Moro, né santo né statista

Moro, né santo né statista

​Giovedì sarà il centenario della nascita di Aldo Moro e al Quirinale sarà celebrato solennemente come grande statista. E’ in corso pure un processo per canonizzarlo. Con tutto il rispetto che si deve a una vittima delle Brigate rosse e a una fine intelligenza politica, Moro non fu né un santo né un grande statista.
E non lo dico perché Moro fu il teorico dell’apertura a sinistra e poi del compromesso storico, ma perché in lui il senso dello Stato e ancor più della Nazione fu sempre subordinato al senso del Partito e del Potere democristiano. Le sue esperienze di governo non furono molto significative per l’Italia, non si ricordano grandi riforme e grandi opere legate al suo nome. Non paragonabili, non dico a De Gasperi ma neanche a Fanfani. Di lui si ricordano le ambiguità e i teoremi, i funambolismi e le fumosità lessicali, sferzate anche da Sciascia e Pasolini. Da Ministro degli Esteri si ricordano pagine amare per il nostro Paese, la sua dignità e la sua integrità, con Tito e con Gheddafi, con l’est comunista e gli Stati Uniti. Mai l’amor patrio fu così flebile e avvilito in Italia come al tempo di Moro (non solo a causa sua). La sua tragica fine nelle mani sanguinarie delle Br suscita ancora dolore e pietà. Ma alcune sue lettere dalla prigionia non spiccarono affatto per senso dello Stato. Per non dire dell’affare Loockeed, la sua difesa della partitocrazia e lo scandalo dei petroli che coinvolse suoi stretti collaboratori.

​La sua biografia rivela una brillante carriera politica e accademica ma non è quella di un santo o di un grande statista. Per cominciare, imbarazza quel che il professor Moro scrisse nel corso universitario del ’43 sullo Stato circa la razza, considerato “elemento costitutivo della nazione”.“La razza – scrisse Moro – è l’elemento biologico che creando particolari affinità, condiziona l’individuazione del settore particolare dell’esperienza sociale, che è il primo elemento discriminativo delle particolarità dello Stato”.
Nel periodo che va dal 1943 e il 1946, Moro fu tra i fondatori del settimanale barese La Rassegna, che fu accusato di neofascismo e qualunquismo dalla sinistra. Nei suoi scritti di allora, Moro diffida dei partiti, Dc inclusa, si appella agli apolitici e agli indipendenti, guarda con simpatia all’Uomo qualunque di Giannini e al governo Badoglio e non disdegna di dichiararsi a certe condizioni “uomo di destra”.
L’8 maggio del ’45 Moro scrive: “Le destre come consapevolezza storica, come visione realistica della vita umana, come misura vigile contro le tentazioni dell’entusiasmo, non possono e non debbono essere sconfitte”. Moro si riferisce a una destra come temperamento, come mentalità; rispetto ad esse “noi siamo di destra limitatamente a questa serena realistica considerazione”. In precedenza, Moro aveva notato la differenza di stile tra destra e sinistra: “le prime pronte a riconoscere valore all’ideologia avversaria, finché non diventi esclusiva, le seconde portate invece a negarle del tutto, se pure si adattano per ragioni tattiche, al compromesso della convivenza”.  Quasi proiettando i tratti del proprio carattere nella destra, Moro notava che “la ragione della debolezza delle destre” fosse in quella “timidezza cauta” che non incendiava le masse “galvanizzate dalla irruenza veemente della intransigenza di sinistra”. Di destra sociale, si potrebbe dire, perché Moro impiantava i suoi valori di libertà e di realismo sulla dottrina sociale cristiana. Del resto, la sua stessa iscrizione alla Dc nel ’46 avvenne su spinta dell’arcivescovo Mimmi di Bari, un conservatore che lo aveva nominato segretario nazionale dei laureati cattolici e poi lo aveva sostenuto alla guida della Domus Mariae per frenare le aperture a sinistra nella Dc di un altro ex-fascista e dossettiano, Amintore Fanfani. Moro condivise la battaglia de La Rassegna contro il Cln, contro le epurazioni e l’egemonia dei partigiani.

Scriveva il 12 marzo del ’45 che “la milizia irregolare” dei partigiani richiamava “spiacevoli ricordi della rivoluzione permanente e del suo presidio armato…noi guardiamo con tanto timore l’esercito dei partigiani…e certe spavalderie da bravi”. E temeva soprattutto che le armate partigiane, godendo di perfetta autonomia, “si facciano persino giustizia da sé. E di che giustizia si tratti si può bene immaginare”. Per un intellettuale dal linguaggio paludato come Moro era già un significativo esporsi. E infatti fu accusato dai giornali baresi di sinistra, Civiltà Proletaria e Italia del popolo, di  “neofascismo” e “attendismo carrierista”. L’accusa era questa: questi redattori, già fascisti, fanno ora gli indipendenti, perché non hanno ancora capito a quale partito convenga oggi affiliarsi. Moro si staccò dal giornale qualunquista alla fine del ’45 per dedicarsi alla Fuci, in polemica con la dc troppo legata al Cln. Ma conservò l’indole moderata di chi voleva narcotizzare l’avversario e sedare i conflitti. Tentò la stessa cosa decenni dopo col Pci, ma non fece i conti con la “giustizia armata” delle “milizie irregolari”, di cui aveva scritto nel ’45… E’ grottesco pensare che nella sua città natale, Maglie, fu eretta la statua di Moro con l’Unità sotto il braccio.

Intanto prosegue il processo di santificazione di Aldo Moro, servo di Dio, promosso da due suoi fedelissimi, Luigi Ferlicchia, presidente del centro studi Moro e Nicola Giampaolo, postulatore della canonizzazione. Ferlicchia è pure convinto che Moro sia stato vittima del Kgb sovietico: ricorda un borsista che seguiva le lezioni di Moro, Sergeij Sokulov, agente del Kgb, che avrebbe condotto Moro per braccio nel rapimento di via Fani. Una tesi condivisa da due stretti collaboratori di Moro, Franco Tritto e Renato Dell’Andro. Misteri, come la sua prigionia e la linea dura della Dc e delle istituzioni nelle trattative.
L’uccisione di Moro brucia ancora, ma come diceva S.Agostino, non è la pena ma la causa a fare i martiri. I veri santi si sacrificano nel nome della fede cristiana (non democristiana), dedicano la loro vita a opere di carità, compiono miracoli, avvicinano a Dio. Moro rientra in questi canoni? Un San Moro politico c’è già: è San Tommaso Moro, primo martire della Brexit, perché cinque secoli fa si oppose allo scisma anglicano dall’Europa cattolica e pagò con la vita. Aldo Moro fu ucciso perché cercò il compromesso storico, che non piaceva a tanti, tra cui gli Usa, l’Urss e i brigatisti rossi. Il suo era un disegno politico, non della Divina Provvidenza.

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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