E Foucault mise la parola fine all’uomo

Cent’anni fa, il 15 ottobre del 1926, nasceva Michel Foucault, colui che avrebbe annunciato la morte dell’uomo. Foucault è il filosofo che pretese di scrivere la pagina conclusiva della storia della filosofia e a ogni sapere annesso, ritenendo che fosse giunto il tempo della biopolitica, anzi peggio, del biopotere, un sistema totalitario che entra nella dimensione biologica, corporale oltre che mentale dell’uomo per disporne il controllo. La filosofia finisce con l’uomo. 

Il bio-potere totalitario isola i cittadini e li induce a optare tra la vita e la morte. Sulla paura di morire regge il suo potere incondizionato. Una previsione inquietante, non priva di fondamento se sappiamo vedere la realtà circostante e sovrastante.

Proveniente dallo strutturalismo, Foucault volle portare fino in fondo la destructio dí Nietzsche, non si accontentò della morte di Dio ma annunciò la morte dell’uomo, ridotto a una piega del sapere. Mi azzardo a dire che Nietzsche avrebbe approvato l’annuncio di Foucault anche se sarebbe giunto per strade assai diverse che dipartivano proprio dalla morte di Dio; l’uomo precipita nel vuoto e nel nulla da quando scompare Dio. Ne Le parole e le cose, anche Foucault osservò che la morte di Dio e dell’ultimo uomo che lo avrebbe ucciso, sono strettamente legati: “è lui ora che deve rispondere della propria finitudine”. E aggiungeva, in conclusione della sua opera, “L’uomo è un’invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima”. La fine dell’uomo per il filosofo francese era una cancellazione, “come sull’orlo del mare un volto di sabbia”. La morte dell’uomo così concepita dice della sua precarietà, se la sua impronta è così labile da ridursi solo a una traccia sulla sabbia. Foucault ridusse l’uomo e il suo sapere ad archeologia, il pensiero superstite si aggira sospettoso e scettico tra le rovine. La sua dichiarazione di fine dell’uomo era anche una polemica contro l’umanesimo del giovane Marx e dei suoi propositi messianici; in quell’annuncio si spiega anche il trasbordo di molti pensatori e intellettuali francesi variamente coinvolti nel sessantotto da Marx a Nietzsche, dalla Rivoluzione alla Trasgressione, dalle masse ai soggetti, dalla rivendicazione operaia ai desideri sprigionati, costeggiando Dioniso e la rivolta estetica.

Ho cercato nella mia biblioteca l’angolo di Foucault. Sono una ventina di libri, metà sono le sue opere famose, e metà sono antologie, scritti inediti o sparsi, lezioni, libri-interviste. Ci sono poche mie sottolineature, e non è un buon segno, almeno per me lettore. Foucault ingaggiò una lunga guerra contro la verità, mostrandone l’intrinseca menzogna e in fondo l’impossibilità di esistere; ora una raccolta di suoi scritti e lezioni uscita in questi giorni da Einaudi è intitolata proprio Storia della verità. Al coraggio della verità aveva dedicato il suo ultimo corso al Collège de France. 

Foucault fu un pensatore dalla parte dei perdenti o presunti tali, degli oppressi, degli emarginati, di ogni tipo e genere, salvo alcuni vinti che resteranno ai suoi occhi imperdonabili. Davanti ai cancelli dei luoghi in cui si combatte il male- il carcere, il manicomio, l’ospedale, il tribunale, il presidio di polizia, per certi versi la scuola – egli identificò il male con l’istituzione che aveva il compito di fronteggiare il male e pensò a una liberazione dei pazzi, dei delinquenti, dei malati, dei disoccupati come degli omosessuali, delle femministe, degli emarginati e degli esclusi di ogni tipo. Quelli del torto avevano ragione, o comunque erano vittime e andavano liberati. C’è in questa difesa anche una traccia autobiografica, dalle sue inclinazioni omosessuali alla sua dichiarata vena sado-masochista, i suoi problemi psichiatrici, che lo spinsero sull’orlo del suicidio, l’uso dell’Lsd e l’abuso di alcolici.

