Una pagellina per ricordare il beato Berlusconi 

Ai miei tempi, come dicevano i vecchi di una volta, nel giorno del trigesimo si distribuivano nella messa in suffragio del defunto morto trenta giorni prima, le pagelline, che alcuni chiamavano vezzosamente luttini. Riportavano simboli e figure religiose in copertina, poi all’interno si aprivano con l’immagine del defunto e nella pagina accanto un breve, affettuoso ricordo. Infine una preghiera nell’ultima facciata. Domani è il trigesimo di Silvio Berlusconi e non riesco a immaginare una pagellina su di lui; al più un video-book, con voce, battuta e risata preventiva. Anche da morto organizzerebbe tutto lui. 

A trenta giorni dalla sua morte, dopo l’ultima curiosità del testamento e la rassegna dei beneficiati, scende il velo dell’oblio. Certo, difficile dimenticare chi ha lasciato eredità così imponenti, imperi editoriali, forze politiche e sparsi lasciti in vari ambiti, con una famiglia numerosa che farà ancora risuonare il nome di Berlusconi. Però la pagellina che vorremmo fare noi, è sull’impronta che Berlusconi ha lasciato non dirò sulla storia d’Italia ma nelle cose che ha fatto. Del personaggio ha fatto una commedia pimpante Pietrangelo Buttafuoco, che ha cantato e decantato la sua vita scrivendone, come lui dice, il panegirico. Azzeccato il titolo, Beato lui (ed.Longanesi). Ma a me poi viene la domanda seguente che esula dalla “cicalata” di Buttafuoco: beato lui, ma beati pure noi ad averlo avuto alla guida dell’Italia? Non mi riferisco agli eredi, ai beneficiati, ai tanti che devono dir grazie a Berlusconi; perché lui, a differenza di altri grandi magnati, ha elargito beni in lungo e in largo, a volte anche in modo esagerato e improprio. Non credo si possa dire altrettanto dei grandi “padroni” trapassati (non dirò passati a miglior vita perché non so dove siano finiti e non è facile aver miglior vita dopo aver fatto i nababbi in terra). Però, la domanda non è riferita a coloro che ebbero la ventura di lavorare, divertirsi, intrattenersi, col favoloso Cavaliere. Ma agli italiani. 

Se penso al suo ruolo politico e soprattutto di uomo di stato, dovrò deludere tanto i nemici di Berlusconi che i suoi devoti: Berlusconi non ha lasciato grandi segni, memorabili riforme, svolte radicali, cambiamenti istituzionali e sociali, grandi opere; né in termini di grandezza, come lui invece vantava, né in termini di rovina, come invece accusavano i suoi nemici, che vedevano profilarsi con lui un regime autocratico. Qualche benemerenza, qualche errore, e poco altro. Non passa alla storia Berlusconi come statista, mentre il personaggio Berlusconi è stato sicuramente il più grande della sua epoca, e senza alzatacchi. Nei momenti decisivi o tempestosi, Berlusconi non ha pensato alla storia (e molti diranno menomale) né ha pensato da statista; ha pensato al suo Ego, alle sue aziende, al suo patrimonio, alle sue residenze, alla sua sopravvivenza politica e giudiziaria. Certo, se il termine di paragone sono gli altri politici, antagonisti e alleati, non c’è partita, la coppa del campione la vince lui, senza gara. Ma se giudichiamo la sua impronta politica, beh, allora no. Anche dove ha avuto buone intuizioni, per esempio in politica estera, non è riuscito a portarle avanti, è stato avversato e castigato. 

Sul piano poi delle idee, dei valori, dell’egemonia culturale non ha nemmeno ingaggiato la battaglia; ha seguito un po’ la linea della vecchia Dc, lui occupandosi al più di intrattenimento televisivo ma abbandonando il campo alla sinistra sul piano culturale. Anche nel suo ruolo di principale editore italiano; onore al suo spirito liberale ma nessuna visione culturale è stata opposta. A parte l’anticomunismo e la difesa delle libertà soprattutto economiche; per molti, magari, basta già questo. Ma se parliamo di visione, di idee, di cultura politica e civile, nessuna traccia. 

Qui entra in gioco il ruolo che ha avuto a livello televisivo il cosiddetto berlusconismo, definita “egemonia sottoculturale” (Massimo Panarari). Cosa è stato il modello berlusconiano? Da una parte divertimento, ricreazione, consumi, quiz, film, pubblicità a più non posso, drive in, grasse risate e belle gnocche, una specie di americanizzazione, prodotta da un imprenditore che pure in politica veniva definito Arcitaliano. Dall’altra programmi tv, a partire da quelli di Maurizio Costanzo e di Maria De Filippi, format importati, tipo Grande Fratello o Isola dei famosi, che contribuivano a far nascere un’Italia agli antipodi dello storytelling politico del centro-destra (family day, mondo cattolico, italianità, radici locali, valori tradizionali). Un po’ diversi nelle sue reti, furono i programmi d’informazione, con voci dissonanti. Ma ora, alla morte del Cavaliere, si annuncia un largo riciclaggio della sinistra Rai in Mediaset, a suon di soldi.

La sua tv ha contribuito non poco al volto e all’anima dell’Italia presente. Il berlusconismo come fenomeno televisivo è stato un po’ la smentita di Berlusconi leader del centro-destra. Mancava anche in questo caso l’anello di congiunzione: l’elaborazione di un progetto, una visione culturale. Prevaleva invece una visione commerciale: l’importante è vendere, allargare il target, sia dei consumatori che degli utenti televisivi e degli elettori. Va’ dove ti porta il cliente. Allegria. Niente passato o futuro, solo presente.

La prevalenza commerciale ed egocentrica del berlusconismo oscurò la possibilità di diventare fenomeno storico, con un’incidenza politica e culturale. Fu fenomeno di costume, in certi casi di malcostume. Fu la rivincita degli anni ottanta sugli anni settanta, gli anni del privato, delle tv commerciali e dell’edonismo godereccio sugli anni di piombo, del collettivismo e delle cupe ideologie. Poi venne l’era dello smartphone e dei social e anche la neoItalia delle tv berlusconiane fu un po’ superata.

Silvio Berlusconi ebbe vita beata e tormentata, piena di ricchezze, nemici e agguati; voleva piacere, ricevette odio. Fine della pagellina di Silvio Buonanima, professione seduttore, in politica, commercio e vita privata.     

 
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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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