Roma sotto Zero, l’Italia in Vasco

Ti svegli una mattina di luglio e ti ritrovi a sorpresa in pieni anni settanta. Due italie si affrontano stasera ma non sono democristiani e comunisti, divorzisti e antidivorzisti ma Sorcini e Blasco-fan ovvero seguaci di Renato Zero e di Vasco Rossi.

Due eventi grandiosi, uno a Modena con 220mila persone di cui alcune migliaia accampate da giorni nell’attesa dell’epifania di Blasco, e uno a Roma con un’imponente drammaturgia tra attori, orchestra e Lui, lo Zero Mitico e Sovrano.

Il primo festeggia i quarant’anni della sua carriera musicale, il secondo addirittura mezzo secolo. Vengono dal nostro passato personale più remoto, ma in verità non se ne sono mai andati. Anzi, sono tra quelli che hanno suscitato coi loro fan un rapporto mistico-religioso, come se fossero i fondatori di una setta.

Ambedue si presentarono all’insegna della Trasgressione: Vasco Rossi in quel tempo era colui che cantava la vita spericolata, esagerata, dionisiaca; Vasco era visto come la guida rock nei sentieri della libertà, della velocità, dell’alcol, della droga. Magari ai suoi fan piaceva solo sognare la vita spericolata e poi vivevano nella quotidianità una vita normale, forse banale, comunque consueta, comune.

Renato Zero, invece, si presentava trasgressivo come personaggio, con la sua sessualità incerta, in transito, per così dire, ma dietro quell’apparenza molto trasgressiva per l’epoca (oggi sarebbe un segno di piatto conformismo), Zero lanciava messaggi sentimentali, d’amore, amicizia, affetti e lealtà, dedicava canzoni alla mamma e ai vecchi, e in fondo si inseriva nel filone melodico della canzone italiana, come una sintesi, anche ormonale, tra Mina e Ramazzotti (o Cocciante).

Ambedue sono cantanti pop, amatissimi, capaci di suscitare emozioni, ma rappresentano due italie diverse, che magari non si amano.

Con Vasco Rossi anni fa ebbi una polemica prolungata tra stampa e web. Per una fortuita coincidenza uscirono nello stesso giorno il mio libro Vivere non basta e il suo disco Vivere o niente. Scrissi ricordando l’antitesi tra gli stili di vita, di cultura e di visione del mondo fra i due.

Lui mi rispose prima con polemica cortese, poi incalzato dal fanatismo dei suoi seguaci, replicò di nuovo ma con più asprezza. E cercò di discostarsi dal modello trasgressivo che da sempre aveva incarnato, fingendosi un’altra persona. Io gli ricordai invece quel che aveva rappresentato per i ragazzi della mia età, e polemicamente sottolineai che “vado al massimo” si accompagnava con “penso al minimo”.

Oggi Vasco sembra tornato a casa, nel suo ultimo disco sogna una vita affettiva e domestica, tra bambini e vicini; un altro, direi quasi un Mariorossi  qualsiasi, rispetto ai suoi anni irruenti e nichilisti. E’ l’età che intenerisce il cuore.

Renato Zero interpretava in modo trasgressivo e fosforescente il core antico de Roma, che un tempo s’affidava a Claudio Villa e poi a Gabriella Ferri fino a Lando Fiorini. Ma esprimeva valori popolari genuini e anche arcaici, come si addiceva al figlio di un poliziotto e un’infermiera, seppur rivisitati da quella mutazione sessuale così vistosa e un po’ ironica da apparire quasi un’allegoria, una figurazione scenica.

Zero vendette dischi come nessuno, fondò città immaginarie e popolosi club di sorcini, scavalcati dalla Roma rattizzata di oggi, dove i topi non sono metafore gentili ma pantegane vere.

Fa impressione però notare che passano i decenni, cambiano radicalmente le nostre condizioni di vita, siamo passati dal bianco e nero al colore, dalla tv all’i-pad, dal telefono a gettoni allo smartphone che addirittura è già vecchiotto, avendo compiuto l’altro giorno dieci anni; e invece l’immaginario collettivo, il cuore della gente, cammina più lentamente, nutre nostalgie e le innaffia con le canzoni di quel tempo, ricorda la sua vita da ragazzo nelle canzoni di Vasco e di Zero, i suoi innamoramenti e i le sue delusioni, e in fondo non si smuove dagli anni settanta.

L’immaginario italiano è fortemente pervaso dai miti di quegli anni, non solo in musica, se consideriamo il successo persistente di Battisti, Dalla, Baglioni, Morandi, De Gregori, Mina e Celentano che addirittura ha compiuto 80 anni.

E in piena globalizzazione torna all’Italia di una volta, l’Italia di provincia o la Roma de borgata, e ritrova in quelle voci, in quelle parole, in quelle melodie, in quei concerti, la vita di un tempo e la voglia di sognare, di cantare. E di non pensare al presente.

MV, Il Tempo 1 luglio 2017

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  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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