Lo strano caso dell’Italia antiamericana

Ora che soffia da noi, sull’onda della guerra in Ucraina, un americanismo servile e intollerante, vorrei ricordare cosa è stato in Italia l’antiamericanismo, che era soprattutto di sinistra, ma anche in parte di destra e cattolico. Gli antiamericani accusavano gli Usa delle stesse cose che oggi i loro eredi filoamericani accusano Putin: guerre d’aggressione, imperialismo, bombardamenti sulle popolazioni civili, ad esempio in Vietnam.
Il manifesto dell’antiamericanismo lo realizzò Renato Guttuso: era il tempo della guerra in Vietnam e il pittore, allora comunista militante, donò al Pci un poster sulle bombe americane sganciate sulle popolazioni vietnamite che diventò un manifesto murale per le sezioni comuniste. Omise solo un particolare: quel manifesto lo aveva già realizzato un ventennio prima per l’Italia fascista in guerra contro i bombardamenti anglo-americani sulle popolazioni civili italiane, durante la seconda guerra mondiale, ideato per una rivista fascista e usato dalla propaganda del regime. Il pittore siciliano riciclò vent’anni dopo lo stesso manifesto per il partito di Togliatti. E il 25 aprile del 1967, a Mestre, la Festa della Liberazione divenne l’occasione per una manifestazione antiamericana: ci fu un corteo di bandiere rosse e slogan comunisti e pacifisti contro la guerra in Vietnam, chiuso da un comizio di Guttuso e di Giorgio La Pira, il pio sindaco democristiano di Firenze, a cui seguì una fiaccolata notturna per le vie della città. L’America era il nuovo fascismo come ora dicono di Putin…
Ricordo il manifesto fascio-comunista di Guttuso oggi che la sinistra venuta dal Pci, la destra venuta dal Msi, i cattolici venuti da La Pira e Dossetti, sono allineati dietro gli States, le armi e la Nato.
L’antiamericanismo non fu solo di sinistra e di destra. Ma fu anche cattolico, e non solo nel filone dossettiano: avversavano la potenza muscolare americana, il suo relativismo e il suo mercantilismo, il suo rampante individualismo e capitalismo, il mito consumista. Ma anche alcuni filoni del liberalismo continentale europeo furono radicalmente critici verso l’americanismo: per esempio Ortega y Gasset, filosofo spagnolo liberale, repubblicano, antifranchista, vedeva nell’americanismo una nuova barbarie di massa, un primitivismo su basi tecnologiche e mercantili e un primato della volgarità di massa sulla civiltà europea.
L’Italia è un paese assai strano se si pensa che da una parte il 90% delle forze in campo nella prima repubblica, dal Pci al Psi, dall’ultrasinistra all’Msi e a molta parte della Dc, coltivavano questi umori antiamericani. Ma dall’altra parte l’Italia è stato il paese più americanizzato d’Europa, nel linguaggio, nel costume, nell’imitazione fatua del modello americano, ma anche in politica estera e nell’installazione di basi Nato sul nostro territorio. Quando non ci siamo appiattiti sugli Usa, abbiamo invece coltivato aperture ambigue all’Urss e al mondo arabo in Medio Oriente. Renato Carosone di Tu vuo’ fa l’americano e Nando Moriconi interpretato da Alberto Sordi colsero meglio di complesse analisi sociologiche, l’americanizzazione nostrana.
Ma se è per questo anche il rapporto tra America e fascismo è ambiguo. Prima che montasse l’avversione al modello americano, poi acuita dalla guerra, i conati anti-americani appartenevano più agli intellettuali, alle frange estreme e alle riviste culturali che al fascismo stesso. Lo stesso Mussolini, ma anche il popolo italiano come quello americano avvertivano affinità col vitalismo fascista, il mito dell’uomo nuovo e della giovinezza, lo slancio futurista per le macchine e la velocità, l‘economia sociale del regime simile al new deal di Roosevelt, il culto dello sport, degli atleti e dei record, il primato della potenza e dell’azione. E i rapporti Italia fascista-Usa furono buoni per tanti anni, non solo per via della forte immigrazione italiana negli Stati Uniti. La trasvolata atlantica di Italo Balbo ne suggellò l’amicizia. Anche il figlio del Duce, Vittorio, amava l’America e il suo cinema, dal far west ai telefoni bianchi. E Pavese e Vittorini divulgarono la letteratura americana sotto il regime, creando disagio prima, tra i fascisti e poi tra i comunisti. Possiamo dire che nel fascismo nasce sia l’antiamericanismo che il filoamericanismo.
Dopo la guerra prevalse la schizofrenia. L’America da un verso era salutata come il baluardo dell’occidente anticomunista e antifascista, del benessere e della libertà, oltre che benefattrice col piano Marshall e protettrice con l’ombrello Nato. Ma dall’altro verso, anche per gli stessi cattolici, era vista come il principale veicolo di quel materialismo opulento, quell’ateismo pratico, quel culto dell’individualismo sfrenato. Avviene così il paradosso che l’America è benedetta nei pulpiti e maledetta in confessionale come edonismo e consumismo. Insomma, l’antiamericanismo dell’Italia democratica era trino, cioè fascio-catto-comunista. E nella parte comunista aveva uno sponsor: l’Unione sovietica. Ma c’è stato pure un filone terzomondista, filocinese e filocubano, catto-comunista ed extraparlamentare di sinistra, che fiorì dopo il Vietnam, ai tempi del ’68 e oppose i miti del Che, di Castro, di HoChiMin, di Mao, ai miti americani, tra marines, western e coca cola.
Insomma l’antiamericanismo in Italia ha bevuto da tre sorgenti: quella spiritualista e cattolica che denunciava il consumismo e vedeva in Chicago “la capitale del maiale”, per usare un’espressione di Berto Ricci; quella nazional-europea che detestava negli Usa il dominio imperialista e coloniale e la mortificazione delle identità e delle sovranità nazionali e popolari; e quella comunista, filosovietica o filocinese. Ora, invece, dopo la fiammata contro Trump, sono tornati tutti a cuccia sotto le armi di Biden. Loro stelle, noi strisce, dal verbo strisciare.

MV, La Verità (1 giugno 2022)

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