Abbiamo un mostro fresco, di giornata

Pestatelo, è lui la Bestia sacrificale del giorno, lo ha decretato l’Accademia dei Linciaggi. È un meccanismo che ormai procede con cadenza quotidiana, senza soluzione di continuità. Dal nemico politico e ideologico all’outsider ribelle, dal no vax al no war, dal “putiniano” all’antiamericano, dal difforme al non abbastanza conforme.
Ogni giorno sui grandi giornali italiani e in tv si prende di mira un bersaglio e si procede a mazziarlo. In branco, magari in giorni diversi, ma con acredine progressiva. L’obbiettivo può essere non solo quello scontato, il Salvini o la Meloni di turno, il Berlusca in versione centro-destra o un Conte, un Grillo o un Renzi quando sgarrano rispetto alla Cupola di Sinistra, ma può essere anche il Cacciari o l’Agamben, il Montaigner o il Santoro, il Capuozzo o l’Orsini di turno, il Briatore e perfino il Giorgino sfrattato dalla conduzione del tg1.
Non succede mai che un detentore di potere effettivo, un funzionario organico della sinistra diffusa o un suo conduttore televisivo, un membro della cupola politico-mediatica-finanziaria, sia soggetto a critica e attacco corale fino al disprezzo e al pubblico ludibrio. Ma succede sempre e solo a quelli che non sono dalla parte giusta, che non hanno forti protezioni o che le hanno perse, o che si sono a un certo punto liberati dai tutori e dalla casa madre e ragionano con la loro testa.
Ci sono alcuni critici televisivi (citiamo il decano, Aldo Grasso) che colpiscono sempre, senza eccezioni, coloro che sono già stati colpiti e sfiduciati, coloro che versano in difficoltà, in caduta libera, che hanno perso il loro potere o la loro protezione o che sono sul versante opposto alla cupola. Ci sono corsivisti che fanno altrettanto (il capofila è Massimo Gramellini ma ogni giornalone ha i suoi cecchini di riferimento): la loro funzione è codificare lo sberleffo, la riprovazione e l’umiliazione di chi è reputato mostro, anomalia, fuori dal giro o senza il bollino di cosa nostra.
Un tempo il giornalismo di regime si vestiva d’aplomb e davanti al difforme preferiva tacere e guardare altrove. Pratica ipocrita ma almeno educata. Da quando siamo entrati nell’epoca sgangherata del livore, il contrasto ideologico è sostituito dal disprezzo antropologico, lo stile è cambiato e il cordone sanitario per isolare chi è controcorrente si è fatto cappio al collo per trascinare alla gogna l’infame di turno, con tanto di cartello denigratore appeso al collo. E appena si comincia la mattanza, a turno gli sferrano un calcio, una mazzata, uno sputo e una scarica di pomodori. Appena la vittima perde sostegni, viene scaricato e risulta isolato, viene azzannato, esattamente come fa la mafia.
Il silenzio si riserva semmai al Nemico Assoluto, che non va nemmeno citato, in modo da condannarlo al silenzio-assenza, cioè alla finzione che non esista, non sia mai nato o sia morto da tempo. Ma il Nemico di passaggio e di vetrina, il Nemico relativo e in vista, va colpito e duramente.
Con una variante antropologica: se è uno un tempo considerato dei loro, viene giudicato come uno che ha perso il senno, la lucidità, è rimbambito o impazzito. Non può aver cambiato idea e giudizio, è solo uscito pazzo. Un po’ come i regimi comunisti che chiudevano nei manicomi i dissidenti.
Se invece il Nemico è sin dall’inizio del campo sbagliato, viene vituperato come populista, nazionalista, conservatore, cattolico tradizionale, fascionazista, xenofobo e via dicendo di fobia in fobia. Va deriso e discreditato, è di una razza infame.
Del pestaggio di branco agli Orsini di turno si è già detto abbastanza negli ultimi tempi. Ed è fin troppo facile parlare dei leader politici di destra massacrati. Ma la distruzione-derisione si applica anche a figure miti e prudenti che mai hanno espresso opinioni forti e divergenti. Prendete l’ultima vittima, il morbido e serafico Francesco Giorgino, che conduceva da anni con garbo e moderazione il tg1 della sera. È stato epurato con due brave e fascinose conduttrici, Emma d’Aquino e Laura Chimienti, da Monica Maggioni, una che si crede Napoleone. Appena lo hanno fatto fuori, gli hanno rovesciato a mezzo stampa una serie di insulti sul piano umano e professionale tanto forti quanto generici che si possono estendere senza difficoltà a interi stock di conduttori televisivi: scialbo, banale, perfino phonizzato nella chioma; e opportunista, servile, pronto a cambiare casacca e bandiera. A leggere quei giudizi sprezzanti, sembra la biografia collettiva di un ceto intero di zelanti lacchè dell’informazione, come ce ne sono in tutte le reti e tg: e invece il vomito viene rovesciato su uno solo, che ha il torto di risultare più o meno di centro-destra, di avere un fratello ex-sindaco leghista e di essere caduto in disgrazia nella nomenklatura del potere televisivo; ergo si può colpire senza pietà e disputarsi il suo scalpo e la sua carotide.
Ma è possibile che non ci sia mai nelle loro stroncature uno che faccia il conduttore del tg3 o di un altro tg o di un programma di sinistra, oppure un direttore di quelli che hanno cambiato tante bandiere ma alla fine sono tornati all’ovile giusto, in quota alla sinistreria diffusa di Palazzo? Possibile che tra vagoni di parrucconi lottizzati, pacchi di giornalisti vuoti, tromboni e vanesi, di conduttori biascicanti o rintronati, si colpisca solo uno e solo da lui si pretenda che la sua conduzione abbia un valore aggiunto, e lo si sbertucci sia quando fa scelte pop con una particina in un film d’evasione, sia se insegna comunicazione all’Università? Non va dimenticata la premessa: l’attacco scatta appena il suddetto è caduto in disgrazia e ha ricevuto l’interdetto, la fatwa, dalla sua direttora o dal suo ex direttore. Non trovate questo sistema vigliacco e carognesco, manicheo e lievemente mafioso? Non trovate meschino che l’ironia e l’insulto si rivolgano verso chi è all’opposizione e si risparmi sempre chi sta al potere o nei palazzi alla sua sinistra?

La Verità (22 giugno 2022)

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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