Imparate da San Francesco

Abbiamo avuto nella storia della Chiesa ben cinque papi francescani ma nessuno di loro osò chiamarsi Papa Francesco; lo ha fatto solo un astuto gesuita, il primo della Compagnia a diventare Papa. Vorrà pur dire qualcosa…

San Francesco è l’unico italiano che mette d’accordo tutti, credenti e laici e altri ancora. Piace ai cattolici, naturalmente, perché è santo, converte alla santità e alla carità operosa, è cristianissimo fin nella carne, ha pure le stimmate. Piace ai filo-islamici perché dialogava col sultano e i seguaci di Allah al tempo delle Crociate. Piace ai comunisti, socialisti e loro derivati perché è coi poveri e i bisognosi ma il suo è l’unico comunismo che ammiriamo tutti, perché è volontario e personale, scontato sulla propria pelle e non imposto con la violenza da una dittatura poliziesca e da un Partito-Totem. Piace ai mistici e ai credenti perché la sua scelta di povertà non nasce dal pauperismo ideologico o dalla rivolta sociale, oggi diremmo anarco-insurrezionale; ma è una rinuncia ai beni del mondo, un mite e disarmato spogliarsi di tutto per entrare nudi e puri nel regno dei cieli al cospetto di Dio. Piaceva ai fascisti e ai nazionalisti perché è il Santo Patrono d’Italia e Mussolini lo definì “il più italiano dei santi, il più santo degli italiani”, esaltando in lui lo spirito di rinuncia e dedizione, fino a diventare un modello di sacrificio per l’Autarchia, quando l’Italia dovè arrangiarsi con la roba che aveva in casa.

Piace ai laici perché era in conflitto col potere clericale e fu a suo modo un obiettore di coscienza; piace ai pacifisti non credenti, che non a caso marciano su Assisi, da Aldo Capitini in poi e piace a tutti i dialoganti con altre fedi. Piace alle femministe perché aveva un rapporto paritario nella santità con Chiara. Piace agli ambientalisti, ai salutisti e agli animalisti perché fu il primo a difendere la Natura, cantare il creato, amare l’acqua, la terra e parlava con gli animali secoli prima della Brambilla. Piace ai critici del consumismo e perfino ai grillini, è un esempio vivente di decrescita felice. È il perfetto testimonial per i sacrifici imposti dalle crisi, modello di lieta austerity con lo spirito del giullare di Dio. E mette d’accordo tutti perché non è padano, non è terrone, non è romano, ma è umbro e vagò per tutta l’Italia, a nord e a sud.

È il precursore di tutti i ribelli e i viandanti, andò on the road prima di Kerouac e dei vagabondi del Dharma; è un irrequieto alla Chatwin, è il Siddharta nostrano e cristiano, senza rifarsi a Buddha e a Hermann Hesse. Unisce fedi, culture, generazioni, pensieri opposti, cammini divergenti ma non nel segno del progressismo; nel segno del Medioevo. Francesco fu forse il primo poeta italiano, e il suo Cantico, il suo Laudato sì mio Signore, è una gioiosa accettazione della vita, del creato e pure della morte – sora nostra Morte corporale; è la versione cristiana dell’Amor fati e dell’accettazione amorosa dei nostri limiti e della nostra finitudine. Francesco celebrò in semplicità e in povertà le nozze tra il naturale e il soprannaturale, tra l’uomo e Dio.

Chesterton, nel libro che gli dedicò, definì Francesco un innamorato di Dio e degli uomini, ma non era un filantropo. Perché l’amore per gli uomini era in lui il riflesso dell’amore per Dio e si estendeva alle altre creature. Quel gesuita astuto e piacione di Bergoglio scelse il suo nome come Papa con grande fiuto del marketing religioso e populista. E fu subito successo, prima ancora di farsi conoscere. Perché non ripartire allora da San Francesco per cercare di ricucire quest’Italia (e questa Cristianità) spaccata in due, divisa da puro odio e disprezzo? Il Santo di Assisi ci unisce, il Papa omonimo ci divide.

MV, 4 ottobre 2019

 

 

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