Ci vorrebbe un Napoleone

Sarà che l’altro giorno erano 250 anni dalla sua nascita ma a me oggi in dormiveglia è parso di vedere Napoleone Bonaparte che passava, indomito e raggiante, tra due ali di folla, per andarsi a prendere la corona di imperatore. Ecco lo spirito del mondo a cavallo, verrebbe voglia di ripetere con Hegel. Niente a che vedere coi padiglioni anonimi di Strasburgo o di Bruxelles, con le sorde e grigie commissioni europee, per citare un napoleonide del nostro passato. Mi sembrava di rivivere come se fosse oggi il rito dell’incoronazione dell’imperatore a Notre Dame il 2 dicembre del 1804. Eccolo quel piccolo grande generale, mezzo italiano, che scalò le vette dell’impero, battagliò dappertutto, esportò codici e modelli statali, asportò opere d’arte e fresche leve, arricchì il Louvre e la Francia intera, unificò tanta Europa e dintorni in modo sbrigativo ma efficace. Fu il simbolo del riscatto dei borghesi rispetto alla nobiltà, dei provinciali rispetto ai metropolitani, dei bassotti rispetto ai longilinei, dei militari rispetto ai civili e agli incivili. Lui il gigante tra la Rivoluzione e la Restaurazione.

Per carità, non voglio parlarvi di Napoleone, farvi la storia e la biografia, come si faceva nei sussidiari delle scuole elementari; ma riflettere con voi su quel che resta di quel mito che sicuramente contagiò mezzo novecento, da Hitler a Mussolini, da De Gaulle a Mitterrand, fino a Nasser e Bourghiba, e persino Ataturk e Fidel Castro, per non parlare della pletora di militari golpisti che non solo in Europa, ma in ogni continente trassero spunto da lui. Nonostante i suoi metodi golpisti, Napoleone fu il punto di equilibrio tra i rivoluzionari giacobini e i reazionari dell’ancién regime, fu la terza via in stivaloni tra due mondi antagonisti, tra il Passato aristocratico e l’Utopia cittadina. E pur essendo un modello autoritario, fu in fondo il battistrada della democrazia nell’Europa continentale e della monarchia costituzionale. Fu il volto ruggente della borghesia, di cui segnò l’ascesa in tutta Europa. Con lui nacque l’imperialismo borghese, il colonialismo moderno, lo statalismo centralista, perfino l’urbanistica di tante città. Lo trovi ovunque, Napoleone, dall’Egitto alla Russia, tra piramidi e steppe, capace di eccitare al suo passaggio belle dame e gran filosofi come Hegel che lo vide una volta e lo descrisse ammirato come lo Spirito del mondo a cavallo. A lui pensava sotto sotto, non solo per ragioni di statura, il più ambizioso dei politici della repubblica italiana, Amintore Fanfani e forse un po’ ci pensava anche Bettino Craxi che si trincerava dietro Garibaldi ma poi somigliava per carattere più al gigante in miniatura di Ajaccio che all’eroe nizzardo. Napoleone è stato il modello nascosto di Berlusconi, anche se la sua scalata al potere non l’ha costruita a cavallo degli eserciti ma dei canali televisivi. Non sulla punta delle baionette ma sulla punta delle antenne reggono infatti le basi del suo impero; ma sempre cavaliere è, come il suo predecessore corso. L’indole, mutati i tempi, non è poi tanto dissimile, come hanno ben intuito alcuni vignettisti: la megalomania, la voglia di allargarsi a dismisura, la malattia di vincere. Non escludo tendenze napoleoniche anche in due recenti Mattei, di cui uno largamente fuori corso.

In Francia, a questi tuffi nel passato ci tengono, e non solo se si tratta di sanculotti, napoleonidi e rivoluzionari. Qualche tempo fa si svolse nella basilica di Saint-Denis una surreale cerimonia per depositare nel cenotafio accanto ai suoi genitori, i resti ritrovati e il cuore del Delfino, il piccolo Luigi Carlo che sarebbe stato Luigi XVIII se non ci fosse stata la Rivoluzione francese che lo incarcerò alla tenera età di sette anni, lasciandolo poi morire all’età di dieci. In quella cerimonia parigina altri fantasmi del passato, tra nobili decaduti e ultimi reali, assistettero commossi a quel rito riparatore fuori dal tempo. C’è qualcosa di grottesco e di nostalgico in questi soprassalti della memoria, qualche segno un po’ ridicolo e un po’ struggente della proverbiale vanità francese detta grandeur; ma fa più schifo la piccineria della restante Europa, e di quest’Italia che si vergogna del suo passato, di ogni passato, pronto ad abiurarlo e a scusarsi per la sua inclemenza verso chiunque, carnefici inclusi; pur essendo, sia l’Italia che l’Europa, ricca soprattutto di passato, e delle sue copiose eredità.

Sono ormai decenni che per indicare un mitomane, un pazzo, lo si raffigura vestito e mimato da Napoleone, con una mano infilata sul petto ed una dietro, la sua feluca e il suo cerro pazzo sulla fronte corrucciata. Il pazzo, per definizione ormai consolidata, è colui che si crede Napoleone. Ma non sarebbe male se ogni tanto, con tutta la prudenza e il disincanto del caso, respirassimo un po’ di Storia con la esse lunga; senza alludere ad un supermercato.

MV, 17 agosto 2019

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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