Il mistero del golpe interrotto

Nella notte dell’Immacolata di cinquant’anni fa, i militanti del Partito Comunista del mio paese restarono a vigilare in sezione per tutta la notte. Era giunto un preallarme dalle Botteghe oscure di un golpe e gli attivisti furono mobilitati in vista dello scontro coi “fascisti”. Nella stessa notte, i “fascisti” del posto dormivano sonni innocenti, dopo aver giocato in sezione a stoppa e scopone, mangiato calzoni e frittelle della Vigilia e acceso falò alla Madonna, com’era tradizione. E la mattina dopo, anziché prelevare i comunisti dalla loro sezione, avrebbero allestito il presepe in casa e poi in sezione, secondo consuetudine. Non è un racconto grottesco ma è storia vera, vissuta. Quel che accadde al mio paese, Bisceglie, accadde un po’ in tutta Italia.

In quel tempo mezza Italia, sotto sotto, auspicava un golpe per raddrizzare il Paese e non finire nelle mani dei comunisti. E mezza Italia lo temeva. Ai due poli estremi c’era chi era pronto a mobilitarsi pro o contro il golpe. La notte dell’Immacolata nel 1970 diventò la Notte del Principe e Comandante Junio Valerio Borghese.

L’Italia ha corso in quegli anni tre volte il rischio di golpe. Il più “serio” fu quello del 1964, che ebbe come protagonista il generale col monocolo, Giovanni Di Lorenzo, capo del Sifar, già ai vertici dell’Arma. Il meno credibile fu quello del 1973 noto come il golpe della Rosa dei Venti. Nel mezzo quello di Borghese. Secondo la ricostruzione di un “congiurato”, Adriano Monti, che scrisse quattori anni fa un libro sul golpe che ora torna in libreria con Luni (a cura di Giuseppe Parlato), il golpe non era affatto fascista, e non c’entrava nulla il Msi di Almirante. Era un golpe militare, anticomunista e nazionalista, all’ombra della Nato e dei servizi segreti americani e israeliani, che pensavano a una figura di garanzia: non un generale ma il suo contrario, Giulio Andreotti. Ma non piaceva al Mossad la posizione filo-palestinese di Andreotti (e poi di Moro). Lo ha ribadito Monti in un’intervista a Luigi Mascheroni del Giornale. A bloccare il golpe sarebbero stati due alti ufficiali, uno ai vertici dei servizi segreti militari e l’altro ai vertici della Nato nel Mediterraneo: il generale Vito Miceli e l’Ammiraglio Gino Birindelli. Curiosamente tutti e due, ma anche il generale Di Lorenzo, finirono parlamentari nel Msi-Dn: Di Lorenzo era stato eletto coi monarchici che poi confluirono nella destra nazionale, Birindelli fu poi con gli scissionisti di Democrazia Nazionale; Miceli, secondo una diceria, sarebbe stato candidato da Almirante su pressione di Moro. I gruppi extraparlamentari della destra furono coinvolti in modo marginale, come Avanguardia nazionale; o non furono coinvolti, come Ordine nuovo (di cui è uscita una ricostruzione ampia e dettagliata di Sandro Forte, Ordine nuovo parla, ed. Mursia). Due anni dopo il fallito golpe, lo stesso Andreotti guidò un governo centrista, con i liberali e senza socialisti, che doveva arginare la forte avanzata elettorale del Msi.

Sono noti i particolari velleitari del golpe. Ma al di là delle dicerie e delle caricature, si staglia la figura del Comandante Borghese. Il principe incarnava il prototipo dell’eroe indomito, esempio di fedeltà e ribellione, combattente ardimentoso. Borghese non aveva mai preso la tessera fascista durante il regime, era un monarchico e tale sarebbe rimasto “se Badoglio ci avesse fatto uscire dalla guerra in modo decoroso ed onorevole”. “Se Umberto di Savoia o il duca d’Aosta si fossero messi a capo delle Forze Armate abbandonate a loro stesse, avrei obbedito”. Ma non avvenne e Borghese aderì alla Rsi che a suo dire “sarebbe nata anche senza Mussolini”. Per lui si trattava di salvare l’onore militare e la dignità nazionale. Poi divenne il Principe Nero, finì in galera; entrò nel Msi, di cui fu Presidente onorario per un paio d’anni, fino al ’53; nel ’68 fondò il Fronte nazionale. Scrisse la prefazione alla bibbia dei vinti, Gli uomini e le rovine di Julius Evola.

Curiosa la sorte di Borghese. Prima che l’Italia antifascista lo accusasse del velleitario golpe, con la stessa accusa il Maresciallo Rodolfo Graziani lo aveva mandato in galera ai tempi della Repubblica sociale. Borghese era superbo, un po’ folle e impolitico, obbediva a un codice aristocratico e militare, da guerriero rinascimentale, discendente di una delle più gloriose famiglie romane e papaline. Fu nazionalista, semper super omnia Italia fu il motto della X Mas, all’insegna del Memento Audere Semper. La Decima nacque dannunziana e finì a Salò marinettiana: il fondatore del futurismo dedicò proprio alla X Mas la sua ultima poesia. La Decima conservò un forte spirito di corpo e una gelosa indipendenza dal partito fascista e dall’alleato tedesco, che pagò duramente. Non dichiarò mai guerra ai partigiani, salvo vendicare i propri militari uccisi; ebbe anzi rapporti con alcuni gruppi partigiani bianchi. I militari della decima Mas a Sud erano col regno sabaudo. Tentarono pure un patto in funzione anti-titina coi partigiani dell’Osoppo, vittime dei partigiani comunisti a Porzus.

Di lui me ne parlò con entusiasmo un suo ex della Decima, poi divenuto l’unico italiano iscritto al partito comunista cubano: il regista e autore Piero Vivarelli, ma era stato anche autore di canzoni pop, come 24mila baci di Adriano Celentano. Vivarelli venerava due mitici comandanti: Che Guevara e il Principe Borghese, ravvisandone continuità. Borghese morì in circostanze poco chiare nell’estate del ’74, esule in Spagna, poi scagionato post mortem dalle accuse. Ma quel golpe di mezzo secolo fa restò nell’immaginario collettivo degli italiani come il loro sogno proibito o incubo preferito. Del resto, l’Italia ha una storia virtuale più ricca della sua storia reale.

MV, La Verità 8 dicembre 2020

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