Fraticelli d’Italia torniamo a San Francesco

Ai miei tempi il 4 ottobre era festa a scuola e in giro. Non facevi in tempo a tornare a scuola il 1° ottobre che il terzo giorno San Francesco ti resuscitava dai banchi e ti restituiva agli ultimi bagliori di settembre.

Era la vera festa nazionale condivisa perché San Francesco è l’unico italiano che mette d’accordo tutti, credenti e laici.

Piace ai cattolici, naturalmente, perché è santo, converte alla santità e alla carità, è cristianissimo, ha pure le stimmate. Non dispiace ai filo-islamici perché dialogava col sultano e i seguaci di Allah al tempo delle Crociate.

Piace ai comunisti, socialisti e loro derivati perché è coi poveri e i bisognosi ma il suo è l’unico comunismo che ammiriamo tutti, perché è volontario e personale, scontato sulla propria pelle e non imposto con la violenza da una dittatura.

Piace ai mistici e ai credenti perché la sua scelta di povertà non nasce da pauperismo ideologico o da rivolta sociale ma è una rinuncia ai beni del mondo, spogliarsi di tutto per entrare nudi e puri nel regno dei cieli al cospetto di Dio.

Piaceva ai fascisti e ai nazionalisti perché è il Santo Patrono d’Italia e Mussolini lo definì “il più italiano dei santi, il più santo degli italiani”, esaltando in lui lo spirito di rinuncia e dedizione, fino a diventare un modello di sacrificio per l’Autarchia.

Piace ai laici perché era in conflitto col potere clericale e fu a suo modo un obiettore di coscienza; piace ai pacifisti anche non credenti, che non a caso marciano su Assisi, da Aldo Capitini in poi e piace a tutti i dialoganti con altre fedi.

Piace alle femministe perché aveva un rapporto paritario nella santità con Chiara. Piace agli ambientalisti, ai salutisti e agli animalisti perché fu il primo a difendere la Natura, cantare il creato, amare l’acqua, la terra e parlava con gli animali secoli prima della Brambilla.

Piace ai critici del consumismo, è un esempio vivente di decrescita felice. È il perfetto testimonial per i sacrifici imposti dalle crisi, modello di lieta austerity con lo spirito del giullare di Dio.

E mette d’accordo tutti perché non è padano, non è terrone, non è romano, ma cammina per tutta l’Italia, a nord e a sud.

È il precursore di tutti i ribelli e i viandanti, andò on the road prima di Kerouac e dei vagabondi del Dharma; è un irrequieto alla Chatwin, è il Siddharta nostrano e cristiano, senza rifarsi a Buddha e a Hermann Hesse. Unisce fedi, culture, generazioni, pensieri opposti, cammini divergenti.

Francesco fu forse il primo poeta italiano, e il suo Cantico, il suo Laudato sì mio Signore, è una gioiosa accettazione della vita, del creato e pure della morte – sora nostra Morte corporale; è la versione cristiana dell’Amor fati.

Celebrò in semplicità e in povertà le nozze tra il naturale e il soprannaturale.

Chesterton, nel libro che gli dedicò, definì Francesco un innamorato di Dio e degli uomini, ma non era un filantropo. Perché l’amore per gli uomini era in lui il riflesso dell’amore per Dio e si estendeva alle altre creature. Non a caso un gesuita astuto e piacione come Bergoglio ha scelto il suo nome come Papa. E fu subito successo, prima ancora di farsi conoscere.

Allora, Fraticelli d’Italia, perché non ripartire da San Francesco? Il Santo di Assisi ci unisce, il Papa omonimo ci divide.

MV, Il Tempo 4 ottobre 2017

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