Marcello Veneziani

Senso e destino di un’opera (autobiografia intellettuale)

Il Ritorno è l’espressione chiave del pensiero e dell’opera di Marcello Veneziani. La visione dell’esistenza come un viaggio curioso e tormentato verso l’origine: la vocazione umana non è la stabilità, che riguarda gli dei e le pietre, né il puro andare, che riguarda le macchine e gli automi, ma il tornare, come il maturo ricomporsi della vita con la sua fonte; l’inquietudine del viandante è la nostalgia della Casa. Il ritorno è il filo conduttore letterario e filosofico ma anche sentimentale e perfino civile, di Veneziani.  Nella filosofia del ritorno Veneziani ritrova in coerente sequenza i suoi “quattro autori”, Platone e Plotino, Vico e Nietzsche. Teoria e fenomenologia, amore e disperazione del ritorno. E alle spalle la grande letteratura del ritorno, da Omero a Dante, da Leopardi a Proust. Veneziani non ricerca la novità di una teoria originale ma un sapere originario a cui collegarsi, espresso nella sensibilità e nel linguaggio del proprio tempo, pur non racchiudendosi in esso. Egli non pretende di scoprire verità che nessuno finora aveva mai pensato o conosciuto, ma aspira a far tornare in mente un sapere metafisico che giace addormentato e trascurato, dentro e fuori di noi.

Il pensiero tornante si sviluppa nella sua opera nel ritorno al passato ancor vivo che chiama Tradizione, connessione comunitaria e senso della continuità selettiva; e nell’apertura al futuro che definisce Amor fati, accoglienza dell’accadere e conversione del divenire nelle braccia dell’essere da cui origina; guidato nel transito dalla sposa invisibile, la metafisica. In questa luce, la letteratura è nostalgia della vita che scorre, la filosofia è teoria del ritorno, la teologia è ritorno all’Uno, la metafisica è senso del destino, come intelligenza della vita e del mondo.

Il suo primo saggio sul Ritorno apparve sulla rivista Intervento, nel 1981, e s’intitolava Vivere è tornare, ripreso undici anni dopo in Itaca o del ritorno, poi confluiti nel capitolo finale di Ritorno a sud. La sua opera, animata dall’idea del ritorno, ruota intorno al destino e al sacro, alla solitudine e alla comunità, alla tradizione e alla rivoluzione conservatrice fino all’amore per il sud, infanzia del mondo restituita dalle onde del mare alla luce del sole. Forte è il legame geoculturale col sud, quasi l’impronta di un pensiero mediterraneo o meridiano, citando Camus. Difficile definire il genere dei suoi scritti e rintracciare un filo comune univoco alla sparsa sua produzione, dove pensiero e giornalismo, letteratura e satira, sentimenti e scrittura civile, politica e diario, si intrecciano componendo un itinerario originale che disorienta nel passaggio tra i generi di lettura e i registri di scrittura, ma mira in realtà a orientare il lettore. Scrittore di idee e di sentimenti è forse la definizione più giusta, ove l’impronta filosofica, lo stile letterario e la visione ironica dell’attualità confluiscono nella sua pagina di vita e pensiero.

Veneziani avverte con crescente disagio e fastidio, la sua definizione pubblica a partire dalla collocazione politico-culturale. Di quell’etichetta, intellettuale di destra, è stanco e insofferente, non perché smentisca quell’orientamento politico-culturale o se ne voglia chiamar fuori per ragioni di opportunità, ma perché vede comprimere il tutto nella parte, e la giudica una riduttiva rappresentazione per inscenare il teatrino delle parti. Veneziani mostra un crescente disinteresse per quell’antagonismo politico-culturale e un rigetto per le appartenenze. Non è un caso che scegliendo le mille pagine reputate da lui più significative della sua opera, non vi sia nulla che rimandi al piano politico o ideologico. La sua pur vasta produzione di scrittore civile, politico e anche ideologico, se si vuole, è da lui considerata secondaria e minore rispetto ai testi che qui si propongono. Inadeguate gli appaiono le categorie di destra e sinistra per definire un itinerario di vita, letture e pensiero. Marcello Veneziani è un’anomalia nel paesaggio culturale del nostro paese. E’ un irregolare del pensiero, della scrittura e del giornalismo. Non è filosofo d’accademia, non è giornalista puro, non è professore di cattedra. Non si riconosce in alcuna casta,  partito o tribù. Esercita il suo ruolo solitario di pensatore ambulante.

