Facciamo che io ero il premier

Ma avete seguito nei tg le gesta di Luigino Di Maio in America? Lo vedevi vestito da sposino sceso dalla torta nuziale, col suo abitino, la sua camicina della fortuna, la sua cravattina d’ordinanza, la sua borsona da grande, che camminava per le strade degli Stati Uniti sempre con le stesse persone, famigliari presumo, autisti noleggiati tipo Uber, e magari un traduttore dal dimaiese in americano e viceversa.

Andavano per per i viali senza mai incontrare nessuno, nemmeno il vice-sotto-vice ministro di Trump. Lo vedevi poi solo soletto in qualche aula istituzionale, quando se ne erano andati via i grandi e lui fingeva di fare incontri unilaterali, prima che la donna delle pulizie spegnesse la luce.

Poi nelle interviste ai tg raccontava che lui ha rassicurato l’America, quando sarà premier non avranno nulla da temere, lui non dichiarerà guerra agli Stati Uniti, sarà ancora alleato e l’Italia non uscirà dalla Nato. Immagino il sollievo di Trump e dei vertici militari.

Avevi l’impressione di assistere a un gioco di simulazione, come quelli che fanno i bambini quando imitano i grandi e dicono: facciamo che io ero il premier. E via con la fantasia, Vola gigino vola gigetto. E invece facciamo che io ero il capo della rivoluzione, gli fa eco un compagno di giochi, Ale Di Battista.

Gigino gigetto gioca che incontra Trump e poi il presidente della Cina e l’imperatore del Giappone, il pascià indiano e l’emiro arabo. Che sono, come lui stesso ha detto, “i miei alter ego”, e tutti l’hanno preso in giro dicendo che voleva dire i suoi omologhi, e invece voleva dire proprio alter ego: perché quando un bambino gioca si sdoppia in tanti alter ego, gioca a fare l’indiano e il sultano, si veste da samurai e si trucca da cinesino.

È uno statista, lui, mica perde tempo a incontrare in tv Renzi. Non si fila nemmeno la Merkel, perché lei è solo cancelliere, non è manco pretore. Giggino giggetto s’illumina d’immenso, come disse un poeta ungherese o ungheretto, non ricorda bene come si dice.

Il suo ego si gonfia e incorpora l’alter ego, diventa Giggino sparaminpetto, come dicono a Napoli, la città che dette i natali al futuro premier. Ma cosa avrà mai in quella borsona che si porta sempre insieme? I giochi della Clementoni, la merendina della mamma, il sussidiario, il gatto con gli stivali?

A me questo giochino diverte, e lui, fabbricato da Mastro Peppetto che lo guida come Grillo Parlante, mi è simpatico assai. Solo che in tutto questo gioco c’è un punto di verità dove c’è poco da scherzare: quell’ominarello è stato realmente, regolarmente indicato dalla forza attualmente più votata in Italia, il Movimento Cinque Stelle, come candidato alla Presidenza del consiglio.

Qui il gioco finisce, il divertimento cessa, la simpatia per il piccolo che si crede premier muta in dramma nazionale. Ma vi rendete conto? Un pupetto con quella biografia mirabilmente riassunta dal governatore di Campania, il mitico Vincenzo De Luca, è il premier in pectore del nostro Paese.

Ci faccia vedere il curriculum, chiesero a Totò e lui rispose: Qui, davanti a tutti? La stessa risposta avrà dato alla Casa Bianca il nostro futuro presidente; sa che mostrare il suo curriculum è un atto osceno in luogo pubblico. Ma la forza dei grillini è di non avere curriculum, non essere niente, non avere storia: l’unico passato a loro noto è il passato di verdura.

Ora finché si scherza va bene. Ma capite in che situazione è oggi l’Italia, in che manine rischia di finire, quest’Italia giustamente disgustata dalla corsa al ribasso della politica italiana, dal malaffare e dall’incapacità, dal bipolarismo tra impresentabili e improponibili, dal renzismo e dai suoi succedanei?

Poi vi meravigliate se, dopo aver perso le Olimpiadi a Roma, abbiamo perso pure i Mondiali… l’Italia non è più buona manco nel ramo della ricreazione, sport e spettacolo.

Torno al bambino di cui sopra, che ha fatto la prima comunione a Montecitorio e la cresima al Congresso americano.

Lui gioca, ripete tutto serio le parole che sentiva dai grandi, fa il verso ai Craxi e agli Andreotti, gioca a fare il premier. Ma il paese di Pulcinella che un tempo di chiamava Italia rischia di trasformare un gioco infantile in realtà di governo.

Centocinquanta la grillina canta, casca la terra e tutti giù per terra…

MV, Il Tempo 17 novembre 2017

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  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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