L’arcipelago della fede e le vie della tradizione
Tradizione e Ribellione, è possibile far convivere gli opposti? Da vari decenni si ripropone questa contraddizione tra fedeltà e insubordinazione in seno alla Chiesa e non solo fuori. Ero un ragazzo quando si cominciò a parlare dello scisma di Monsignor Marcel Lefevbre, sei papi fa (c’era ancora Paolo VI) e sin da allora il richiamo alla Tradizione, alla Chiesa di sempre, al Canone antico conviveva con una rivolta “politica” contro il Concilio Vaticano II, i nuovi canoni, il vento progressista e le gerarchie ecclesiastiche, incluso il Papa. Le schiere dei lefevbriani erano accolte con favore da alcuni settori politici della destra o estrema destra, anche al di fuori del mondo cattolico. Infatti il primo libretto edito in Italia con la firma di Monsignor Lefevbre, Io accuso il Concilio, uscì per le edizioni de Il Borghese, settimanale decisamente di destra ma non proprio d’ispirazione cristiana. Fu memorabile quell’incontro a Roma con Lefevbre a Palazzo Pallavicini Rospigliosi, davanti al Quirinale, tra i cattolici tradizionalisti più ferventi, la nobiltà nera, alcuni militanti del Movimento Sociale Italiano e di altre formazioni alla destra del Msi e i pionieri del seminario di Albano Laziale, la fraternità San Pio X, e la casa madre lefevbriana di Ecône. Per alcuni Lefevbre era la versione in tonaca del Principe Iunio Valerio Borghese. Nel Concilio Vaticano II si vedeva allora l’apertura a sinistra, il via libera ai cattolici in politica ad allearsi con i socialisti e i comunisti; non a caso in quel tempo il compromesso storico era chiamato “i patti conciliari”.
Sospeso a divinis, emarginato fino alla scomunica, Lefevbre e i suoi sacerdoti restarono tenaci nel perseguire la loro linea di fedeltà alla Tradizione, anche con la disapprovazione della Santa Madre Chiesa, accusata di essere sempre meno santa, meno madre, meno apostolica e meno romana. Ci volle la sagacia prudente di Ratzinger e la saggezza coraggiosa di Woytila per ricucire la frattura e riportare nella Chiesa il Vescovo “ribelle”, tre anni prima che morisse. Negli anni più recenti, fu ammessa la possibilità da Papa Benedetto XVI di celebrare la messa secondo l’ordo missae; ma Papa Francesco cancellò pure questa possibilità, inasprendo i rapporti coi cattolici che amavano la messa in latino. Dialoghiamo con gli islamici e con gli atei, non con i cattolici tradizionalisti o controriformisti.
Ora è riesplosa la questione, con l’ordinazione di quattro vescovi in una cerimonia spiritualmente intensa, bella non solo esteticamente, come ha giustamente osservato Aldo Maria Valli, siamo a due passi dallo scisma e dalla scomunica. La vicenda è troppo nota per dover ancora ricostruire i passaggi. Resta invece la questione di principio e i paradossi che scatena. Da una parte il paradosso della Chiesa del Dialogo, conciliante oltre che conciliare, che dialoga con tutti, atei e rappresentanti di altre religioni, anche i più ostili alla cristianità e alla chiesa cattolica; ma non dialoga con i seguaci più fedeli della sua stessa Tradizione. E dall’altra parte il paradosso di una confraternita che nel nome della Tradizione si ribella all’autorità del Papa, ai dogmi della Chiesa secondo la stessa Tradizione, alla gerarchia ecclesiastica fino a ripercorrere un cammino parallelo a quello dei movimenti protestanti o delle sette ereticali rispetto a Santa Madre Chiesa.