Questa postilla al florilegio serve a tracciare l’itinerario bibliografico completo, lasciando cadere in secondo piano l’aspetto propriamente biografico, in parte affiorante negli stessi scritti qui compresi, in parte superfluo e irrilevante ai fini dell’opera e del suo interesse. Converrà perciò partire dagli scritti giovanili mai pubblicati: dal suo primo manoscritto di quattordicenne, dedicato allo spirito di conquista come chiave propulsiva, etica e ontologica, della vita umana, di cui si ritrova traccia nella premessa ad Amor fati; ai primi scritti raccolti e rilegati, tra i quali spicca un ponderoso e ambizioso dattiloscritto, Proposta verticale nell’era orizzontale (1973), in cui è descritto già nel titolo il senso ispiratore: l’amore per il cielo e la trascendenza in un’epoca appiattita nell’uniformità del basso, l’aspirazione al sacro e al senso della vita in opposizione ad un’esistenza dedita solo all’espansione illimitata dei mezzi, della tecnica e dell’economia, della pura socievolezza. Ma anche un titolo che allude ad una vena individualistica, vagamente superomistica, comunque aristocratica, in opposizione ad un’epoca di livellamento egualitario e di appiattimento etico, estetico e metafisico. E’ inoltre da notare in questo scritto e nel suo stesso titolo, le tracce di quel pensiero antagonistico che caratterizza larga parte dell’opera di Veneziani, la sua vena polemica e conflittuale. Parallelamente, il primo scritto “pubblico” concepito come tesi per la maturità liceale, La decomposizione della realtà (1974), percorre la perdita della realtà nell’arte, nella letteratura e nel pensiero, nel nome di un soggettivismo nichilista che destituisce la vita di senso e di corposità, di forma e di sacro. E’ la convinzione che le culture materialistiche e positivistiche abbiano indotto alla perdita della realtà più che al suo ritrovamento, una volta liberati dal pensiero metafisico e dall’ingombrante Dio. Più tardi, oltre ad alcuni appunti storico-politici, Veneziani compone uno scritto che oscilla tra due titoli e versioni differenti, Al dio ignoto e Nostalgia degli dei (1976), opera filosofico-letteraria di intonazione nietzscheana, un esercizio di pensiero eroico, tragico e ludico. La formazione di Veneziani è di autodidatta, privo di maestri, formatosi su autori conosciuti solo da lontano, attraverso letture e  meditazioni solitarie. Anche negli anni universitari, Veneziani presenta agli esami di filosofia programmi e testi alternativi a quelli imposti dalla vulgata intellettuale dominante: si dedica a Nietzsche, a Gentile, a Junger, a Vico e Sciacca, ad autori e filoni culturali decisamente agli antipodi dell’italomarxismo dominante. E si laurea a pieni voti a Bari con una tesi di laurea dedicata a Julius Evola che fu la sua prima opera pubblicata con il suo titolo originario: La ricerca dell’assoluto in Julius Evola (Thule Palermo, 1979). L’opera conclude un quinquennio di fervente passione evoliana con il congedo critico dal pensiero di Evola. Quella tesi, riapparirà cinque anni dopo in edizione riveduta e ampliata, col titolo Julius Evola, filosofia e tradizione (Ciarrapico, Roma, postfazione di Antimo Negri). Il debito verso Evola resta, ma la critica prelude al superamento. La scrittura tenta di farsi vita: Nietzsche e Mishima ad esempio, lo incitano a temprare il corpo nello sport e in palestra, tra il sole e l’acciaio. Nel Capodanno del 1980 Veneziani lasciò il paese natio, Bisceglie – dove nacque il 17 febbraio del 1955 da Giovanni e Giacomina, ultimo di quattro figli – e si trasferì per avviare la professione di giornalista a Roma; lontano dal suo paese maturerà la sua vena nostalgica, già implicita nella sua indole; la passione del ritorno. Nel 1981 Veneziani pubblica un suo scritto composto tra i venti e i ventiquattro anni, Mussolini il politico (Ciarrapico, Roma, prefazione di Enzo Erra), incentrato sul realismo politico e la revisione storico-culturale del fascismo, a cui in quegli anni si dedicava curando collane di scritti e discorsi mussoliniani, introduzioni a scritti di Evola, Mishima, Pareto, Berto Ricci, Adriano Romualdi, e opere collettanee e antologiche sugli anni del fascismo. L’anno seguente uscì con una raccolta di scritti satirici, La corte dei miracoli, con l’editore Giovanni Volpe; con le sue riviste, La Torre e Intervento, e la Fondazione Gioacchino Volpe, Veneziani avviò un’intensa collaborazione editoriale, arrivando poi a fondare e dirigere da Volpe la sua prima rivista, Omnibus, di cui uscirono solo due numeri per un repentino dissenso. A Volpe, a cui lo legò una filiale amicizia, Veneziani era stato segnalato da Prezzolini e Ugo Spirito, che senza conoscerlo, avevano letto alcuni suoi scritti su riviste culturali.   . Divertissement goliardico-ideologico fu Usa & Costumi, un satirico dizionario dell’americanizzazione, (Settimo Sigillo, Roma 1985). Breve e marginale è stato il suo rapporto con il gruppo della Nuova destra ed episodici sono i suoi incontri con autori e intellettuali affini e con la loro breve parabola; solo amicizie saltuarie più che sodalizi con assidua frequentazione.  Un percorso solitario.

