito l’appoggio di qualche decina di altri colleghi. Tutti pronti a mobilitarsi per impedire a Marcello Veneziani di parlare del suo nuovo libro (Alla luce del mito, Marsilio editori) nell’ambito del «Seminario residenziale» organizzato a Siracusa. Censura, insomma.

Veneziani, dunque lei è un pericoloso ideologo dell’estrema destra, un evoliano. C’è da aver paura.

«In effetti anche per me è stata una scoperta sorprendente. E dire che, nel libro che avrei dovuto presentare e che presenterò, sono stato critico verso Evola e più junghiano, quindi più vicino agli psicanalisti che mi criticano. Se ne sarebbero resi conto, se non avessero esercitato una censura preventiva. Comunque è ridicolo che aver scritto una tesi su Evola possa diventare una sorta di peccato originale».

Il libro lo presenterà lo stesso?

«Il promotore di questo incontro ha detto che la presentazione si farà a prescindere dal seminario degli psicanalisti. Non so che faranno loro, se protesteranno o che altro. lo andrò, per stabilire un principio: non bisogna accettare l’intimidazione del silenzio. Sono stanco di queste cose, sono tantissime, si accumulano nel tempo… Non voglio fare la vittima, intendiamoci. Ma è un atteggiamento che mi ha nauseato».

Nei giorni scorsi abbiamo raccontato del procedimento disciplinare a cui sarà sottoposto lo psicanalista Giancarlo Ricci dall’Ordine degli psicologi (su segnalazione di un collega attivista Lgbt) per aver detto che le funzioni di padre e madre sono fondamentali per la crescita dei bambini.

«Siamo in un clima di psico-comunismo. Dell’antica intolleranza comunista è rimasta questa versione. Siamo passati dal Pci al pc, cioè il politicamente corretto. Tutto viene giudicato con la chiave della fobia. E perfino dire la cosa più ovvia del mondo, cioè che per costruire una famiglia servono padre e madre, diventa inaccettabile. Siamo in una fase patologica, in cui forse non a caso gli psicanalisti diventano avanguardia. È un quadro di psicopatia di massa. E queste sono piccole cose. Pensate a quello che fa Laura Boldrini, al tentativo di censurare centinaia di pagine Web perché hanno contenuti fascisti. Sono forse più pericolose di tutta la pedopornografia, la violenza e il resto che circola sulla Rete? Dell’antifascismo è sparita la storia, è rimasta la patologia».

Che si traduce in censura.

«Il fatto paradossale, nel caso che mi riguarda, è anche questo. L’autore a cui questi psicanalisti si ispirano, cioè Jung, ha accettato di fare il presidente dell’associazione degli psicanalisti su nomina del regime nazista. Quando i nazisti sciolsero l’associazione degli psicanalisti, composta da molti ebrei, per formarne una nuova di ispirazione cristiana, chiesero a Jung di guidarla. Accettò. Senza contare che quanto scritto da Jung sul mito ha poi alimentato le saghe nibelungiche del nazismo…».

Tra i firmatari della lettera contro di lei c’è pure Luigi Zoja, che ha scritto libri interessanti sulla mancanza del padre. Un tema molto caro alla cosiddetta destra, di cui si occupano anche altri celebri autori progressisti.

«Cercano di rielaborare il lutto per la perdita del padre senza chiedersi da chi sia stato ucciso. Ad ucciderlo è stata una cultura parricida che è per la grandissima parte progressista. Questa cultura ha attraversato il 68, sosteneva che per andare verso il futuro bisognasse liberarsi del passato e ha destituito di ogni fondamento la paternità. Piangere ora sul padre versato non ha molto senso».

C’è anche chi, ancora oggi, celebra la società senza padri.

«Questo è un lascito antico, della rivoluzione francese, per cui non esiste un legame verticale tra padri e figli, ma solo orizzontale tra fratelli, motivo per cui si vive in una sorta di orfanità felice. Il padre, ma anche la patria, il santo padre, insomma tutto quello che era verticale è stato demolito, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi».

