Né con Trump né con Xi JinPing
Il mondo non esce più sicuro dal vertice di Pechino tra i due giganti della Terra, Donald Trump e Xi-JinPing. Anzi. Le loro mire evidenti e le loro priorità dichiarate, le loro minacce e le loro prove muscolari, dietro l’ossequio reciproco e i toni amichevoli, non lasciano tranquillo il mondo, sia che le due potenze si contrappongano in una guerra fredda fino a sfiorare il conflitto, sia che si mettano d’accordo sulle nostre teste, contro i nostri interessi, per la spartizione del mondo e delle sue risorse.
Trump fa più paura come temperamento e comportamento, è instabile e furioso, e soprattutto egocentrico; ha messo già a soqquadro il pianeta tra dazi, invasioni, crisi energetica, guerre e minacce, più insulti sparsi lungo tutto l’Occidente. XI-JinPing è assai più misurato ed equilibrato, ha l’aria sorniona dello statista con la grossa testa sulle spalle, non fa passi falsi, appare paziente e prudente. Ma il primo, bene o male guida un Paese che pur tra mille contraddizioni, ha un’impronta cristiana di libertà e umanesimo, di democrazia e diritti umani e il potere ancora dà conto ai cittadini, all’opinione pubblica, ai media e ha breve durata.
Il secondo, invece, è un paese che viene dal dispotismo asiatico, dal regime più sanguinario di tutti i tempi, quello di Mao, mai rinnegato, e tuttora mantiene una struttura totalitaria retta dal Partito Unico, il Partito Comunista Cinese. Inoltre, Trump scade tra un paio d’anni mentre non s’intravedono cambi o svolte nel regime cinese.
Come si è visto anche nel summit, il loro orizzonte comune è la volontà di potenza, e il loro criterio di giudizio è fondato sui rapporti di forza. È parso evidente che il loro primario interesse non è la salvezza del pianeta o dell’umanità ma l’egemonia del proprio Paese, della propria economia e degli interessi geopolitici ed economici che lo muovono. Non è solo una semplificazione dei giornali ma il tema che sta più a cuore alla Cina è mettere le mani su Taiwan e Trump gli ha dato un mezzo nullaosta. Non è una congettura arbitraria prevedere che sulla ex-Formosa si costruirà un possibile do ut des con le aspirazioni statunitensi: dal via libera al controllo dei paesi vicini, dal Venezuela a Cuba, fino al Medio Oriente, per tutelare Israele, e tenere sotto schiaffo l’Europa e non solo. Sull’Iran devono ancora trovare la quadra. Nelle strategie cinesi e americane non c’è nulla che tenga in considerazione il resto del mondo, gli altri paesi, l’umanità e la pace universale: il solo tema che sembra star loro a cuore è la loro leadership e la contesa sul primato mondiale. Anche quando hanno toccato temi universali lo hanno fatto seguendo i loro interessi: sugli equilibri geopolitici nel pianeta come sull’Intelligenza Artificiale l’angolazione dei loro dialoghi è stata pan-cinese e pan-americana. La comune preoccupazione è subordinare il mondo, i poteri privati e delle altre potenze al dominio cinese e a quello americano. Se raggiungono un patto non è per governare gli effetti della tecnica e dell’intelligenza artificiale, ma nel dividersi il controllo sulla base dei rispettivi interessi e stabilire i confini reciproci.
A fare una comparazione storica attingendo alle radici antiche dell’Occidente non è stato il leader occidentale, che nulla sa di storia e di cultura, come del resto quasi tutti i suoi predecessori ma il leader asiatico, che ha citato Tucidide e il precedente classico di Sparta e Atene. Anche se poi, a ben vedere, la citazione di Xi era in realtà made in Usa: la cosiddetta “trappola di Tucidide” non l’ha inventata Tucidide, ma l’ha dedotta Graham Allison nel 2017 in un libro dal titolo inquietante “Destinati alla guerra” che proiettava lo scenario greco nei giorni nostri, nel rapporto tra la Cina e gli Stati Uniti. La tesi desunta da Tucidide è che l’ascesa di Atene, potenza crescente, e la paura di Sparta, potenza calante, rischiano di rendere inevitabile la guerra. Un paragone che può essere letto anche come una minaccia, da parte cinese, benché sia presentato con la logica di prevenire lo scontro, riconoscendosi reciprocamente le ragioni, gli interessi e gli spazi, e legittimandosi a vicenda, senza considerare uno usurpatore o l’altro destinato alla decadenza. È significativo che la Cina si identifichi con Atene e identifichi gli Usa con Sparta: nel racconto prevalente Atene rappresenta la civiltà e il pensiero e Sparta solo la forza delle armi e la potenza di uno Stato militare. Ma ancor più significativo è il messaggio che il leader cinese ha lanciato con quel paragone: noi siamo il futuro, voi siete il passato. Non dovete avere paura di noi, però noi siamo la potenza emergente e saremo la potenza dominante. Fingono di rassicurarci ma ci confermano nei nostri timori.
E noi, dico noi italiani, noi europei? L’unica cosa che sentiamo ripetere da mesi, perfino da un uomo che sembrava totalmente immerso nella finanza, come Mario Draghi, è “Alle armi, corriamo ad armarci!”. Forse le armi sono la continuazione della finanza con altri mezzi… Il bellicismo europeo, pensato in funzione antiRussa è grottesco e sciagurato. È un proposito scellerato perché armarci è già un passo verso la guerra e non un modo per prevenirla, è sempre stato così; quando hai arsenali gonfi di armi alla fine li usi, anche per smaltirli prima che scadano rispetto all’innovazione. E poi, non riusciremo mai con le armi a recuperare il nostro divario rispetto alle potenze del pianeta, ma nel frattempo avremo indebolito i nostri stati, i nostri assetti sociali ed economici, indebitandoci per armarci. Ci guadagnerebbero solo le industrie belliche, non certo i popoli e i paesi.
L’unica cosa vera che sentiamo ripetere anche dai guerrafondai di casa nostra è che ormai è tempo di fare da soli, non possiamo più contare sugli altri, a partire dagli Stati Uniti. Si, l’Europa deve fare da sé, deve ripartire dai suoi singoli stati, dalla rifondazione dell’unione su altre basi con altre prospettive e dalla sua posizione geopolitica e mediterranea, col suo ruolo centrale nel mondo tra nord e sud del pianeta, tra est e ovest.
Trump non è la nostra polizza di salvezza dalla Cina; e XiJin Ping non è la nostra possibilità di salvarci dalla prepotenza dell’ingombrante alleato. Dobbiamo trattare con entrambi, e anche con Putin e gli altri grandi paesi, ma senza sposare nessuno di loro. Non abbiamo altra strada. Speriamo intanto che il vertice fra Trump e XiJinPing non preluda né a un matrimonio né a un conflitto. La nostra salvezza è che resti a metà, nella reciproca e timorosa diffidenza, tra l’abbraccio e lo scontro, entrambi letali, per noi e per il mondo.
La Verità – 17 maggio 2026