I primi anni ottanta sono dedicati alla ricerca, vaste letture e approfondimenti ma sono anche anni di impegno professionale tra l’assunzione a 26 anni della direzione editoriale del gruppo Ciarrapico-Volpe-La Fenice, compresa la direzione della rivista Intervento per due anni, all’attività giornalistica vera e propria, tra il Tempo, dove si era formato nella redazione pugliese, al Secolo d’Italia dove apparve per la prima volta lo pseudonimo Marcello Bello, poi molto usato, al Giornale d’Italia, dopo avviò il praticantato al giornalismo. Le opere giovanili vengono superate con il primo vero saggio, La rivoluzione conservatrice in Italia (ed.SugarCo, Milano, 1987) che costituisce il tentativo di rintracciare un filo conduttore ideale e civile nella storia del nostro paese, con particolare riferimento al fascismo e a quella che fu definita l’ideologia italiana. Un libro revisionista e postfascista, frutto di vaste letture e ampi confronti, che rilanciava il senso dell’identità nazionale e la sua cultura.

A quel libro seguì con lo stesso editore un’opera che precorreva criticamente lo scenario di quella che si sarebbe poi definita la globalizzazione – Processo all’Occidente, La società globale e i suoi nemici (SugarCo, 1990) – con il saggio introduttivo di Augusto del Noce che fu il suo ultimo scritto prima di morire. Uscito all’indomani della caduta del muro di Berlino, ma scritto nell’arco dei tre anni precedenti, Processo all’Occidente fu una critica radicale all’occidentalizzazione e all’americanizzazione del pianeta ed un tentativo di fare filosofia attraverso il proprio tempo, come già era accaduto con la rivoluzione conservatrice in Italia ma in questo caso in una prospettiva planetario, in uno scenario di civiltà. Dopo il libro dedicato al caso italiano e quello dedicato all’incipiente globalizzazione, venne il ritorno al pensiero verticale, con il saggio Sul destino (SugarCo, 1992), uscito dopo aver rischiato di morire nell’estate del ’91, in un incidente stradale. Il ‘92 segnò una svolta decisiva per Veneziani che, dopo aver fondato e diretto per cinque anni Pagine Libere, fondò e diresse l’Italia settimanale, un’avventura esaltante che ebbe effetti civili e politici, amalgamò un gruppo di giovani giornalisti e firme autorevoli e si espresse anche nella Fondazione Italia; un’esperienza breve, vistosa ed intensa, che se si concluse nel 1995 in modo burrascoso. Crebbe il suo ruolo pubblico, la sua notorietà, anche televisiva, emersero i suoi attriti con il mondo politico della destra, e si moltiplicarono le sue conferenze in Italia. Parallelamente si evolveva l’attività professionale, dal Giornale radio della mezzanotte in Rai al ruolo di elzevirista del Tempo, grazie a Del Noce che lo segnalò pure al