Decalogo

I- Finora abbiamo trasformato la vita e il mondo; proviamo ora a conoscerli.

Della contemplazione. Rovesciandole sue radici cartesiane e illuministe, la modernità ha stabilito il primato del fare sul conoscere e poi dell’avere sull’essere. Il mondo è stato modificato radicalmente e la vita stessa ha subito mutazioni senza precedenti, anche genetiche. Una civiltà di mutanti in un mondo in febbrile trasformazione. La società del mercato globale ha realizzato l’XI tesi su Feuerbach di Marx –finora abbiamo diversamente interpretato il mondo, si tratta ora di cambiarlo–  così trasferendo l’ideologia nella prassi e realizzando la fine della filosofia, producendo una grande espansione dei mezzi per vivere e una grande penuria di scopi per cui vivere; motivi su cui prosperava la filosofia come la religione. La tecnica e il benessere sono cresciuti come mai era accaduto prima, allargando la sfera dell’avere e ancor più quella del desiderare; il pensiero e il senso del mondo sono decresciuti, restringendo la sfera dell’essere. Ora che è cresciuto “il dislivello prometeico” (Gunther Anders) tra la tecnica e la cultura, cioè tra la possibilità di modificare il mondo e la capacità di capirlo, si tratta di compiere il percorso inverso. Abbiamo preso il mondo, ora va compreso. La contemplazione come punto di ripartenza. Il pensiero raggiunga la prassi e ne commisuri il senso, comparando le sue conquiste e le sue perdite. Si riparte dal pensiero, non dall’agire.

II- Le rocce stanno, gli automi vanno, gli uomini tornano.

Del Ritorno. La fissità si addice al dio, primo motore immobile dell’universo (Aristotele dixit), o alle cose inanimate del regno minerale; il puro andare si addice agli automi e alle bestie, ovvero a chi è mosso ma non ha in sé il principio del moto, non decide ma è deciso. All’uomo, creatura inquieta e nostalgica, si addice il tornare che è l’unico modo umano di conciliare l’essere col movimento, l’identità con l’esplorazione, il noto con l’ignoto. Il più alto e compiuto divenire umano è divenire ciò che si è, non restare pietrificati nella condizione originaria né divenire altro da sé ma realizzare la propria potenziale natura. L’inerzia e la fuga, da opposti versanti, avviliscono la condizione umana alienando la sua vocazione più profonda e la sua mobile identità. Divenire ciò che si è significa tornare consapevolmente all’origine in una seconda nascita, tramite un viaggio dalla potenza all’atto. La vita nel suo senso più autentico è il tragitto di questa parabola. A muoverla è la passione di conoscere e l’amore delle origini. Nel ritorno la natura si innalza a una cultura, e la necessità casuale si eleva a libera scelta. Tornare è la pietà del conoscere che si curva a raccogliere il tempo versato e a congiungere i luoghi vissuti nel cerchio dell’esistenza.

III- Niente comincia e niente finisce con te: sei un erede gravido.

Della Tradizione. La vita non ha respiro se è immersa solo nella dimensione immediata del presente. Riprendi ad amare il passato e il futuro che sono i confini della tua vita e le colonne su cui poggia ogni identità. Non siamo esseri autocreati, fondati interamente su noi stessi e versati interamente nel presente. Veniamo da lontano e lontano andremo, oltre la nostra vita individuale. L’uomo è colui che proviene e progetta, avendo cognizione e passione di entrambe. La tradizione non è il culto dei morti, la passione per le reliquie, ma è il senso della continuità, è la trasmissione verticale oltre il muro del tempo – come la comunicazione è la trasmissione orizzontale oltre il muro dello spazio. Siamo anelli di una lunga catena che ci lega ma ci sorregge. La tradizione è connessione verticale nel tempo espressa in un luogo reale, come internet è connessione orizzontale nello spazio espressa in tempo reale. La tradizione è l’unica immortalità terrena. La continuità è recisa in ambo i versanti: le società senza padre sono destinate a diventare società senza figlio. Sulla tradizione si fonda anche ciò che in apparenza sembra negarla, il progresso, come insegnala stessa immagine ormai classica dei nani sulle spalle dei giganti; pure l’evoluzione presuppone la continuità del tramandare. Tradizione non come ripetizione rituale ma come fedeltà creatrice che continuamente si rinnova. Solo la tradizione garantisce il futuro. Tradizione è connessione a misura d’uomo.

IV- Ciò che esiste merita di esistere; a ciascuno riconosci ilsuo giusto rango.