È giusto criticare la scarsa fedeltà della Chiesa romana alla tradizione ma chi può arrogarsi la pretesa di dire “io sono la tradizione”, “noi ne rappresentiamo la continuità”? Col sottinteso che “Dio è con noi”, Gesù è dalla nostra parte e lo Spirito Santo ha smesso di ispirare la Sposa di Cristo per guidare invece una piccola minoranza di rigorosi credenti ribelli al Papa e a Roma. Possono alcune decine di sacerdoti, seguiti da alcune migliaia di fedeli, ritenere di essere i depositari del monopolio della Verità, del Bene sulla Terra e di rappresentare da soli la Vera, Giusta, Retta Tradizione?
Dall’altra parte anche la pretesa della Chiesa di imporre l’ubbidienza al Concilio Vaticano II ha qualcosa di contraddittorio: se qualcuno si ispira alla Chiesa preconciliare, si richiama a Papi, messaggi, santi si attiene a riti, liturgie, encicliche che per secoli hanno guidato la Chiesa, non può essere accusato di porsi al di fuori della Chiesa. Perché in questo modo si dice al mondo e ai credenti che la Chiesa buona comincia solo dai primi anni sessanta, col Concilio Vaticano II; tutti i secoli precedenti vengono sconfessati, insieme alla dottrina, i santi, i papi, i vescovi, i riti, le liturgie preconciliari. È come dire che il tempo coi suoi cambiamenti sia più importante della fede e della dottrina. Un modo per mandare la Tradizione in soffitta e scivolare in una visione che Augusto del Noce sintetizzò mirabilmente mezzo secolo fa: i cattolici progressisti si sentono più vicini ai progressisti non cattolici che ai cattolici non progressisti. Ovvero, il punto fermo non è la fede cristiana ma il progresso, dunque la secolarizzazione. L’eternità subordinata al mutamento, al tempo, alla storia.
A questo punto cosa resta da fare? Uno sforzo grande e cristiano di umiltà e realismo da ambo le parti, perché si allarghi l’abbraccio di Mater Ecclesia. Quando l’unità di un mondo va in frantumi, bisogna accettare l’idea che le sue isole, le sue schegge, siano come un arcipelago. C’è, si, un’isola madre che le governa, ma bisogna accogliere le diversità nell’ambito di un arcipelago della fede, tra isole più legate alla Tradizione e altre più aperte al mondo e al cambiamento. Occorre cioè calare la Tradizione nella realtà e far uso del saggio realismo, fatto di temperanza e pazienza, da ambo le parti. La Tradizione fuori dalla realtà e dal realismo si irrigidisce, diventa fanatismo, formalismo, ideologia; tutto meno che tradizione, che è un fluire, un trasmettere nel tempo, che è un tramandare e un trasformare. Riportare il divenire all’essere, come vuole la tradizione; non siamo in grado di concepire l’essere senza il divenire, fuori dalla storia e dall’umana imperfezione, dalla parabola della vita, dal rinnovamento e dalla rigenerazione. In altri secoli sorsero esperienze e ordini per ridare linfa al messaggio cristiano, rinnovando la Chiesa: l’ordine benedettino, l’ordine francescano, l’ordine dei Domini Canes, i domenicani. Si deve immaginare una cosa analoga nel nostro tempo: ordini che custodiscono con più rigore la fedeltà e il richiamo ai Principi Eterni; altri che invece sono più versati nei temi della carità e dell’accoglienza.
Bisogna accettare l’idea che non esiste una sola via della Tradizione. La tradizione, insegnano alcuni maestri, è una ruota con tanti raggi; ciascuno cammina lungo il suo raggio, per nascita, vocazione, fede, ma non pretende di esserne il solo depositario della Verità nella Tradizione. Le tradizioni conducono verso un centro sovraordinato, l’Essere trascendente, Dio. In fondo, si richiede a tutti, dai ribelli di Ecône fino al Papa, la forza dell’umiltà, la pazienza di comprendere, il coraggio di accettare i propri limiti. La verità esiste, è più grande di noi ma nessuno ne detiene il monopolio.
La Verità – 5 luglio 2026
