Ulisse, un eroe o una carogna?

Ci è crollato un mito. Dici Ulisse e ti sovviene la grande letteratura di tutti i tempi, i suoi vertici supremi, da Omero a Dante, più sciami d’artisti. Dici Ulisse e vedi l’Eroe di Troia, il Vincitore Ingegnoso, colui che escogita lo stratagemma per espugnare la città, il Cavallo. Dici Ulisse e pensi al Re intrepido che torna a casa dopo tanti patimenti e traversie e riesce a sgominare a uno a uno i 108 proci che si erano istallati nella sua reggia. Dici Ulisse e pensi all’eroe del ritorno, colui che torna a casa, in patria, da sua moglie e da suo figlio. Oppure dici Ulisse e pensi all’eroe dantesco, quasi moderno, eroe della ragione e della conoscenza che riparte per l’impresa ardita di varcare le Colonne d’Ercole, giacché non s’accontenta di viver come bruto, e muore punito per la sua tracotanza, martire dell’Infinito. Dici Ulisse e pensi alla nostalgia, all’amore intenso e terreno, che preferisce la vita mortale alla vita immortale, l’anziana e ormai sfiorita consorte alla dea che gli offre bellezza e beatitudine eterna. Dici Ulisse e ti compaiono straordinarie avventure, ciclopi, sirene, amori, fanciulle, racconti, navigazioni, cieli stellati, mari possenti, voci divine, dolcissimi ricordi, struggenti ritorni, astuti travestimenti; il segreto del letto nuziale, l’arco che solo lui sa tendere. E ti sovviene l’incontro con sua madre nell’oltretomba: “Madre mia perché fuggi mentre voglio abbracciarti – implora Ulisse disceso nell’Ade ‒ io volevo stringere l’anima della madre mia morta. E mi slanciai tre volte e tre volte dalle mie mani, simile all’ombra o al sogno, volò via. Ma questa è la sorte degli uomini – spiega la madre Anticlea al figlio Ulisse – e l’anima come un sogno vaga volando.

Ogni narrazione accresce il mito di Ulisse, che di tutti i miti è il più grande, il più ricco d’umanità e poesia, d’intelligenza e avventura. Ogni racconto, si è detto, è una variazione dell’Odissea; anzi secondo Borges la letteratura ha solo due modelli: l’esodo biblico e il ritorno dell’Odissea. Di questo mito ci siamo abbeverati sin da piccoli, via via il mito è cresciuto con noi, arricchendosi di altri piani di lettura e di visione.

Poi ti capita un giorno in libreria d’incrociare il libretto di una studiosa di letteratura e drammaturgia greca che conosci da tempo anche se non vedi da anni; leggi il titolo insolente, Contro Ulisse, e il sottotitolo, Un eroe sotto accusa (Salerno editrice). Sei preso dalla curiosità. Sai che in giro c’è la brutta mania di processare il passato, stuprare la storia, i classici, gli eroi e gli autori antichi, adattarli al presente o se non sono adattabili cancellarli e demolirli. Sai che in questo tribunale di demenza e arroganza risuona spesso l’accusa di maschilismo: e uno sciupafemmine mediterraneo come Ulisse, un seduttore che fa innamorare e poi abbandona, è il bersaglio perfetto da massacrare. Ma Monica Centanni, questo il nome dell’ulissicida, non appartiene a queste categorie e non piega l’antichità al presente. Né parteggia solo per Calypso, per Nausicaa, per le donne; ma difende Priamo, Palamede, Eupite e Antinoo, e finisce con un elogio dei Proci. Già solo la parola per noi è spregiativa, facile anagramma di Porci, visti come stupratori potenziali di Penelope, che gozzovigliano e vogliono usurpare il regno d’Itaca. E invece no, i Proci – vuol dire pretendenti ‒ sono giovani nobili di Itaca e paraggi che legittimamente, dopo vent’anni di lontananza di Ulisse da Itaca, e dopo dieci anni che Troia è stata espugnata e la guerra è finita, accolgono la versione ormai accettata anche da Telemaco, che suo padre, il Re, è morto. E dunque con piena legittimità pensano alla successione di Ulisse e vogliono farlo in modo canonico, sposando la vedova regina, Penelope. Ma Ulisse torna a Itaca travestito da mendicante, approfitta dell’ospitalità e della loro benevolenza, prende in mano l’arco famoso, e li uccide ad uno ad uno, non in combattimento ma a tradimento, dice la Centanni, “con a fianco il torvo Telemaco”, di cui quei proci erano amici, magari dall’infanzia. Anche Penelope, per l’autrice, è “una vecchia signora, dall’animo contorto, incattivita dalle disgrazie”; tutt’altro che la dolce consorte, fedele e paziente. Ulisse fa strage di loro, che avevano rispettato la sua sposa per così tanti anni, massacra pure le ancelle. “Perché Ulisse questa strage?– gli domanda Centanni ‒ Bastava che dicessi: il vostro Re è tornato”. Ulisse tornato non è l’Eroe, non è il Re, ma “un reduce incarognito, un demente, assetato soltanto di sangue e di strage”.

In questa chiave riavvolgi la sua vita e lo rivedi disertore e traditore, ingannatore e infame, infido e vile in battaglia, calunniatore e corruttore, pronto a sacrificare vite per la sua navigazione, seduttore che abbandona, impietoso coi nemici e pure con gli amici e chi lo ama. Non c’è che dire, quel che Monica Centanni scrive in questo saggio ‒ lucido, essenziale, privo di ridondanza retorica o di malattualità retroattiva ‒ è terribilmente vero e basato sulla narrazione di Omero, mica sulle maldicenze e le supposizioni dei posteri: Ulisse è una carogna.

Però al Mito di Ulisse non sai, non vuoi rinunciare. E allora arrivi alla conclusione che i miti non vanno giudicati con il metro degli umani, non vanno passati sul filo della giustizia e della morale. Il mito va al di là degli stessi protagonisti, tocca l’ordito misterioso del destino, che in fondo ha usato anche Ulisse. Amor fati.

D’altronde l’uomo Ulisse, secondo Omero, aveva preferito la vita mortale di Itaca, l’isola petrosa, alla vita immortale di Ogigia, l’isola beata. La damnatio “storica” non esclude l’apoteosi mitica. Fu saggio Dante quando mandò all’inferno Ulisse per le sue malefatte; ma trattandolo da eroe, affascinato dal suo mito. La sua vicenda “personale” merita l’inferno; il suo viaggio favoloso, invece, ci porta in paradiso, seppure ai paradisi perduti dell’infanzia perenne.

MV, La Verità (28 settembre 2021)

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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