Del realismo selettivo. L’abolizione del reale nel nome dell’ideale e la negazione della vita nel nome del desiderio hanno prodotto mostri e dolori. I tentativi di importare i paradisi in terra hanno propiziato gli inferni. L’uomo non crea dal nulla ma procrea, anche nell’arte e nel pensiero. Non è umano abolire, distruggere, cancellare, ma lo è ordinare, dar forma al caos, nominare e assegnare un rango alle cose, stabilire scale di priorità e di preferenze. Non siamo dei e nemmeno demiurghi, non possiamo creare dal nulla né condurre al nulla; possiamo plasmare la realtà, ordinare la sequenza delle cose, cercando di riconoscere una gerarchia di esseri e di beni, fondata sul principio di realtà. Capovolgere la massima di Engels – ciò che esiste merita di perire- e affermare il principio opposto e positivo di accettazione della vita e del reale in tutta la loro complessa varietà, cercando di stabilire un equo criterio retributivo e selettivo che riconosca a ciascuno il suo, secondo giusta misura.

V- Ama il destino, nel corpo e nei luoghi, dalle origini al tramonto, e oltre.

Dell’amor fati. Supera la vergogna di essere nato, consegnato a questo corpo, a questo luogo, a questi genitori, tra questa gente, in questo contesto. Non rifiutare la vita che ti fu data, non ripudiare le circostanze su cui è fondata. Non disprezzarla e non eluderla, scaricandola sul fatuo caso; ama piuttosto ciò che hai avuto in sorte, anche quando dovessi modificarlo… Accetta i tuoi limiti, anche quando tentassi poi di varcarli o solo di spostare i confini, non sognare di uscire dal tuo corpo e dalla tua mente, non alienarti cedendo l’integrità del tuo essere a qualcuno o qualcosa che ti promette felicità in cambio di ripudi e amnesie. Ama il destino che accadrà (lo dicono da versanti opposti – ma poi veramente opposti? – Nietzsche e Simone Weil, Leon Bloy ed Ernst Junger) e che per metà tu concorrerai a delineare, non limitandoti a vivere, ma tentando di tracciare un solco e una via che risponde alle tue aspirazioni. Visto alle spalle, quando ormai s’è compiuto, riconoscilo come il tuo destino; quel che invece accadrà e sarà la tua sorte ventura, pensalo in un disegno intelligente di vita. Alla fine l’esito della tua deliberazione, unito all’incidenza delle circostanze di luogo, di tempo e di altre volontà, combacerà col destino. Non ritrarti se il fato evoca il mito: la vita ha sete di un racconto di fondazione. Amor fati sia la risposta a quel che avvenne e avverrà, con o senza il tuo concorso.

VI- Anche se non credi in Dio, pensi in Dio

Del Logos. Credere in Dio è una possibilità – o un rischio – ma pensare in Dio è una necessità. È impossibile pensare senza un ordine di connessioni. Il Logos è la comprensione del mondo attraverso una rete di nessi, significati e relazioni necessarie che rivelano la corrispondenza tra l’ordine dei pensieri e l’ordine della realtà (adaequatiorei et intellectus, S.Tommaso dixit). Senza intelligenza non c’è mondo, che è ordine, ciclo, sequenza. Non stiamo parlando del Dio visto tramite la fede religiosa e nemmeno del Dio connesso a patria e famiglia. Dio è qui il nome che diamo all’intelligenza, ovvero al logos come trama del mondo e disegno intelligente dell’universo. Siamo nell’intelligenza di Dio o non siamo. Non siamo in grado di pensare il contrario di ciò che ci permette di pensare. È la condizione del vivere e del pensare. Ogni epoca poi elegge e uccide un Dio asua immagine e a sua portata. Dio è il nostro colmo e il nome della nostra mancanza. La morte di Dio è la perdita del nostro confine e dunque la dispersione dell’intelligenza nel caos. Ciascuno ha il dio che si merita e abolisce il dio che non merita, per eccesso o per difetto. Se non trova eredi merita un dio morto e il suo lutto. Ma spesso il dio si nasconde sotto falso nome. Non è Dio, non è la Verità ad armare il fanatismo dei credenti; è piuttosto il monopolio della Verità e la presunzione di agire e parlare nel nome di Dio e della Verità, di cui nessuno è titolare. Non è la Verità che uccide ma chi fa coincidere la sua soggettività con l’Oggetto supremo e poi decreta in Sua vece chi ha diritto di vita e di decisione suprema e chi deve subirla. Non è la fede in Dio che suscita la violenza ma chi si pone dal punto di vista dell’assoluto, si auto-elegge suo supplente, esattore e concessionario esclusivo in terra. La nostra mente è nell’intelligenza di Dio.