Sabato, vivace settimanale di Comunione e Liberazione; editorialista del Giornale, chiamato dallo stesso Montanelli che lo inventò come editorialista, a numerosi altri giornali: dall’Indipendente al Messaggero, dal Mattino a La Gazzetta del Mezzogiorno, da Panorama a L’Espresso, da La Repubblica a La Stampa e ad altri giornali, periodici e riviste culturali. Il periodo di giornalismo attivo si concluse dopo la fondazione e la direzione de Lo Stato e la sua seguente fusione con Il Borghese, di cui Veneziani fu per breve tempo direttore editoriale. Uscì in quegli anni una raccolta di scritti, Fine dell’Italia?, poi i libri-dialogo con Gianfranco Miglio e Bartolomeo Sorge, ed un pamphlet, 68 pensieri sul 68. L’approdo giornalistico più recente è a Libero di Vittorio Feltri. Ma il ruolo di battitore libero, interamente dedicato alla scrittura, è quello che Veneziani ha poi ritenuto più congeniale, ritirandosi da imprese editoriali e impegni redazionali.

In quegli anni uscirono due opere significative, L’antinovecento (Leonardo- Mondadori, 1996), un viaggio tra gli autori inquieti di fine millennio, e Il secolo sterminato (Rizzoli,1998), dedicato alle ideologie del Novecento e ai suoi lasciti. Di larga diffusione fu un pamphlet in risposta a Norberto Bobbio (con cui intrecciò poi un carteggio), Sinistra e destra (Vallecchi, 1995), a cui seguì con lo stesso editore l’anno seguente un Decamerone italiano.  Alla fine degli anni novanta cominciò un’intensa e prolifica collaborazione con Laterza che si espresse in quattro saggi, variamente ristampati, anche in edizione economica: Comunitari o liberal? La prossima alternativa (1999), che fu un tentativo di ravvisare i contorni di un nuovo bipolarismo civile e culturale, prima che politico, nelle categorie di comunitari e liberal, delineando il progetto di una comunità aperta; Di padre in figlio (2001), un elogio della Tradizione attraverso un saggio che si proponeva di concettualizzare e affrontare l’idea di tradizione, anche attraverso un confronto con gli autori che ne avevano trattato; La cultura della destra (2002), un fortunato pamphlet con svariate ristampe, che sinteticamente ripercorreva i tratti distintivi di una cultura della destra nel presente, individuando non una militanza intellettuale – organica e ideologica – ma una sensibilità ed un carattere; distingueva la cultura della destra dalla più ristretta cultura di destra, appannaggio ideologico di una fiera e sparuta elite di destra o di nuova destra; La sconfitta delle idee (2003) che tracciava un amaro bilancio dell’epoca in cui si sono ritirate le idee, per cogliere cosa vi era al loro posto; ed auspicava di rovesciare la tesi di Marx e affermare: finora è stato trasformato il mondo, si tratta ora di conoscerlo.

