La sinistra non c’è, la destra non può

Che fine hanno fatto la destra e la sinistra? Accise, per dirla in gergo meridionale e per spargere benzina sul fuoco. Sono fuori uso per lavori sulla linea d’ambedue. Detto in breve, in questo momento la sinistra non c’è e la destra non può. Ovvero, la sinistra è in una fase down, di oscuramento se non scomparsa della sua presenza e della sua percezione pubblica, tra la crisi dem, perdita di consenso, smarrimento sociale e minaccia all’egemonia del suo potere mediatico-culturale.

La destra, invece, è al governo e il governo – ripetono in tanti – è incompatibile con la destra, perlomeno con la destra vera, ovvero non si può essere di destra e governare, in Italia, devi essere incoerente, sospendere o congedare la tua identità, non usarla e seguire le procedure fissate dal Sistema a livello internazionale, a livello istituzionale, a livello economico. Di conseguenza, la sinistra non c’è e la destra non può.

Nel vano ma ammirevole tentativo di ridare fiato alla sinistra e alla destra, ieri pomeriggio su Raitre, il programma Rebus mi ha coinvolto a discutere di destra e di sinistra con Corrado Augias e Giorgio Zanchini, padroni di casa e il Nobel Giorgio Parisi. Tutti e tre dichiarano apertamente anche nel programma, che abbiamo già registrato, la loro appartenenza alla sinistra; il quarto – che poi sarei io – è caricato dell’onere di testimoniare la destra. L’occasione è la discussione sul mio libro Scontenti, e lo spunto iniziale è un filmato ritrovato di Indro Montanelli che sostiene una cosa: la destra non è un’ideologia ma uno stile di vita, e come tale furono di destra sia Alcide De Gasperi che Palmiro Togliatti. Tesi volutamente esagerata, direi abbastanza infondata, pur brillante: non si capisce a questo punto perché i due erano così lontani e antagonisti, che ci stava a fare nel frattempo la destra liberale, monarchica e missina, e che senso può avere a questo punto tutta la storia e il pensiero della destra se poteva ridursi a uno stile per giunta trasversale e dunque politicamente neutro. Una destra senza niente nella testa ma che si leva il cappello per salutare…

Gli autori del programma hanno generosamente tentato di rianimare le due categorie mostrando quattro coppie di temi che un tempo definivano, a loro dire, la destra e la sinistra: vale a dire, la coppia individuo-collettività, ordine-libertà, uguaglianza-diversità, nazione-internazionalismo. In realtà quelle coppie erano già trasversali da lungo tempo. Nel senso che, soprattutto le prime due coppie, sono interpretate in modo diverso non solo dalla destra e dalla sinistra ma anche all’interno della destra e della sinistra. A voler semplificare il ventaglio ben più articolato di posizioni, c’è una destra liberale, che è individualista, filo-capitalista e atlantica ed una destra comunitaria che è sociale, tradizionale e nazional-europea. E c’è una sinistra liberal, che è individualista, filo-capitalista e atlantica, e c’è una sinistra socialista, che è collettivista, critica verso il capitalismo e internazionalista. Ci sono enormi differenze dentro quei contenitori, in relazione al mondo esterno, a partire dalla globalizzazione. Regge, a malapena, la sintesi delle due destre in conservatori e delle due sinistra in progressisti.

Possiamo convenire, con qualche semplificazione, che a reggere un po’ più degli altri è la diade nazionale-internazionale, perché effettivamente la destra almeno in teoria si cura più delle patrie locali e nazionali, e la sinistra è più global e internazionalista.

E’ inutile dirvi che la soluzione facile, verso cui propendeva anche il Nobel Parisi, era ridurre la destra al fascismo, inteso addirittura nella lettura comunista di un tempo, come forza al servizio degli agrari e del capitale; una forzatura che richiama inevitabilmente la riduzione parallela della sinistra al comunismo. Ma tornando alla realtà e al nostro presente, bisogna riconoscere che le colonnine di destra e di sinistra sono allo stato attuale fuori servizio, ammesso e non concesso che servano ancora per definire adeguatamente due culture politiche e civili e due visioni del mondo.

In linea di principio a me pare evidente che l’opposizione tra individualismo e comunitarismo, fra tradizione ed emancipazione, fra identità e fluidità, tra sovranità nazionale e globalizzazione, siano ancora decisive per stabilire uno spartiacque decisivo tra due visioni antagoniste. Il problema è poi vedere se vale ancora usare le categorie di destra e di sinistra per definirle.

Allo stato attuale la distinzione in linea di principio trova confuso e frammentario riscontro nella realtà, non si converte in pratica; e pure a volerlo, risulta difficile se non impraticabile sottrarsi alla Cappa della globalizzazione e ai suoi obblighi, i suoi divieti, le sue negazioni di identità, comunità, sovranità e tradizione.

Quale sarebbe la soluzione migliore per rendere operative e non proibitive le differenze? Il riconoscimento reciproco dei valori della parte avversa e di conseguenza il rispetto per chi li sostiene. Arrivando in molti casi a riconoscere anche un valore positivo ai principi portanti della parte avversa, ma in una diversa scala di priorità: riconosco la tua idea di libertà, di ordine, di uguaglianza e di solidarietà ma non a danno della responsabilità, delle differenze, dei meriti e dei legami naturali di prossimità. E viceversa.

Poi, certo, ci sono più cose in cielo, in terra e nella vita pubblica della destra e della sinistra; ci possono essere altre definizioni e altre appartenenze, ci possono essere duttilità, scambi e fluidità di confini, mutazioni storiche e sensibilità diverse.  Quel che è necessario non è dunque restaurare la Coppia Regale Destra-Sinistra ma non ridurre la vita pubblica solo a contratto sociale, utilità passeggere, pragmatismi e convenienze, salvo poi ossequiare ipocritamente i canoni del Politically Correct. Ma ridare fiato, vita e agibilità alle visioni del mondo e al pensiero politico.

Intanto, però, destra e sinistra giacciono in terra spompate e accise.

La Verità – 15 gennaio 2023

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