Il passaparola è: addomesticare i sovranisti

Ci risiamo. È ripartita la campagna per addomesticare i sovranisti, assorbirli e neutralizzarli nell’establishment, accucciarli all’ombra del potere. A partire da Capitan Salvini che vogliono trasformarlo in Capitan Findus, una specie di surgelato fritto, un tenero bastoncino di pesce. Ormai è un pendolo: prima delle elezioni, media e poteri presentano le opposizioni populiste come il peggio del peggio, si disegnano scenari terribili in caso del loro successo, ben riassunti dall’acuto Zingaretti: se foste stati al governo voi saremmo tutti morti col covid. Ammazza che lucido ed equilibrato argomentare… E nessuno dai Palazzi che gli abbia obbiettato: dai su, ora stai un po’ esagerando.

Poi, quando è scampato il pericolo del voto ed è finita la campagna elettorale comincia l’operazione inversa: su, sovranisti, deponete le armi e gli scarponi, venite in ginocchio, fatevi mansueti come il lupo di Gubbio. La trafila di parole chiave e di raccomandazioni è ben nota: moderati, liberali, svoltate al centro, tornate in Europa, dite sì al Mes e no alla Le Pen, arrendetevi ai popolari, giocate alla playstation cioè alla rivoluzione liberale. E la prassi vuole che prima vengano fuori sui media i dissensi e i malumori interni ai populisti sovranisti, veri o presunti; poi si monti il maldipancia vero o presunto dei Giorgetti e degli Zaia, carpendo frasi al volo per costruire il teoremino della svolta. E subito dopo parte l’ondata: su, moderatevi, fate i bravi cioè gli europei, fate i buoni, cioè i centristi. Arriva l’autunno, mettetevi la maglia di lana, rientrate a capo chino nella Casa. Non vedete Di Maio come è diventato tenero e prono, alza la zampina a comando e gli diamo lo zuccherino.

Ora, bisogna dire due cose: l’anno del Covid, la paura diffusa per il contagio e per la crisi economica, il rinato assistenzialismo di Stato, hanno rafforzato il governo e indebolito le opposizioni. In effetti, c’era poco da fare per chi era all’opposizione, poco da dire; e quel poco magari non è stato poi detto e fatto molto bene, però era difficile in una situazione del genere. Se attacchi il governo sei considerato dalla parte della pandemia, indebolisci le difese immunitarie della nazione, remi contro il tuo paese in difficoltà, e finisci nel girone infernale a cui è stato dato un nome infernale: negazionisti.

Se cominci invece a collaborare col governo, a stemperare i toni, ad allinearti alle sue disposizioni, ti ammosci, perdi visibilità e spegni il dissenso, insomma t’indebolisci. Perdi il consenso popolare ma guadagni l’assenso del potere, cioè dell’establishment, magari in vista d’una maggioranza da governo istituzionale…

Appena vedono prospettarsi questa ipotesi, le solerti crocerossine del sistema – i giornaloni, i loro funzionari e le fabbriche del consenso – cominciano a tifare per la trasformazione del lupo populista in agnello popolare e per la mutazione genetica della rivoluzione sovranista in rivoluzione liberale; una chimera che da cent’anni fa capolino nella politica senza mai planare nella realtà.

Ora, torno a dire che la questione per le opposizioni, i sovranisti, il centro-destra, non è quella di diventare moderati o di restare radicali, di darsi al centrismo o al sovranismo. La questione non è di essere più duri o più morbidi, più cazzuti o più duttili; la questione vera è diventare più affidabili. È quello il problema, il nodo cruciale. Affidabili. Passare dalle grida e gli slogan, i cavalli da corsa elettorale e i tribuni della plebe, a una seria proposta di governo nazionale e di amministrazione locale con persone serie. Senso dello Stato. Non si possono candidare militanti di sezione, sprovveduti pretoriani e inesperte signorine; ma non funziona nemmeno candidare tranquilli moderati e centristi di lungo corso. Se manca un programma vero di governo, oltre i volantini elettorali, se manca una classe dirigente e si punta solo sui propagandisti, se non si avverte alcuno sforzo per formare e selezionare candidati civici ma anche politici e amministratori in grado poi di governare, è tempo perso.

Per non restare nel vago delle esortazioni, faccio un esempio. Il centro-destra allo stato attuale governa quindici regioni su venti. Perché non partire da lì per formare una specie di coordinamento, una cabina di regia, un laboratorio di governo? Mi azzardo a dire: se quindici qualificati rappresentanti delle quindici amministrazioni regionali, insieme con tre qualificati rappresentanti delle tre forze della coalizione, e altrettanti esponenti civili, sociali, economici e culturali dessero vita a un organismo permanente che avesse tre funzioni: a) suggerire alle 15 regioni linee comuni, iniziative comuni, programmi comuni in vari ambiti; b) scovare, valorizzare e poi magari formare e selezionare, politici e non, che possano essere lanciati nelle prossime esperienze di governo o elettorali; c) assumere il ruolo di governo-ombra rispetto a quello in carica, con ministri ombra e proposte alternative, come si dovrebbe fare in una seria democrazia dell’alternanza.

Scottato dall’esperienza grillina, il paese ha bisogno di una forza di governo che dica: abbiamo i Mille che governeranno l’Italia, i settori vitali, le regioni e le città. Gente qualificata, con curricula notevoli o giovani brillanti, insomma affidabili. Piuttosto che i bagni di folla, i congressi per acclamare, i tweet e gli show, perché non cominciate davvero a fare politica, cioè a pensare come e con chi governare il paese, e come poi raccontarlo, con quale cultura e quale linguaggio? Altrimenti passano gli anni e sarete sempre colti alla sprovvista da ogni evento, scadenza, appuntamento di governo: allora o vi mettere a gridare per darvi tono, agitate le acque e rimandate l’assunzione di responsabilità, o vi accucciate al primo draghi che passa il convento.

MV, La Verità 11 ottobre 2020

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