Il populismo sembra in parte rappresentare un rigurgito contro questa società orizzontale.

«Il popolo ha cercato nel leader un surrogato della figura paterna. Che poi l’abbia trovato in alcuni tribuni della plebe è un altro discorso. Il leaderismo, il decisionismo sono la trasfigurazione del padre nella politica. Si è sentita la necessità di avere un leader che fosse anche responsabile verso il popolo. Una trasfigurazione del padre, appunto».

O della madre, come in Francia con Marine Le Pen.

«Certo. La Le Pen ha rappresentato questa figura di leader per 11 milioni di francesi, e non è un dato indifferente. 11 milioni di persone che si sono dimostrate impermeabili a una campagna martellante, ossessiva che spingeva in senso contrario. È un fatto molto significativo».

Pensa sia possibile recuperarlo in qualche modo, questo padre perduto?

«Occorrerebbe recuperare la dimensione verticale dell’esistenza. In questa società è molto, molto difficile».

Francesco Borgonovo, La Verità 10 maggio 2017

Condividi questo articolo
  •  
  •  
  •  

Ti potrebbero interessare

“Se l’animale conta più dell’uomo” Il legame con l'ambiente, il rito della caccia. Sono aspetti forti del nostro essere cacciatori che ci permettono un dialogo ideale con un pensatore fuori dagli schemi. Che sostien...
«Movimento violento. Un periodo buio» Intervista pubblicata su QN (Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino) sabato 11 marzo 2017 Marcello Veneziani, giornalista e scrittore, teme una rivalutazione. «Sento aleggiare...
Alla luce del mito. Intervista a Marcello Veneziani Roma, 21 febbraio, Palazzo Wedekind, sala Angiolillo, presentazione dell’ultimo libro di Marcello Veneziani “Alla luce del mito” attraverso un dialogo tra lo scrittore e il noto cr...


Un commento a «Siamo malati di politicamente corretto. E pure gravi»

  1. Romano Badiali ha scritto:

    Veneziani scrive: “Il leaderismo, il decisionismo sono la trasfigurazione del padre nella politica”. Forse rappresentano qualcosa di ancora più grave, se possibile. La diffusione a macchia d’olio dei due fenomeni in tutto il mondo è la prova provata che smentisce la grande illusione illuminista secondo la quale per far diventare adulti i cittadini può bastare mandarli a scuola e fornirli di un titolo di studio. Magari fosse vero! La realtà è che l’istruzione serve ma non basta. Detta in modo più elegante è una condizione necessaria ma non sufficiente. Non sto dicendo chissà quale profonda verità. Ognuno di noi ha avuto modo di conoscere plurilaureati con la psicologia di un adolescente o anche meno. Se posso permettermi, oltre ai classici pensatori che hanno studiato la psicologia delle masse, un valido aiuto per comprendere il motivo per il quale si diffondono il leaderismo e il populismo è rappresentato dalla lettura del libro di W.R. Bion “Esperienze nei gruppi”. È vero, come scrive Veneziani, che le masse nel leader cercano il padre ma, se si vuole davvero risalire all’effettiva causa prima, bisogna chiedersi perché lo fanno. A questo punto allora la risposta scaturisce spontanea, facile e quasi ovvia: le masse cercano il padre perché loro non hanno raggiunto il grado di maturità che è proprio della figura del padre. E quando dico padre non mi riferisco a quelli che si considerano padri solo perché hanno messo al mondo dei figli. Anzi, a questo proposito varrebbe la pena di dire che l’unico punto a favore dei contestatori sessantottini era rappresentato dalla scarsa qualificazione posseduta dai loro padri. Genericamente parlando, s’intende. A destra questo nessuno lo dice e di solito si compie un errore: si magnifica e si difende il “ruolo” a prescindere dalla qualificazione di chi lo dovrebbe svolgere. Faccio un esempio: visto che il discorso che stiamo svolgendo ha preso origine dalla figura di J. Evola, lui era a favore della monarchia e spiega anche perché. Ma ve l’immaginate un’Italia in cui il re fosse quel tale che in una intercettazione telefonica chiedeva al suo mezzano di procurargli una zoccola che non costasse più di tot euro? Ecco, Evola sapeva che può accadere anche questo, ma era convinto che il “ruolo” e la “forma”, anche se rappresentati indegnamente, fossero sufficienti di per sé a giustificare e a rendere utile un’istituzione come la monarchia. Non è così perché, a parte l’effetto deteriore prodotto da un cattivo esempio che viene dall’alto, i privilegi e i poteri che possiede un monarca si trasformano in violenza inaccettabile. Lo stesso discorso vale anche scendendo lungo la scala gerarchica. Chiedo scusa, il commento è un po’ lungo, ma l’argomento è “tosto”. 


