L’album dei ricordi

Fiore aveva un vecchio album di pelle, dove erano raccolte immagini, ritratti, fotografie, cartigli e dagherrotipi non solo di famiglia. Era il cordone ombelicale e visivo col magico mondo del passato, il retrovisore della vita e del tempo perduto, il binocolo per scrutare il tempo lontano. La pelle dell’album rispecchiava la vecchiezza di quei corpi ritratti e di quelle immagini, come la fosforescenza dei colori nella sfera di cristallo rifletteva la verginità delle sue figure. La sfera di cristallo e l’album di pelle erano i suoi veicoli temporali, le macchine del tempo per uscire dal presente e affacciarsi con l’una nel futuro e con l’altro navigare nel passato. Erano simulacri del passato e del futuro per proiettare la vita in avanti e indietro.

Era bello visitare la stanza dei ricordi, riordinare la mente e i suoi scaffali, fino a che riprendevano vita i lacerti di passato. L’album è una fonte favolosa della vita anteriore, un viaggio tenero e struggente, a tratti ridicolo e gioioso, nel mondo di ieri, nelle sue pose e nei suoi costumi. Un mondo piccolo e remoto, dove abitava la sua infanzia, e i suoi cari, il paese che lo vide nascere e crescere. Fiore non si limitava a sfogliare l’album, ma entrava nelle immagini. Pigiava sul loro cuore come per rianimarle e prendeva vita un mondo, risaliva una storia, riviveva una situazione. Si avverava il miracolo del ritorno. L’album è la casa di carta abitata da sguardi, anime, corpi, giovinezze fiorite e sfiorite, vecchiaie smarrite nell’oceano della notte. È la prova della vita che fu. È il tempo messo in salvo, l’attimo fissato per sempre, il divenire che imita l’essere col fermo immagine; il suo archivio è una minuscola eternità, strappa i momenti al fluire impietoso. Si riapre il cuore riaprendo quei mondi. Ancor più le immagini in bianco e nero o virate a seppia; senza colore sembrano provenire da altri mondi, un’età mitica oltre il muro del tempo, frammenti di paradiso perduto caduti in terra. Scene defunte sprizzano più vitalità, più solarità dello smorto benché colorato presente. Cosa non darei, diceva, per riavere negli occhi mio padre mentre assaggia il primo mattino.

da La leggenda di Fiore

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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