Alla ricerca del segno perduto

Cinque domande a Marcello Veneziani di Cinzia Ligas per Senso Comune, rubrica dedicata alla ricerca del senso perduto della comunicazione nell’odierna società in cui con interviste a intellettuali, scrittori, filosofi, artisti e pensatori, si cerca di comprendere come e se sia possibile porre rimedio all’insostenibile inconsistenza del segno, delle parole, dei messaggi e delle immagini che ci circondano e ci bombardano quotidianamente.

1. Parole come “matrimonio”, “padre e madre”, “maschio”, “femmina”, “uomo”, “donna”, “sesso”, “genere”, “razza”, “libertà”, “vita”, “morte”, “diritto”, “marito”, “moglie”, “amore”, sono nella nostra società in una fase di metamorfosi, in cui il significante e il significato stanno perdendo il solido legame avuto in millenni di civiltà. È d’accordo con questa affermazione? In tal caso, quali le conseguenze?

È in atto una revisione radicale e globale del nostro lessico e in generale dei codici linguistici finora usati, dei loro significati tradizionali, comuni e storicamente consolidati e accettati. Il politically correct si accanisce in modo particolare sul linguaggio, è una forzatura ideologica correttiva della realtà e di tutto ciò che derivava un significato dalla vita corrente, dalle relazioni storiche e sociali, naturali e culturali. Vorrebbe essere la premessa per una trasformazione reale della società, ma allo stato attuale ha un significato opposto: non potendo cambiare la realtà si cambiano i nomi per indicarla. La rivoluzione lessicale come risarcimento della fallita o mancata rivoluzione politica, economica, sociale.

2. Il termine “negro” oggi percepito con accezione fortemente negativa e lesiva della dignità umana, un tempo non molto lontano si trovava sui libri di scuola per descrivere, senza un filo di volontà offensiva, persone di ascendenza africana con la pelle scura, con lo stesso valore referenziale che oggi si darebbe al termine “caucasico”. Si tratta secondo lei di un processo temporale fisiologico della lingua o di intromissioni da parte di una sorta di neolingua “polically correct”?

È la neolingua in azione, col suo principio di negare la realtà e l’evidenza, negare la differenza e la provenienza, e costruire un universo artificiale, forgiato sulla base di un rococò d’ipocrisia e di moralismo ideologico. Più volte ho sottolineato che negro come zingaro non ha alcuna connotazione spregiativa; era ed è anzi il modo con cui essi stessi preferiscono chiamarsi. La connotazione negativa è dato dal tono, dal contesto, dalle parole che vi si aggiungono. Ma vale anche nell’indicare i disabili o i mestieri ingrati.

3. Ritiene che nella nostra società stiamo assistendo a un progressivo perdersi di senso? In altre parole, quando un termine o un simbolo perde di senso, quando vi è uno scollamento fra significato e significante e i simboli non sono più convenzioni universalmente accettate nella medesima cultura, su quali presupposti può generarsi e basarsi una sana comunicazione e una vera condivisione di ideali e progetti nella società?

Nessuna società può reggere alla lunga se si perde il nesso tra significato e significante, se si dice una parola per intenderne un’altra, se si sottopone un nome a una specie di inquisizione ideologica e di depurazione etica; se si separa il mondo delle parole dal mondo reale. Non bastava la babele multilinguistica e multietnica, la tendenza alla solitudine incomunicante, la tendenza ad abbandonare le lingue nazionali e originarie: se si perverte anche l’uso comune del lessico, ci esprimeremo solo con codici, barre, emoticon, e altri simboli tecno-globali.

4. Gorgia, antico filosofo greco, affermava che “la realtà non esiste; se esistesse non sarebbe conoscibile; se fosse conoscibile non sarebbe comunicabile”. Si evoca, in pratica, uno sfasamento tra significato e significante, che implica la creazione di terminologia e iconografia sciolte da ogni vincolo, poliedriche ma incapaci di comunicare, di inviare un messaggio univoco. Pensa che si tratti dello scenario attuale o ritiene che questa sia una preoccupazione infondata?

La preoccupazione, come ho cercato di spiegare finora, è tutt’altro che infondata, il processo non è previsto ma è già in corso. E il suo effetto è la perdita della comunità, della comunicazione attiva, della relazione sociale. Il paradosso di questa situazione è che la scomparsa della realtà segue alla negazione della verità ma poi curiosamente precede la denuncia e la condanna della diffusione virale di fake news, di post-verità, di falsificazioni soprattutto ad opera dei social.

Non ci si rende conto che se la verità non esiste, la realtà nemmeno, poi la conseguenza è che ognuno si fabbrica una sua realtà e una sua verità, e la fiction prevale sul vero come sul certo. È il cattivo uso di Nietzsche, citato fuori contesto, che dice “Non esiste la realtà né la verità ma solo le interpretazioni”, da quelle premesse teoriche le bufale sono le conseguenze inevitabili a livello pop. Siamo al ritorno sotto altra veste delle superstizioni, le dicerie, le maldicenze, i pettegolezzi.

5. Umberto Eco, parlava di “semiosi illimitata”, ovvero la narrazione di un mondo in cui è impossibile comunicare, in quanto, in un processo di costruzione di significato, operato in collaborazione da emittente e da destinatari, ognuno inserisce nel contenitore “testo comunicativo” il senso che preferisce, non quello che effettivamente l’emittente intende comunicare attraverso quel testo. Lei pensa che oggi la comunicazione attuale si sia inserita in questo vicolo cieco?

Quel vicolo cieco ha una precisa matrice: è il relativismo culturale e sullo sfondo il soggettivismo filosofico. Un processo lungo, secolare, che nella breve storia della nostra epoca potremmo far risalire all’ondata demolitrice del ’68, ai suoi affluenti culturali e artistici, e le sue derivazioni ancora attive. Se la verità non è il combaciare tra l’intelletto e la realtà, come insegnava un filosofo in origine caro a Eco –  Adaequatio rei et intellectus, dice S.Tommaso d’Aquino – la comunicazione diventa solo frutto del mio stato d’animo, del mio punto di vista, del mio interesse, del mio desiderio. È un vicolo cieco, ma spero che non sia pure a senso unico.

Cinzia Ligas, polisemantica.blogspot.com 27 dicembre 2018

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  • L'ultimo libro di Marcello Veneziani

    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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