Il faraone non lascia eredi ma piramidi

Silvio Berlusconi è stato l’ultimo re d’Italia. Ha segnato un’epoca, dandole pure il suo nome, l’età berlusconiana, come nessuno tra i viventi. Da monarca si è sempre comportato, nel bene e nel male, in generosità regale, regalie incluse, e in supremazia sovrana, oltre i limiti di legge. Non furono i difetti il suo problema, ma i suoi eccessi. Da re ha suscitato devozioni e tentati regicidi.
Inventò la Tv commerciale, inventò il bipolarismo, portò la destra al governo, sbarcò lo spettacolo in politica, inventò il populismo seduttivo e compiacione, fu l’autobiografia della nazione, l’italiano in grande, il megafono dei suoi sogni e pensieri, tra sorrisi e canzoni. L’eredità politica che lascia è un buco al centro, una voragine che un tempo si sarebbe detta la Dc. Dei suoi eredi politici lasciò carcasse lungo la strada, prima lanciandoli e poi bruciandoli. Negli ultimi tempi si lasciò rappresentare dalle donne, forse per nemesi del suo priapismo regale, col sottinteso che il re era sempre lui. Da ultime, Ronzulli, Pascale e Marta Fascina. L’ultimo delfino, Antonio Tajani, è come Falcone Lucifero per il Re, Ministro della Real Casa più che Luogotenente.
Berlusconi fu un eroe della resistenza. Non quella storica e partigiana, s’intende, ma della resistenza umana. Nessun organismo vivente avrebbe potuto resistere a tutti gli assalti che si sono abbattuti e concentrati così a lungo su di lui, che abbozzava pure un finto sorriso. Odio politico, sociale, giudiziario, imprenditoriale, sportivo, sessuale, sanitario, attacchi alla salute, al corpo, alla mimica, al lessico, al labiale, alle proprietà, al suo mondo, che non hanno precedenti per intensità, durata e varietà di piani. Le piaghe d’Egitto, ma tutte concentrate sul solo faraone. Che resisteva e si prestampava un sorriso da telegatto; mai cattivo, sempre accattivante.
Per anni ha polarizzato l’odio sfuso e l’anticapitalismo diffuso nel nostro Paese catto-comunista, che si è convertito in odio ad personam, su misura per lui; mentre la sinistra diventava la guardia rossa del Capitale, offriva come surrogato anticapitalista, l’odio concentrato su di lui, il Ricco, il Padrone, trattato come un magnate e un magnaccia, un corruttore universale. Per decenni pool di magistrati, eserciti di inquirenti lo hanno setacciato, pedinato, intercettato, processato, condannato, ridotto ai servizi sociali, umiliato fin quasi a pulire i cessi. Per anni la sua vita intima, privata, sessuale, è apparsa in mondovisione, sputtanata ai quattro venti; il bunga bunga come password universale. Per anni i problemi italiani erano ridotti alla vita intima di Berlusconi: se la fa davvero con le minorenni, le paga, le mantiene, se le fa una ad una o nello spiedino misto; si serve di miracolose protesi, ponti levatoi, pompette prodigiose? E inchiodati a questi spinosi dilemmi passavano in sordina le crisi mondiali. La politica, i magistrati, i media erano raccolti intorno al lettone di Berlusconi, o sotto il letto, come le spie e i pisciatoi. Per anni la giustizia lasciava inevasi migliaia di processi ma Berlusconi andava esaminato pelo per pelo e offerto al ludibrio del mondo, salvo poi dire che lui infangava l’Italia. Per anni fu il Male Assoluto e il Nemico Principale. Tanti hanno campato su Berlusconi e sull’antiberlusconismo, chi servendolo e chi attaccandolo. Lecchini & cecchini, nutriva entrambi, lautamente, anche nelle sue aziende.
Cosa è stato Berlusconi per l’Italia? Lo scrivemmo già all’epoca e ci costò qualcosa. Segnò il primato del privato e del personale sul pubblico e sul politico. Intese la libertà come deregulation, fondendo la lezione di Reagan con lo spirito libertino del ‘68, di cui fu il lato b. Berlusconi fu più l’effetto che la causa della deculturazione italiana di massa; la sua leadership oppose il presente al passato, gli anni ottanta agli anni di piombo, l’America al Soviet, Drive in alla Sezione. Fondò un populismo monarchico e padronale – il precedente in Italia fu Achille Lauro ma locale – portò il colore in una politica in bianco e nero. Fondò il centrismo su se stesso, e si fece ego-centrismo. Dette forme radicali a contenuti moderati in un racconto di ottimismo. Non fece grandi riforme e tantomeno rivoluzioni, neanche nei campi che gli premevano a livello personale. Andò meglio in politica estera ma fu sopraffatto. Fu bollato come tiranno ma la sua singolare autocrazia non ci tolse libertà o democrazia, semmai il contrario. Il suo “regime” fu in aperto conflitto con quasi tutti i poteri istituzionali, mediatici e giudiziari, richiamandosi solo alla sovranità popolare e alla libertà. Non ha oppresso, semmai ha viziato gli italiani, permissivo più che dispotico, li assecondò, mai li obbligò. Impareggiabile imprenditore e venditore, ibridò il lessico ludico, sportivo, televisivo e commerciale, fu protagonista della via italiana all’americanizzazione; la sua fiction politica fu fondata sull’appeal personale e sul mito del self made man. E’ stato la gigantografia dell’italiano medio, la sua amplificazione vincente, in talento e sbruffoneria, vizi e intraprendenza; inventò la politica confidenziale in cui ogni messaggio era una richiesta d’amicizia. Chiese simpatia più che rispetto e con la simpatia raccolse pure un disprezzo diffuso e radicale, come nessuno prima.
Rappresentò l’irruzione del presente, della vita, della tv, dopo la storia, le tragedie e le ideologie. Più che statista fu sultano, e poi mandrillo e satiro… Sostituì il carisma con la seduzione in un’epoca dominata dal mercato, dal sesso e dalla pubblicità. Si circondò di un alone nefasto di badanti, cortigiani e profittatrici.
Alla fine della sua parabola lasciò il vuoto che aveva trovato e finto di riempire: e nel vuoto sorsero Renzi, Grillo, Conte, dei quali fu padre putativo. La Meloni meno, viene da altri percorsi. La sua rivoluzione fu annunciata e denunciata ma non produsse il promesso ammodernamento né la temuta devastazione. Fallì la sua rivoluzione liberale, restò l’Italia di prima, sfiduciata e spaesata, corrotta e furbetta, piena di ingiustizie e priva di merito. Date la colpa a chi volete voi, giudici e gnocche, poteri oscuri e alleati traditori, crisi mondiali e locali. L’Italia continuò il suo declino e B. non fu la causa né il rimedio.
Da anni lo davano per morto, ma ora che è morto davvero, è scesa l’incredulità. Troppo presente per essere di botto assente. Berlusconi è sempre apparso incompatibile con la morte, nei suoi messaggi e nelle sue posture. Ha incarnato l’ottimismo e la vitalità. Combatteva da anni – tramite la politica, il potere, l’impresa, il sesso, la chirurgia, lo svago, il lusso – una battaglia per esorcizzare la morte e il suo aperitivo, la vecchiaia. Una vitalità che non s’arrese mai; e se è costretta a cedere, meglio la fiction, il videomapping e il lifting che la resa, meglio fingere giovinezza, fiducia e vita, a costo di mandare in giro il proprio ologramma. È morto un faraone, non lascia eredi ma piramidi.

14 giugno 2023

 

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  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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