Si può scorgere negli scritti politici di Veneziani un disegno ideale antagonistico rispetto all’egemonia culturale radical e liberal, già marxista e gramsciana. E’ il tentativo di delineare una cultura rivoluzionaria rispetto agli assetti di potere e alle inerzie di sistema, e conservatrice rispetto ai principi tradizionali, alla natura e al senso comune. Veneziani esprime una cultura civile prima che politica, di tipo comunitario, che rinnova l’idea di tradizione, recupera il senso dello Stato e rilancia il primato della politica come luogo in cui si rappresentano gli interessi generali e i valori pubblici, corda tesa tra conflitto e consenso. L’idea di Veneziani, considerato l’intellettuale principale della cultura di destra (sui suoi testi si sono formate generazioni di giovani intellettuali e politici), è una democrazia comunitaria e decisionista, responsabile, educativa e meritocratica, radicata sul legame di civiltà e sulla religione civile. Progetto che gli è poi parso impraticabile e remoto.

L’ossessione di molti anni che precedettero il passaggio al nuovo millennio fu per Veneziani l’opera “perfetta”, assoluta ed essenziale; quel testo fu riconosciuto dall’autore in un’opera pensata vagamente per tredici anni, rincorsa tra letture e appunti, e poi realizzata nell’arco denso di un mese, anzi da un plenilunio all’altro nel maggio dell’anno duemila, nella solitudine operosa di Talamone, dove dal 1995 aveva preso a ritirarsi nella matura primavera di ogni anno. Quell’opera fu Vita natural durante, l’autobiografia di Plotino, scritta in stato di grazia e di felicità creativa, costruita con una segreta e meticolosa armonia, tematica e perfino numerica, uscita poi l’11 settembre del 2001 (data tremenda), con Marsilio.

Dall’altra parte si era avviato il sodalizio editoriale con Mondadori, con cui sono usciti Il segreto del viandante (2003), prima stesura del Ritorno a sud; I vinti, un viaggio tra gli sconfitti della storia, i perdenti della globalizzazione ed un elogio finale delle cause perdute, che esprime la sua predilezione per i vinti di ogni epoca e di ogni campo (2004); Contro i barbari (2006), un saggio in difesa della civiltà dall’assalto dei barbari esterni ed interni, i fanatici e i nichilisti; e Rovesciare il 68 (2008), zibaldone di aforismi, ritratti e pensieri che trae spunto dall’anniversario del ‘68 per fare una traversata critica e ironica sull’ultimo quarantennio e sulla necessità di liberarsi dal conformismo della trasgressione. Un sofferto diario filosofico, letterario ed esistenziale, fu invece la Sposa Invisibile, che vide la luce con Fazi nel 2006. Questo testo, come Vita natural durante, fu respinto da altri editori a cui era stato proposto, come Adelphi. Tralasciamo i riconoscimenti avuti nel corso degli anni, i premi letterari ricevuti, e così gli incarichi pubblici avuti per ventura e lasciati o perduti per insopprimibile spirito d’indipendenza. Vano gli è parso con gli anni l’impegno profuso per modificare gli assetti e dar luogo ad una nuova politica culturale, ad esempio in Rai, caduto nel disinteresse generale e nell’assenza di interlocutori. Qui si sorvola l’increscioso capitolo delle porte chiuse e i veti incrociati, le discriminazioni e la finzione d’inesistenza, gli oltraggi all’intelligenza e alla verità, l’isolamento e il disprezzo; basterà dire, in positivo, che forse sono stati stimoli per un pensiero meno compiacente verso la propria epoca, meno ossequioso verso i suoi totem e tabù, più spinto a percorrere vie impervie e incontentabili. A volte l’ostilità e il silenzio giovano all’opera, all’intelligenza e al carattere, anche se li rendono più intrattabili e spigolosi.  Si deve anche dire, in verità, che per anni Veneziani ha destato attenzioni insolite anche in aree culturali lontane, se non opposte al suo pensiero. C’è in Veneziani un mancinismo non solo manuale ma forse mentale, che a volte scompagina, suscitando curiosità a sinistra e diffidenza a destra, anche se poi si risolve di solito in un salomonico sgradimento: “detestato tra gli intellettuali perché di destra, a destra perché intellettuale”. Intellettuale di destra ma sul confine, dialogante con molti intellettuali, editori ed esponenti di sponda avversa, si è con gli anni sempre più allontanato da tematiche politiche e civili, che pure coltiva nella sua attività di editorialista e polemista, privilegiando un itinerario di scrittura sempre più legato alla sfera esistenziale, letteraria e filosofica.

