Rovesciare il ’68

Book Cover: Rovesciare il '68

Il '68 ha fatto i figli e perfino i nipoti. È andato al potere ed è diventato conformismo di massa, anzi, sostiene Marcello Veneziani, canone di vita. Ha creato luoghi comuni e nuovi pregiudizi, codici ideologici, da rispettare implacabilmente per essere ammessi al proprio tempo, come il politically correct. Ma nel 2008, quarant'anni dopo, i sessantottini cominciano a farsi sessantottenni, ed è forse giunto il momento di fare i conti con la loro opera e la loro eredità. Questo viaggio nella "piccola preistoria" degli attuali pregiudizi è compiuto con spirito omeopatico: un veloce insieme di schizzi e frammenti, di flash e immagini, foto di gruppo e istantanee di pensiero. Uno zapping lampeggiante animato da un triplice progetto: descrivere in breve cosa fu il '68, narrare cosa resta e quali sono le sue rovine oggi ingombranti e, infine, capovolgere il '68 attraverso l'uso creativo e trasgressivo della tradizione.



“Jan Palach fu l’unico sessantottino che scontò la protesta sulla propria pelle. Gli altri incendiarono il mondo pensando a se stessi, lui incendiò se stesso pensando al mondo. Entrambi amarono la libertà in modo diverso. Lui affrontò i carri, gli altri la carriera”.

“Il ’68 fu un movimento di liberazione ma non di libertà. La liberazione implica il desiderio di emanciparsi anche dalla propria identità, dall’appartenenza a una famiglia, a un luogo, a una lingua, a una religione, a una civiltà, a ogni tradizione. La libertà piena, invece, implica la responsabilità e il dovere, persegue un fine, esige il rispetto degli altri, si coniuga con la tradizione, riconosce il merito personale e la realtà. L’opposto del ’68. È libertà per l’essere e non per disfarsi dell’essere”.

“Ci vorrebbe un Sexaginta octo per rilanciare il latino cancellato dal 68 e dintorni. Riaffiora il latino in Chiesa e la mente va a Cristina Campo e Jorge Luis Borges che difesero invano l’ordo missae; e poi torna nella mente la prima infanzia. Era l’ultima messa in latino nella cattedrale del mio paese, con un’offerta di venti lire per sedere nel coro, a fianco di mio padre. Ho ancora negli occhi, nel naso e nelle orecchie, la bellezza di questo rito, il profumo dell’incenso, il mistero di quelle parole. Ti sentivi connesso alla rete del Signore. Il prete si rivolgeva a Dio e non gli dava le spalle per compiacere i fedeli come se la messa fosse un’assemblea condominiale o un comizio per cercare consensi; le parole sussurrate e antiche, il mistero di quelle formule, i canti gregoriani, promanavano il sacro e avvicinavano al Signore. La messa non è una soap opera, non è necessario capire le parole; è un rito di comunione con Dio e non un foglio d’istruzioni per montare una lavatrice. Chi dice che il mistero di quelle parole serviva per sottomettere il volgo al dominio del clero non si rende conto di quanti linguaggi iniziatici e d esoterici è infarcito il gergo corrente, dalla tecnologia alla finanza, dai misteri criptati di un computer ai labirinti fiscali. La casta sacerdotale ha lasciato l’egemonia alla casta dei tecnici, burocrati e commercialisti. Ciascuna setta ha il suo latinorum”.

Anno di pubblicazione: 2008
Editore: Mondadori
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