Quando il futurismo sfidò le stelle

(Giovedì 25 luglio al festival di Popsophia a Civitanova Marche, Marcello Veneziani ha dedicato una lectio magistralis a Uccidiamo il chiaro di luna. Omaggio a Marinetti, di cui riportiamo il succo).

La prima pedata sulla luna non fu di Neil Armstrong ma di Filippo Tommaso Marinetti, impressa sessant’anni prima. Era il calcio che il poeta futurista sferrò alla luna nel 1909, esortando a uccidere il chiaro di luna e lo sciame di romanticherie annesse al suo plenilunio. L’impresa spaziale fu il coronamento del sogno di Marinetti, o perlomeno il tentato omicidio più verosimile del chiaro di luna.

Fu Marinetti nel suo Manifesto di 110 anni fa a lanciare la sfida alle stelle. Una sfida poetica e prometeica che poneva l’uomo al centro dell’universo, proteso a scalare il cielo. Le imprese aeree degli anni seguenti, i balzi in avanti della tecnologia, la civiltà industriale delle macchine; l’homo faber si metteva in marcia per prendersi il cosmo, per trovare la bellezza nella macchina e nella guerra, lasciando che la nuova Dulcinea o la nuova Beatrice fossero Macchine volanti, mitragliatrici e automobili fiammanti…

C’è odor di Nietzsche nella dichiarazione sovrumanista di volontà di potenza, nel suo tono da Zarathustra e nell’incitazione a vivere pericolosamente. C’è odor di Hegel nella proclamazione sciagurata sulla guerra sola igiene del mondo. E c’è odor di Bergson nel concepire la vita all’insegna dello slancio vitale, dell’energia e dell’intensità rispetto alla durata. C’è il primato del divenire sull’essere, del fare sul riflettere. E c’è la visione eroica della Tecnica.

È la fase nascente ed euforica della modernità, l’epica della conquista, che appare ai futuristi non come progresso ma come scalata alle stelle. Potremmo chiamarlo Fausturismo, combinando l’onda o l’orda poetica del futurismo col Faust di Goethe. Non rompe col proprio tempo ma ne è la sua versione iperbolica, esagerata. C’è l’apoteosi della modernità, è la prima arte al passo con la civiltà industriale, che narra tramite lo stilnovismo tecnologico, l’ardita bellezza delle macchine, il fascino dell’elettricità e delle ciminiere. Audacia è la parola d’ordine del Manifesto futurista. L’entusiasmo per l’infinito, ebbrezza delle velocità che corre verso la luce e l’assoluto. Anche i verbi nel futurismo vanno all’infinito, mentre le parolibere nuotano nel cielo combinandosi in nessi simultanei e la punteggiatura va a farsi benedire. E’ la guerra alla forza di gravità. Ecco i futuristi capitanati dal loro galvanizzatore, FTM, puerile, erotico, giocoso, bellicoso.

Curioso il futurismo, è il primo movimento d’arte totale proteso nell’universo, senza confini, fenomeno globale dall’America alla Russia, ma al tempo stesso è pervaso d’amor patrio e nazionalismo. La famiglia è vista dai futuristi come una prigione da scardinare nel nome della liberazione del sesso e dei sessi; Dio va liberato delle chiese, deve mettersi al passo della velocità futurista e accettare che la natura da lui creata sia superata dalla tecnica, ad opera del suo sostituto procreatore, l’uomo. Ma la patria, no, la patria non si tocca per i futuristi, è il perno del loro credo, nonostante la portata globale del movimento e gli spazi illimitati che invoca.

L’ideologia di Marinetti riverbera nei nomi dati alle sue tre figlie: Ala, Luce e Vittoria. La parola chiave per intendere l’epoca e la sua punta acuminata del futurismo è fiamma, cioè fuoco, ardere/ardire. “Allegri incendiari dalle dita carbonizzate” li definisce il manifesto futurista, ma dietro quel fiammeggiante universo c’è il Fuoco dall’omonima opera di Gabriele D’Annunzio allo scoccare del Novecento e tutto il richiamo di fiamme, faville, fiaccole, arditi, che incendia il primo ventennio politico-letterario del Novecento, almeno fino al ’19.

Prima fenomeno artistico, poi interventista e guerrafondaio, il futurismo si fa poi movimento politico. Il futurismo assume cent’anni fa connotati politico-rivoluzionari e si allea al nascente fascismo. Si presenta come una promessa integrale di svecchiamento; via il senato, via il papato, via la monarchia, via i parassiti, via il matrimonio. Democrazia economica, parità dei diritti, espropri.

Al centro del mondo è la gioventù che nel frattempo è diventata “giovinezza primavera di bellezza”. La gioventù futurista è una gioventù bruciante; mezzo secolo dopo la parabola giovanilista declinerà nella gioventù bruciata, per finire poi nel ’68. Attivismo assoluto, agito ergo sum. L’azione liberata dalla contemplazione. C’è la modernità alla massima potenza insieme al germe del fascismo.

Al centro del ‘900 e del futurismo è l’uomo nuovo, il mondo nuovo, l’ordine nuovo che per i futuristi è in realtà un disordine nuovo; ma creativo. Marinetti è definito dal “passatista” Prezzolini un “formidabile disorganizzatore”.

Del futurismo restano molti annunci di rivoluzione senza seguito: come i progetti di architettura futurista di Sant’Elia, l’indigesta ma stravagante cucina futurista, l’assurda e non indossabile moda futurista, la rumorosa musica futurista, il teatro, il cinema futurista e via dicendo. Resta invece, e smagliante, la pittura futurista, la scultura, un po’ meno la poesia.

Un’avanguardia inconclusa, che perciò resta sempre giovane e incompiuta come Boccioni e Sant’Elia che morirono giovani. un movimento in fieri e che ispirò nuove avanguardie e nuove rivoluzioni; ma al tempo stesso si fa vintage e modernariato, si fa archeologia, antiquariato futurista. Resta il calcio di Marinetti alla luna, ma resta la luna col suo chiarore. E le stelle sorridono dei loro insolenti sfidanti.

MV, La Verità 26 luglio 2019

 

 

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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