VII- La morte non è il tuo futuro ma è già alle tue spalle.

Della cogitatio mortis. L’angoscia di morire sorge dalla sua proiezione senza scampo sul nostro futuro, dal considerare la morte come il nostro unico, vero, inevitabile orizzonte d’attesa. La morte è invece alle nostre spalle: questa riflessione all’apparenza irreale e infondata, ma nella sostanza decisiva ed elementare, coglie la costitutiva ambiguità della nostra esistenza e la esprime in tragedia e in catarsi. In senso tragico avere la morte alle spalle vuol dire che la morte ci fiata sul collo, è sempre presso di noi, ne sentiamo l’affanno, ci pedina, non ci lascia un momento e può raggiungerci da un momento all’altro.Dunque, non possiamo pensare di rimuoverla, aggirarla, negarla, attraverso i riti di elusione del nostro tempo che riducono la morte a scomparsa e ne occultano l’onnipresente assenza. La morte negata si sparge poi nella vita, infetta i suoi passi e avvelena i suoi umori. Meglio riconoscerla e addomesticarla. Ma in un secondo senso, liberatorio, la morte è già alle nostre spalle: perché appartiene al nostro passato sin da quando si nasce, è già impressa sulla nostra vita; su di lei contavamo in partenza, dalla morte ci siamo già passati. Quando il tempo si curva, la morte si rivela non il nostro domani ma il nostro ieri; assodata la sua inevitabile seppure indefinita scadenza, non resta allora che vivere, e impegnarsi a lasciare tracce, e capire se e cosa potrà restare vivo oltre la morte. Se tutto è perduto sin dall’inizio, si ricomincia a nascere dal morire. Noi morimmo appena nascemmo, ora ci apriamo a cos’altro accadrà. Speranza operosa, attesa d’ignoto, irruzione di una trascendenza che apre un orizzonte oltre la notte.

VIII- Soli non si nasce, ma si può morire.

Della Comunità. Non è vero come diffusamente si sostiene che la società sia una costruzione artificiale e postuma mentre l’individuo sia il nucleo primario e naturale. Vero è invece che nasciamo con un legame naturale e sociale di dipendenza e rechiamo nei nostri geni, nei nostri primi passi e nella nostra memoria, anche prenatale, la traccia di chi ci ha preceduto, procreato e poi allevato. Siamo figli di una storia, eredi di stratificate esperienze e non un puro caso singolare, irriducibile e incomunicante. La nostra irripetibilità non implica la nostra solitaria individualità o la nostra assoluta autonomia. Possiamo però col tempo separarci dal contesto, fino a vivere e morire in solitudine. La solitudine può essere una perdita o una conquista, ma non è la condizione originaria e non è mai assoluta. La solitudine può essere una condizione beata, l’isolamento è invece una miseria (Hannah Arendt). La prima è una conquista, il secondo è una perdita del mondo. È quando perdi il luogo che senti come le tua patria e perdi le persone che senti come la tua comunità. Nella solitudine elettiva si è soli in un sottinteso di distante socialità; si è soli temporaneamente, e si è soli pur sempre in relazione a una società. La comunità è la nostra dimensione costitutiva, originaria. Il legame sociale è strutturale e non occasionale, il bisogno di con-dividere la vita è naturale prima che culturale, è biologico prima che psicologico. In fondo all’io c’è il noi – scrive l’ultimo Giovanni Gentile – e nella nostra interiorità abita un mondo comune. Non possiamo tradurre questo connaturato legame sociale con la semplice considerazione di essere abitanti e cittadini del mondo; siamo prima di tutto figli e poi genitori, legati alla dimensione famigliare, via via allargando per cerchi concentrici dai legami naturali e culturali, affettivi ed elettivi, per affinità e prossimità di luogo, di lingua, di lavoro, di fede, fino ad ambiti più vasti. È innaturale pensare il contrario, come ritengono i cosmopoliti, capovolgere la scala e partire dall’universo; è astratto amare l’umanità se non si parte da chi ti è davvero prossimo. È contro la nostra sensibilità, la nostra vita, la realtà. Siamo esseri in relazione, identità aperte e comunicanti, c’è una trama di energie che ci collega al mondo. Ciò non scalfisce l’esigenza di solitudine, il riconoscimento delle irripetibili individualità, la libertà personale di decidere. In interiore homine habitat communitas.

