Evitate l’accanimento terapeutico

Potrà anche trascinarsi nei giorni il governo ectoplasma del Conte Fregoli, ma la formula del grillosinistrismo è finita, fallita, abortita sul nascere. Neanche due mesi e il governo è Pulvis et Umbria, polvere e ombra di sé stesso.

Non è solo questione di bocciatura in Umbria, e nemmeno dei numeri vistosi con cui è stata bocciata; ma quell’alleanza non ha respiro né prospettiva, come sa larga parte dell’ex popolo grillino, buona parte della sinistra stessa, più i renziani, scampati al naufragio nel partito Italia Viva per Miracolo; si sono infatti salvati in extremis tirandosi fuori dal funerale elettorale giallorosso.

Dunque, cerchiamo di dare un senso politico a quel che è accaduto nel giro di tre mesi. Due formule politiche sono state bruciate in così poco tempo.

Ci eravamo lasciati prima di agosto con uno schema politico netto e nuovo: populismi contro oligarchie, ovvero due movimenti critici verso l’Europa e l’Establishment che si alleano e governano l’Italia attraverso un contratto. Poi il colpo di testa d’inizio agosto, l’alleanza crolla da un giorno all’altro per volere di Salvini. Finisce l’esperienza degli etero-populismi al governo e nasce a sorpresa l’alleanza grillo-sinistre, che include ex-comunisti, dem e renziani. Ovvero, il partito oligarchico che più rappresenta l’establishment, il Pd, si allea con il movimento populista che più esprime il “destablishment”, cioè la destabilizzazione. Formula inedita, senza precedenti, a parte le valutazioni di etica e di affidabilità. La sintesi della formula è assegnata allo stesso attore del film precedente, un avvocato trasformista senza scrupoli che rende i grillini una gelatina mezza dc, mezzo Pci, un mezzo partito radicale, verde, bergoglioso ed europeista. Nasce così l’alleanza tra la setta di Grillology e la Cupola della sinistra di potere. L’incredibile svolta viene salutata con favore dall’Europa perché vede la belva grillina addomesticata dall’eurosinistra di Palazzo. E soprattutto vede estromesso Salvini, la Bestia nera. L’unico vero punto di forza di quel governo, l’essenza stessa della sua manovra finanziaria, è la riduzione dello spread, ovvero un fattore che non dipende dall’azione di governo, dai tagli annunciati o dalle politiche adottate, ma è solo un atto di fiducia apriori e di benevolenza dei mercati per un governo di badanti al servizio dell’Eurocrazia. Ma non si fa in tempo a capire il senso della svolta, che il suo fautore, Matteo Renzi, esce dal Pd, rassicura che nulla cambierà per il governo ma comincia già a stringere al collo la cravatta di Conte.

Ora, il colpo di grazia di Perugia annuncia che un’alleanza di questo tipo non piace agli italiani, non piace agli ex elettori grillini, non piace nemmeno a sinistra. È asfittica, non ha futuro, non si può replicare altrove, ma soprattutto non ha futuro a Roma. Conte finge che tutto procede bene perché non vuol svegliarsi dalla favola, ma la formula grillo-comunista è crollata già in fase di collaudo. Non ci sono più le condizioni per trascinarla ancora. Se fossi Mattarella proverei a dirlo, anche nel loro interesse, se non vogliono andare a schiantarsi e con la colpa del pilota.

Nel frattempo, però, tomo tomo cacchio cacchio stava rinascendo il bipolarismo e il centro-destra ritrovava la sua unità a ruoli invertiti. Due sovranisti più un sovrano deposto (o decomposto, secondo molti) rifondano a Roma, in piazza S. Giovanni, l’alleanza del destra-centro a guida salviniana. Per il momento anche i mal di pancia in seno a Forza Italia dei contrari all’egemonia salviniana, vengono assopiti dalla fretta di salire sul carro del vincitore. Non ha senso scegliere di andare coi perdenti nel momento in cui si profila una vittoria su tutte le ruote seppur con un leader sovranista e una viceleader idem con patata.

Ora però in che situazione ci troviamo? Il bipolarismo oggi non c’è perché si erige un blocco politico forte sul versante destro ma dall’altra parte c’è la mucillagine grillina, che va raccolta col cucchiaio dopo l’esplosione, c’è la maschera ridente di Zingaretti copre un partito acefalo; e c’è al contrario il partito macrocefalo di Renzi, tutta testa e poco corpo elettorale. Il Pd somiglia a quei paesi che sotto il loro nome sul cartello d’ingresso scrivono comune denuclearizzato; il Pd è un partito dematteizzato, cioè avverso ai due Mattei. Non ha altri segni particolari. Insomma c’è a destra un’alleanza di una certa omogeneità e compattezza, soprattutto nell’elettorato prima che nei tre leader; a cui si oppone un arcipelago dimomentaneamente al governo, ma con avviso di sfratto.

Se dovessi dire le cose che mancano o che non vanno del centro-destra farei sera, facciamo prima a dire le cose che lo rendono comunque preferibile ai suoi avversari: ha più senso pratico, più senso comune, maggiore aderenza alla realtà, all’Italia e agli italiani. Meno velleità ideologica, meno spocchia ipocrita e correttiva, meno subalternità ai potentati. E soprattutto meno disprezzo per gli italiani, le loro famiglie, la loro civiltà e le loro tradizioni, meno accanimento fiscale, meno xenofilia e demagogia dell’accoglienza. Non è tanto, ma basta per fare la differenza e spiegare il suo maggiore consenso. Intanto, è dannoso per tutti tirarla per le lunghe. Staccate la spina al governo, evitate l’accanimento terapeutico.

MV, La Verità 29 ottobre 2019

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