Socialisti liberali contro sovranisti comunitari

Evviva. Dopo lunga e mortificante tribolazione, arrivò la soluzione. Ecco la formula politica. La sinistra riparta dal socialismo liberale, riqualificando i ceti medi con una politica oltre lo statalismo. Lo scrive un editoriale de la Repubblica, a firma di Massimo Cacciari.

Sarebbe facile ironizzare sulla formula politica riesumata. Socialismo e liberalismo appartengono al mondo ottocentesco, poi attraversarono con alterna fortuna il Novecento. A tentare una loro sintesi cent’anni fa pensarono tre figure: Gaetano Salvemini, poi Piero Gobetti con la sua Rivoluzione liberale infine Carlo Rosselli, che fu il vero fondatore del socialismo liberale. A loro poi si ispirò il gruppo antifascista di Giustizia e Libertà e per certi versi il Partito d’Azione. Evidente l’anacronismo di una formula politica del genere, e il tratto utopistico di una proposta che già il vecchio Benedetto Croce bollò come un ircocervo, cioè una creatura immaginaria, un mostro-centauro che non si fece mai governo ma ideologia elitaria e minoritaria della sinistra e si risolse nell’antifascismo.

Per certi versi, la sua realizzazione in Italia avvenne a mezzo stampa e fu proprio la nascita de la Repubblica di Eugenio Scalfari, che servì da laboratorio per trasformare la sinistra dopo il ’68 da comunista-proletaria in radical-borghese.

Sul terreno storico e politico, il socialismo coniugato con la democrazia liberale si chiamò piuttosto socialdemocrazia o laburismo. Fu quello l’unico socialismo che si fece maggioranza e governo, soprattutto nel nord Europa.

Ma Cacciari non vuole evidentemente rifarsi a quel modello e preferisce cavalcare l’ircocervo. Per sposarsi col liberalismo, il socialismo rinuncia allo Stato e il liberalismo rinuncia alla nazione. Anzi, il socialismo si converte all’individuo e al mercato e il liberalismo si converte al progressismo e alla globalizzazione, che in origine era l’Internazionale.

Dovremmo dunque dire che il salto indietro e in aria del socialismo liberale non porterebbe da nessuna parte. Ma a differenza del ceto dirigente e intellettuale della sinistra non penso affatto che debba essere l’avversario a stabilire quale sia la sinistra buona e quale no. Ma tocca ai diretti interessati. E dunque, pur criticando i contenuti di quella formula, come è naturale, nulla da eccepire. Anzi, ben venga. Magari se la cultura politica tornasse a guidare la politica e darle una visione e un indirizzo.

Coglierei lo spunto offerto da la Repubblica e da Cacciari, per ripensare l’antagonista ideale di questa cultura politica. Al socialismo liberale dovrebbe oggi opporsi qualcosa che somigli – per restare nel linguaggio del passato – a una rivoluzione conservatrice, in grado cioè di sposare tradizione e socialità, aristocrazia e popolo, spiritualismo politico e realismo territoriale. O per usare un linguaggio più consono al nostro tempo, direi sovranità e comunità. Ove per sovranità non si intende il nuovo nome del nazionalismo o, per così dire, un populismo in stato d’erezione, ma qualcosa di diverso: cultura della decisione, della leadership responsabile, primato della politica sull’economia e la finanza, supremazia degli interessi generali su quelli oligarchici. E per comunitario s’intende una visione fondata sul legame sociale e sul senso del limite, sull’origine, l’identità e la tradizione, sulla famiglia, la comunità locale, la comunità nazionale, fino alla comunità europea. Sovranità comunitaria versus socialismo liberale. Una democrazia del genere sarebbe veramente matura, darebbe vita a un bipolarismo non meramente demagogico e opportunistico, elettoralistico, narcisistico o pura espressione di interessi personali. Faremmo un salto in avanti anche rispetto alla deriva miserabile dell’antipolitica, lo spettacolo indecente dell’ignoranza grillina aggravata dal trasformismo che li guida.

La competizione tra socialisti liberali e sovranisti comunitari avrebbe davvero il respiro di due culture politiche a confronto; due visioni che non si demonizzano e non si delegittimano a vicenda, ma si riconoscono reciprocamente come avversarie e si fronteggiano sul terreno della politica, tramite il voto, il governo, l’amministrazione, le leggi, le decisioni. Perché funzioni un bipolarismo del genere andrebbe cancellato il vizio corrente di ritenere l’avversario la bestia da abbattere, il nemico da cacciare, magari a colpi di leggi speciali, mobilitazioni di piazza o campagne tese a smerdarlo; potrei usare espressioni più eleganti ma sarebbero meno calzanti. Ma da questo riconoscimento reciproco siamo lontani.

E poi, caro Massimo, c’è un problema ancora più terribile. Dopo che hai delineato il socialismo liberale sapresti passare dall’idea alle persone, ovvero saresti in grado di indicare perlomeno da chi partire? Dal Pd di Zingaretti, dalla sinistra sparsa, alleata coi grillini e allineata a Sua Vanità Conte, o pensi a Renzi, magari rinforzato dai “liberali” berlusconiani? E bada che dicendo a te queste cose, le dico pure a me, guardando la realtà odierna dei sovranisti o peggio dei doppiogiochisti berlusconiani. Ce li vedi costoro, tutti, a interpretare e tradurre quelle culture politiche? Allora il dramma ulteriore è che non ci può essere continuità di alcun genere tra idee e uomini, tra culture politiche e movimenti o leader; non c’è visione, non c’è motivazione non c’è selezione del personale politico. Il discorso si ferma alle idee.

Ed è per questo che alla fine ciascuno ripiega sul minimo immediato e, a destra, qualcuno vi aggiunge l’umile pratica del realismo: vedere in faccia la realtà, tentare il male minore o arginare il male maggiore, curare le cose urgenti e immediate, dar voce al sentire popolare. Peccato, ma il discorso sui Massimi Sistemi prosegue nell’iperuranio di Platone.

MV, La Verità 5 luglio 2020

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