Focault volle scrivere una storia della follia e una storia della sessualità, ma anche una storia del carcere e una storia della criminalità; il suo pensiero fu una rivolta contro la norma e la normalità. Di ogni potere o istituzione volle scrivere la genealogia e per certi versi la controstoria.

Pose al centro della sua ricerca il soggetto e concorse a imprimere la svolta soggettivista (e nichilista) del ‘68, incluso il passaggio dal collettivismo socialista e rivoluzionario a un radicalismo libertario, fondato sulla liberazione dei desideri, fino a spingersi ad assumere posizioni economico di tipo liberista. Soprattutto per questo, agli occhi di Sartre, Foucault apparve reazionario; ma quella definizione risulta impropria se non falsa. Semmai coltivò una vena anarco-liberista, in fondo tollerata dal nuovo potere capitalistico. Foucault rispecchiò nel suo pensiero la parabola fatale di quel movimento e di quella cultura che poi diventò mainstream e persino ideologia woke; e alla fine concentrò il suo nemico assoluto nella figura idealtipica del fascista. Anche per lui, come per Umberto Eco, il male assoluto prende il nome di fascismo. Caricò un evento storico politico limitato nel tempo e nei luoghi di un peso esorbitante, come se fosse una categoria eterna e universale. Di Sartre avrebbe condiviso l’idea che “il fascismo è già nello Stato”, cioè intrinseco alla sua stessa genealogia, al suo dominio, alla sua rappresentazione e al suo monopolio della forza. 

Foucault considerò il sogno come lo spazio originario dell’uomo in cui sorge la sua libertà. E anche in questo rappresentò lo spirito vagante e nottambulo del ’68.  Di sogni si nutrì il novecento, di sogni si dissanguò. A volte, la storia insegna, i sogni volgono in incubi. La libertà per Foucault coincide con l’alienazione: è un uscire da sé, uno sconfinare, dunque un’alterazione dell’identità, un’eccedenza. E tuttavia lo stesso Foucault sostiene che chiudendoci nella nostra soggettività sempre più individualista, diventiamo più docili e più indifesi rispetto al potere, fino a diventarne complici. Superata la speranza in una rivoluzione e in un’azione collettiva, la via che resta è uscire dal cono di luce, finire volutamente nell’ombra, non collaborare col potere al mantenimento dello status quo; accettare come un destino la decostruzione dell’uomo e del mondo, come avrebbe detto Jacques Derrida. Foucault morì di AIDS il 25 giugno 1984, non aveva compiuto 58 anni. Pensò di aver messo il punto alla filosofia. Ma il pensiero sa andare a capo, ama ricominciare da zero o riconnettersi a ciò che altri avevano preteso di cancellare. Foucault resta così il sintomo di un’epoca e di un tramonto; ma i tramonti non escludono le aurore. E proclamare la morte dell’uomo e del pensiero non toccherà a un filosofo, semmai a un algoritmo, a un dispositivo dell’Intelligenza Artificiale quando si emanciperà definitivamente dal suo gestore e committente, l’uomo stesso. Alla fine, forse, le cose non avranno bisogno di parole né di soggetti, per annunciare la scomparsa dell’umano. Se il pensiero sparirà con l’uomo, di Foucault alla fine resterà solo il pendolo, ma quello sperimentato nel 1851 dal fisico Léon Foucault.

La Verità – 15 ottobre 2026

Condividi questo articolo

  • Facebook

  • Canale Youtube

    Canale Youtube
  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

    Leggi la biografia completa

Le foto presenti su questo sito sono state in larga parte prese da Internet e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione non avranno che da segnalarlo a segreteria.veneziani@gmail.com e si provvederà alla rimozione.

© 2023 - Marcello Veneziani Privacy Policy