Meridionale, filosofo, di destra, benché mancino: quattro handicap in una stessa persona. A destra non gli hanno perdonato di essere intellettuale, e tra gli intellettuali non gli hanno perdonato d’essere di destra. Un disagio bilaterale che ha prodotto un perfetto isolamento da ambo le sponde, anche dopo che le rispettive identità sono andate in rovina. In compenso ha molti affezionati lettori e le sue opere vengono solitamente ristampate.  Amante di letture, viaggi e mare, anzi lettore appassionato alla luce del sole, preferisce non gravare questa nota d’autore con i particolari della trascurabile biografia: per lui vivere è un pretesto narrativo per scrivere, e poco altro. Nacque e fece nascere, visse e continua a farlo. Può bastare. Libero da incarichi e lavori redazionali, da legami politici, professionali e non solo, vive a tempo pieno la solitudine dello scrittore.  Cospira però al suo isolamento anche la sua vena malinconica e rinunciataria, introversa e scostante, che lo porta a non coltivare amicizie, integrarsi in clan, o almeno intrattenere rapporti sociali e professionali. Come una percezione selvatica di lontananza, disagio e diversità.

Col trascorrere degli anni, le opere di Veneziani hanno assunto sempre più lo stile frammentario, prose brevi, a volte aforismi, nella convinzione di essere entrati nell’età del frammento, dove l’unità di riflessione è ormai “sbranata”, è impossibile il grande discorso, ed è inconcepibile la narrazione se non attraverso il pensare breve. E’ la passione di Veneziani per la letteratura dell’aforisma e dei frammenti, anche autobiografici, dalla filosofia alla letteratura satirica; ma emerge anche la vocazione di Veneziani al pensiero intuitivo, lampeggiante, che gioca con la divinità della parola, anche ironicamente, e si innamora della sua malleabilità poliforme, costruendo e decostruendo significati. Pensiero sintetico più che analitico, intuitivo più che logico-deduttivo. Gli autori verso cui Veneziani è debitore emergono anche in queste pagine: oltre i già ricordati, sarà bene non dimenticare alcuni essenziali filoni: dal pensiero postnietzscheano, quello di Heidegger, Spengler e Junger, ma anche Schmitt e Benn, al pensiero impropriamente classificato come femminile, di Simone Weil e Maria Zambrano, Hannah Arendt e sul piano letterario Marguerite Yourcenar, la Dickinson e la Caevteva, e soprattutto Cristina Campo; dal pensiero tradizionale nelle sue varie espressioni agli studi sul sacro di Mircea Eliade; dalla linea italiana, da Machiavelli e Vico allo spiritualismo dell’ottocento, fino ai grandi isolati del novecento, Michelstaedter e il giovane Papini, Rensi e Tilgher,  Emo e Martinetti, Sciacca e Del Noce, Colli e Quadrelli, o gli scrittori civili come Pasolini o Prezzolini, Noventa o Panfilo Gentile. E poi il grande pensiero europeo da Bergson a Gentile, da Ortega a Unamuno, da Valery a Bataille, e i grandi autori di aforismi, oltre i citati: da Montaigne a Pascal, da Kraus a Cioran, da Gomez Davila a Cau, da Flaiano a Longanesi.  E i poeti come Borges ed Eliot, Pessoa e Rilke, e alcuni nostrani, perfino locali. L’amore per i libri a cui è dedicato un capitolo di Ritorno a sud, è stato oggetto di pubblico e ingeneroso sarcasmo per una sua sofferta vicenda privata, di cui vi è traccia trasfigurata nell’incipit della Sposa invisibile.

Le opere che qui si presentano, riscritte e ampliate per questa edizione, e integrate con altri scritti inediti, sono raccolte in un’edizione fuori commercio e fuori editoria, per un’intima sfiducia nel rapporto tra importanza di un’opera e suo riconoscimento e per una confessione di deliberata solitudine. Quest’edizione vuol rimarcare la gratuità del necessario e la presunzione che l’importante si annidi nel marginale, nel laterale.

