Il mondo che verrà dopo il virus

È possibile tentare una riflessione politica sull’effetto virus? È vero, siamo in balia dell’Imponderabile, troppi misteri e troppe variabili rendono totalmente incerto, aleatorio, lo scenario mondiale. Ma qualcosa si delinea. Cominciamo dalle più evidenti. La parola chiave del momento è limitare o isolare. Limitare gli spazi, i contatti, le libertà, i movimenti, i confini. È l’input opposto alla globalizzazione, ai precetti sullo sconfinamento totale, alla libertà come assenza di limiti. Viviamo gli effetti collaterali della globalizzazione, le controindicazioni dello sconfinamento come diritto assoluto. Inevitabile corollario è il ruolo centrale che torna ad acquisire lo Stato nazionale e sovrano. Le frontiere, le barriere, l’autarchia. Ah, i muri, i deprecati muri, se non ci fossero quelli a salvaguardarci nelle case…

In Italia i tg decantano ogni giorno con toni da propaganda di regime, il modello italiano imitato in tutto il mondo e dall’altro esaltano il rinato orgoglio nazionale. Per cominciare, sul “modello italiano” andrei cauto perché innanzitutto è importato dalla Cina, è il modello Wuhan. In secondo luogo non nasce da una tempestiva profilassi nazionale ma dall’emergenza di un paese che è il più contaminato del mondo, con più vittime, almeno finora, e dunque il coprifuoco è conseguente a una situazione eccezionalmente negativa. In terzo luogo siamo ancora agli inizi ed è presto per azzardare un bilancio positivo della via adottata in Italia; semmai studierei il modello Corea che ha contenuto in 80 morti il focolaio partito forse prima che in Italia, rispetto al nostro con migliaia di vittime. Infine la forza del nostro modello poggia sulla dedizione di medici e infermieri e sullo “state a casa” a tutti gli italiani, col crollo di ogni attività. I rimedi adottati sono primitivi: stare a casa, lavarsi le mani, stare distanti. Ma sul piano pratico, strategico e sanitario, dalle strutture ospedaliere fino alle mascherine e ai tamponi, siamo in grave affanno e confusione.

Sul tema dell’orgoglio nazionale ritrovato vorrei dar ragione a chi vede un rinato amor patrio, così come vorrei elogiare il forte senso di responsabilità civica degli italiani nel rispettare le sanzioni senza protestare. Ma la molla principale del nostro comportamento è un umanissimo senso di autoconservazione, un sano egoismo teso alla difesa individuale e familiare, che sommandosi diventa collettiva. L’orgoglio nazionale non mi pare preminente. Quel che invece riemerge di positivo è la percezione comune di essere tutti sulla stessa barca, e dunque la necessità di salvarsi insieme; da qui sorge, su basi biopolitiche, una certo sentire la comunità cittadina e nazionale come un corpo, un organismo in cui, per dirla con Menenio Agrippa, ogni parte è interdipendente, legata rispetto alle altre. Un comunitarismo biologico, naturale, organicistico. Siamo parte del corpo ferito chiamato Italia, ci sentiamo membra, e non solo membri, di uno stesso organismo. È matriottismo più che patriottismo; viscerale, protettivo, materno. Quanto ai canti dai balconi nascono dalla voglia di giocare, socializzare, fare ammuina, sdrammatizzare; reazioni simpatiche ma c’entra poco l’orgoglio nazionale.

Di contro, il rischio che sembra affacciarsi in questa fase è l’insorgere di un pericoloso, e pur esso naturale, darwinismo sociale: che si salvino i più adatti, i più giovani, più forti e più produttivi. Pericolosa deriva di ogni tragedia collettiva, che parte dal “si salvi chi può” e arriva ad accettare un cinismo di stato oltre ogni misura di realismo.

Il pericolo di fondo che agita questi momenti speciali di restrizioni è, insisto, l’avvento di una dittatura sanitaria sull’onda di epidemie e pandemie, che pilotando i contagi e la paura riduca i cittadini in sudditi agli arresti domiciliari, privati della possibilità di dissentire, proni a ogni sospensione delle libertà, della democrazia e dei diritti più elementari pur di garantirsi la sicurezza e la salute. Un rischio reale, in prospettiva, di tipo nazionale o sovranazionale. Sullo sfondo assume altre forme il pericolo cinese e la sua influenza globale.

Ma tornando a oggi, il primo effetto politico del virus è il vistoso franare dell’Unione europea e la sua impotenza a fronteggiare la realtà e l’emergenza. L’assenza di solidarietà e di strategia unitaria è impressionante; solo la manovra economica in extremis ha dato un segno di vita. L’unica via di salvezza per l’Europa è ripensarsi come area protetta e sovrana rispetto all’esterno; coesa e unitaria sulla difesa militare, la sicurezza internazionale, la politica estera, i flussi migratori, il commercio mondiale e la concorrenza globale. E al suo interno invece confederale, riconoscendo la sovranità territoriale e nazionale degli stati. Si tratta cioè di rovesciare il guanto europeo e trasformarla da struttura introversa, coattiva verso i suoi membri e inerme verso il mondo esterno, in una struttura estroversa, che garantisce le differenze nazionali e locali all’interno e invece si compatta all’esterno, con una sola voce rispetto al resto del mondo. Sul piano economico è inconcepibile che l’Europa funzioni come una “livella” su realtà economiche e tessuti sociali diversi e poi sia incapace di armonizzare per esempio i sistemi fiscali e pensionistici al suo interno, così che ci sono paesi strozzati dalla pressione fiscale come il nostro, e paesi dove è lieve il prelievo. E poi pretende di far rispettare i parametri…

Insomma, l’effetto virus potrebbe produrre mutamenti politici radicali, sia positivi che negativi. Ma su tutti grava un’incognita gigantesca: l’impatto del collasso economico derivato dal virus. Come si trasformeranno il capitalismo e i rapporti di forza nel mondo, tra miseria diffusa, forme di comunismo assistenziale tramite redditi di cittadinanza per tutti, statalismo e autarchia? Lampi di guerre all’orizzonte.

MV, La Verità 20 marzo 2020

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