Rispondi

  • Eventi

  • Facebook

    Maturità, quel giugno sotto esame...

    "Ho un ricordo radioso di quel giugno sotto esame, anche se erano i tempi del colera. Studiavo al mare, con mezzo busto immerso negli studi e mezzo nell’acqua.

    Nel pomeriggio mi rifugiavo con un amico in una lavanderia, sulla terrazza che doveva essere più fresca e isolata ma che era diventata la succursale di un suk tanto era calda e trafficata. Oppure fuggivo in campagna sotto un albero di fico.

    E là ricordo che per ogni pagina di Fichte e Hegel, con sottofondo di cicale e di zanzare, mi pappavo un fiorone, una prunella, o un racioppo di ciliegie appena colte dall’albero.

    Alcune pagine dei miei libri d’esami recano tracce sanguigne; ma niente spavento, non avevo gettato il sangue sui libri, erano solo gelsi schizzati tra le mani. Quel mese fu una splendida agonia tra il mare e la campagna, in una infinita controra durata il giugno intero. (...)

    Ricordo come in un film gli sguardi angosciati dei miei compagni di classe il giorno degli scritti, quelle facce disoneste che tramavano alle spalle dei docenti o che imploravano, con aria tra il pietoso e il criminale, copie sottobanco; e ricordo come in un sogno i capannelli ansiosi intorno a chi era reduce dall’orale, «Che ti ha chiesto, che ti ha chiesto…».

    C’erano quattro categorie tra i miei compagni: i finto-preparati, che simulavano di sapere un sacco e non sapevano un tubo, soprattutto tra le ragazze che impestavano con le chiacchiere per intortare i docenti; i finto-impreparati, che si schernivano dicendo di aver studiato gli ultimi due giorni ma non era vero, smazzavano da una vita; gli straculi, che studiavano solo una cosetta e venivano interrogati giusto su quella; e, viceversa, gli sfigati, che lamentavano esattamente l’inverso: «Avevo studiato tutto, eccetto quella cosetta lì, e quel bastardo mi ha chiesto proprio quella».

    C’erano poi i compiacenti, i seducenti, gli ammiccanti, ma anche gli indisponenti, i cazzeggianti, i terrorizzati e i finto-malati che cercavano di suscitare pena con febbri, malori e pallori procurati.

    Vedevi fior di banditi con la faccia pia della prima comunione; Saverio, che arroventava la maniglia con l’accendino per far ustionare la professoressa di chimica, ora sembrava un santo; Pippo, che inviava bustine di peli del suo pube alle compagne di classe, ora guardava i professori con sguardo puro da colomba; Mauro, che si esprimeva solo in dialetto e con bestemmie atroci, ora si dava le arie delicate del poeta crepuscolare…

    Gli esami furono un mirabile esempio di evoluzionismo darwiniano, o di metamorfosi kafkiana. Alcuni di loro non li ho più visti da quei giorni; a volte penso che stiano seduti ancora là in attesa di chiamata. È l’incertezza dei sogni.

    Non andai mai a vedere i quadri, partii e credetti al sentito dire dei miei amici. Sicché ancora non so se veramente fui maturato oppure no…

    MV, Ritorno a sud
    ... EspandiRiduci

    Leggi su Facebook
  • Twitter

  • Canale Youtube