IX- La dignità prevalga sulla sopravvivenza a qualunque prezzo.

Della vita degna. La vita non ha senso se non ha un compito che la rende degna di essere vissuta. Uccidere è violenza sacrilega perché non abbiamo il diritto di sopprimere nessuno; ma la sopravvivenza biologica non è un valore assoluto e autosufficiente. La vita è un bene non disponibile ma non è un valore assoluto: io non posso decidere di morire, e tantomeno possono decidere altri al mio posto, ma accetto il rischio quando è in gioco la dignità e il senso della vita. Quando la vita assurge a valore assoluto e si è disposti a vivere a qualsiasi prezzo si è già morti, perché lo scarto tra la vita e la morte è in quel punto cruciale: se qualcosa anima o meno l’esistenza, le conferisce senso e dignità, anche a costo di mettere a repentaglio la vita stessa (“Vivi pericolosamente”).

Lo stile e la grazia educano il reale a farsi regale e a dare forma alla vita; la ricerca della bellezza suscita bellezza dentro di sè e amicizia col mondo, come il brutto genera abbrutimento e inimicizia; l’amore come moto che parte dall’unico, si esprime nel due – la coppia – e si allarga per gradi decrescenti di intensità e di prossimità fino all’universo; l’onore è il rispetto degli altri tramite il rispetto di sé, fondato sulla piena assunzione di responsabilità, ovvero la disponibilità a rispondere di sé, fino in fondo e a viso aperto; il lavoro ci fa meritare la vita e intreccia i diritti ai doveri, e la vita personale a quella comunitaria. E via seguitando sui sentieri più alti del pensiero, dell’ingegno e dell’arte, fino a raggiungere l’esperienza più alta e universale del sacro. Non basta vivere, bisogna anche lanciare la propria vita verso un obbiettivo degno, con intelletto d’amore; la vita non va solo vissuta, va dedicata. Vivere non est necesse.

X- L’anima è quel che resta di te, quel che ti fa uno e ti riportaall’Uno

Dell’anima. L’anima è la matrice dell’intelletto, la radice della sensibilità e l’energia del corpo. L’anima è il nostro vero dna, la spina dorsale invisibile della nostra persona, quel che ci distingue dagli altri, ciò che di specifico e inalienabile ci identifica; è il principium individuationis della nostra singolarità. Ma è anche la scintilla dispersa di una luce, che potremmo indicare come la luce dell’intelligenza che ordina e regge l’universo; è il frammento separato dell’Anima mundi a cui aspiriamo a ricongiungerci, tornando nel grembo dell’Origine, da cui promana l’anima stessa. Dunque è ciò che ci distingue e infine ciò che ci congiunge. Ma chi ha detto che l’anima esiste? L’anima, in realtà, indica il punto remoto di sé e il seme o il soffio che ci unisce al mondo. Se abbiamo una percezione originaria e remota, un sentimento fondamentale di quel che chiamiamo io, un punto in cui l’istinto di essere muta in coscienza di sé, quel punto invisibile è l’anima. Nessuno è in grado di dire cosa sia, dove sia, quanto duri; non siamo in grado di uscire da quell’esperienza che avvolge e comprende la nostra vita fino a travalicarla, superarla. Ma è la nostra presenza: se lei non c’è, noi non siamo. Non siamo in grado di nulla in sua assenza. Il corpo non è solo l’involucro o la prigione dell’anima ma la sua prima proiezione, la sua ombra terrena, il suo concretarsi vitale. L’ultima e più alta espressione dell’anima è l’intelligenza. L’espressione centrale dell’anima è il sentimento o la sensibilità. Il corpo è dentro l’anima e non viceversa; così il sentimento e l’intelligenza. L’anima racchiude il corpo come dentro un’aura, un campo magnetico, un’irradiazione. L’anima è l’unico bagaglio a mano consentito nel viaggio finale; anzi, a benvedere, siamo noi, la nostra presenza nel mondo, il bagaglio nelle mani di lei. L’anima è l’esile filo che collega l’esistere all’essere, per ricongiungerel’uno all’Uno (Plotino dixit). Se un filo collega il raggio della vita al centro da cui diparte o in cui confluisce, quel filo è l’anima, che è il soffio della sua emanazione. L’anima costituisce il nostro alveo interiore e insieme il filo che ci lega al destino dell’universo. L’anima è la chiave per(ri)entrare nella Casa.  Da Dio, patria e famiglia


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