L’obbligo di indossare il velo della menzogna

Ma in che consiste esattamente il Catalogo dei Divieti e delle zone proibite su cui si fonda il regime della censura? Proviamo a fare un’analisi partendo da un doppio caso realmente accaduto nei giorni scorsi, la deplorazione con richiesta di dimissioni del presidente del Senato Ignazio La Russa e della senatrice Isabella Rauti, sottosegretario alla Difesa del governo Meloni.

Parliamo di due parlamentari eletti in libere e democratiche elezioni: prima dai cittadini, poi dal Parlamento alle loro cariche istituzionali; con comprensibile disapprovazione dell’opposizione.

Di entrambi sappiamo da una vita che sono figli rispettivamente di un cofondatore e senatore del Movimento sociale italiano e l’altra di un leader storico e “ideologico” del Msi; e sappiamo pure che anche loro sono stati a lungo militanti dello stesso Msi. Non hanno commesso reati, non hanno denunce a carico, hanno solo militato da quella parte politica. Le opposizioni storcono il naso, e anche questo è comprensibile.

Un bel giorno post-natalizio entrambi ricordano pubblicamente i loro padri e il partito da cui provengono: una testimonianza storica e affettiva che non ha e non può avere alcun effetto politico, perché quel partito non c’è più dal millennio scorso, il mondo è cambiato. Ma è bastato un sobrio, scarno ricordo delle loro radici che è scattata non solo l’indignazione militante e corale ma anche la richiesta di dimissioni e perfino l’appello al Capo dello Stato perché intervenga. Cosa è cambiato rispetto al giorno prima? Nulla. La Russa e Rauti si sono limitati a ricordare la loro provenienza e la loro origine famigliare e politica, a tutti ben nota.

Il Catalogo dei Divieti e delle zone proibite colpisce chi dice ciò che è stato, chi racconta il vero, che in quanto passato nessuno può cancellare o revocare. Il sottinteso è che non devono dirlo, non devono ricordarlo o devono solo platealmente pentirsi. Ovvero un’istigazione all’ipocrisia, l’obbligo di indossare il velo della menzogna, coprire i loro volti e la loro storia, proprio come pretendono i fanatici dell’islam.

E non solo: gli Indignati sanno benissimo che i due “reprobi” istituzionali non attentano alla libertà, alla democrazia, alla Costituzione e alle Istituzioni repubblicane, non sono un pericolo e una minaccia per alcuno. Ma devono tacere; il fare non conta, tutto si riduce al dire e al non dire. Non devono dire ciò che sono stati, devono dimenticare i loro cognomi e i loro padri, non devono nemmeno per un momento ricordare da dove provengono.

Conosciamo tanti che provengono dal Partito Comunista, e tanti che provengono dall’estremismo militante dell’ultrasinistra. Abbiamo avuto figure istituzionali comuniste, in cui il loro partito non era solo erede dei partigiani che combatterono il nazifascismo ma era affiliato al comunismo sovietico, di cui furono per svariati decenni complici e subalterni fin dai tempi di Stalin. Quando Pietro Ingrao o Nilde Jotti ricordavano di essere comunisti mentre erano Presidenti della Camera, nessuno gridava allo sdegno e preteso le loro dimissioni; eppure ai loro tempi il comunismo sovietico e il Pci erano il presente, non erano il passato. Anche Giorgio Napolitano fu comunista fino all’età della pensione; poi quando cadde il comunismo a Mosca, si adeguò e aderì al partito postcomunista, il Pds. Nessuno ha mai chiesto le sue dimissioni appena ricordava la sua passata militanza nel Pci. Era la sua storia, il suo passato. Celebrare e venerare Enrico Berlinguer, che fu comunista per tutta la vita, e per decenni esponente di un Partito affiliato a Mosca e finanziato dall’Urss e sognava ancora un regime comunista per l’avvenire, è non solo consentito ma perfino obbligato, nei nostri giorni.

Il paragone tra Msi e Pci è asimmetrico? Giusto. Il Msi, fu indirettamente legato al fascismo tramite il filo ideale e sentimentale della nostalgia. Il Pci fu direttamente legato al comunismo mondiale tramite l’Internazionale comunista, i traffici con l’est, la linea anti-occidentale tenuta per decenni.

Sul fascismo il Msi adottò una formula di Augusto de Marsanich: non rinnegare non restaurare. Traduco: non rinnegare sul piano degli ideali e della storia, non restaurare sul piano dell’azione politica. La prima è un’istanza ideale, la seconda è una prescrizione pratica. Il Msi non ricostituì il partito fascista, si limitò a una testimonianza verbale e simbolica, rivendicando veri o presunti meriti del fascismo e ripudiando violenze, dittatura, leggi razziali, alleanza coi nazisti.

Un paese civile e maturo non pretende che i comunisti, i missini o i loro eredi si vergognino del loro passato o lo rinneghino. Ma accetta che esistano memorie divise e divergenti, purché tutti accettino senza sotterfugi e doppie verità la libertà, la democrazia, il rispetto del pluralismo, il ripudio di ogni violenza. Da noi invece non è così; anzi peggio, lo è solo per una parte ma non per un’altra.

Torno al presente e al tema che più vorrei sottolineare. Il catechismo dei divieti e delle zone proibite è un canone d’ipocrisia: non dovete dire quel che siete, da dove venite, cosa pensate, dovete dire il contrario. Se invece lo dite scatta la proprietà transitiva: la vostra colpa di riflesso è anche della Meloni che non vi caccia, e il vostro dire, tramite il Msi, lega la Meloni al fascismo che fu legato al nazismo. Ergo, la Meloni è erede di Hitler e dei campi di sterminio. La proprietà transitiva porterebbe Berlinguer, Napolitano e i loro epigoni a essere eredi di Stalin e dei gulag. Chi è onesto e sensato rifiuta in ambo i casi quelle deduzioni.

Insomma la storia, la realtà, la vita, i comportamenti, l’agire non contano nulla; conta solo il demdire e il non dire, come è uso nei peggiori regimi di ieri e di oggi. In sintesi: conta più il dire che il fare, meglio tacere che dire la verità, è doveroso rinnegare ed è obbligatorio indossare il velo dell’ipocrisia.

La Verità – 29 dicembre 2022

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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