La vita ulteriore è pubblicata per un triplice destinatario: gli dei invisibili, corollari o gradini verso il divino; le anime sparse e vive che sono disseminate e quasi nascoste; e se stesso, in un consapevole atto di solipsismo e di esaltazione autistica. Centaura, i cento pensieri poetanti che corteggiano la sapienza in un tentativo estremo di sintesi che non teme la parodia oracolare; Amor fati, il libro dedicato al destino e alla sua accettazione; Vita natural durante, il testo apocrifo di Plotino che ricostruisce alla fine della sua vita l’itinerario di pensiero plotiniano intrecciato alla sua biografia; Ritorno a sud, il libro proustiano dedicato al ricordo di luoghi e tempi perduti e all’epifania dei ritorni; La sposa invisibile, il tormentato viaggio alla ricerca dell’invisibile attraverso vere e irreali figure femminili; e infine i taccuini degli appunti sparsi, in parte inediti, in parti riversati in altre opere. La vita ulteriore costituisce il florilegio della sua opera, il tentativo di salvare dall’oblio e dal naufragio del tempo, quella che Veneziani considera la cassetta dei suoi tesori.

Il percorso di Marcello Veneziani, e la sintesi che ne compone in questo fior fiore, è animato dall’aspirazione ad una scrittura totale, imbevuta di vita e pensiero, passione e letteratura, dove i piani alti e bassi, di riflessione e descrizione del reale, di parodia e paradosso, si intrecciano con irrequieta vivacità. La tensione è verso una prosa esistenziale che mira a far collimare poesia e filosofia, anche attraverso le strade dell’ironia e dell’autobiografia, mettendo in gioco chi scrive (il suo non velato egocentrismo). Non è solo per un’indole stilistica o una vocazione letteraria, ma per una sua convinzione teorica: pensare e poetare sono le due metà divise del sapere androgino. E come accade nell’amore secondo il mito di Eros, mirano a ricomporsi in unità, attraverso un viaggio dall’universale al particolare, e viceversa.

Tutta la sua opera è concepita nel deserto di una solitudine assoluta, priva di maestri e di confronti, di amicizie e di circoli di pensiero, nella disperante impossibilità di capire se sia puro vaneggiamento o no. Il delirio di una fiducia trascendentale, la convinzione della potenza di un pensare, lo spingono tuttavia all’impresa. Prevale con il passare degli anni un distacco dalla vita, quasi un’inappetenza del mondo, un desiderio di lontananza e un disinteresse crescente, un commiato civile che perde sempre più i tratti polemici e inquieti per farsi sereno e fatale. Veneziani pone la creatività al servizio della tradizione, la solitudine al servizio della comunità, la conoscenza al servizio del ritorno. Pur nella solitudine accorata del suo pensare e del suo vivere, si protende verso un pensiero comunitario che si condensa nel senso originario della tradizione che Veneziani così riassume: niente comincia con me, niente finisce con me. Da qui prende forma il progetto de La vita ulteriore: oltre la vita che viviamo al davanzale di noi stessi, di cui siamo occasionali fruitori e vittime, che si compone di nascita, sviluppo, declino e morte, e si riempie di corpi, alibi e situazioni, c’è una vita ulteriore, diversamente nominata e identificata, a cui è affidato il senso e la persistenza dell’essere. Quell’altro emisfero, non visibile a occhio nudo, è la vita ulteriore, patria della scrittura e del pensiero, dell’intelligenza e dell’anima, o di quel che ne fa le veci. La vita ulteriore è la vita essenziale, quel che resta della vita al passaggio e quel che supera la sfera biologica dell’esistenza fisica e mortale e si coglie mediante un pensiero metafisico incarnato nell’esperienza vitale.

Alla vita ulteriore è dedicata non solo quest’opera ma la sua opera intera, e non solo l’opera ma la vita medesima dell’autore.


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