Viaggio in Albania alla ricerca dell’Italia che fu

Se dici che vai in agosto in Albania ti guardano già strano. Ma come, in un paese così sfigato, dove la gente fugge, e che gente. Ma io ci andavo per una ragione che non potevo dire perché sarebbe apparsa una pazzia. M’imbarcai su quei traghetti pessimi, in eterno ritardo, perché cercavo in Albania la terra mia, il mio mare e la mia gente di cinquant’anni fa. Mi ero convinto che gli albanesi fossero la versione in bianco e nero dei pugliesi, li vedevo come i cafoni nostri di una volta, quelli di Vittore Fiore e del lucano Rocco Scotellaro. Poi mi ricordavo da ragazzo l’avvocato Pinto che andava a nuoto in Albania e mi ronzava la voce petulante di una pazza comunista che a Radio Tirana annunciava il crollo imminente del Capitalismo e dell’Imperialismo occidentale. E immaginavo noi pugliesi partire con gli scafisti per trovar asilo nella fulgida repubblica comunista albanese. Poi non andò proprio così. D’altra parte lo sospettavo: conoscevo una ragazza, Netta, nata in Albania e arrivata in Italia nascosta in una valigia bucata, perché sua madre fuggiva dalla fame e dalla tirannia.
Quando sua madre ebbe il permesso di riabbracciare i suoi, dopo vari anni, andò a trovarli e a tavola quando le porsero il piatto tutti guardavano in silenzio, affamati, e lei capì, disse che non aveva fame e i suoi fratelli, come il Conte Ugolino, si avventarono sul fiero pasto lasciato dalla sorella viziata dall’Occidente. Mi ricordai d’un traduttore albanese della Rai a cui confiscarono la villa di famiglia perché là c’era Madre Teresa di Calcutta. E mi ricordai di Indro Montanelli che lì ci andò – più che trentenne e già inviato – col su’ babbo, ai tempi in cui l’Albania passò sotto l’Impero d’Italia. E pubblicò nel 1939 un libro elogiativo dell’impresa, Albania una e mille, finanziato dal Minculpop, anche se Indro ha sempre detto che lui un paio d’anni prima era diventato antifascista. Mi frullavano nella mente pure le immagini d’un film del barese Nico Cerasola, Albania blues, dove la sua Albania era per metà la sua masseria pugliese. Erano questi i vaghi sentori che mi portavano in Albania, ma c’era uno su tutti che stento a confessare, legato a quella Puglia proustiana a cui accennavo.

Intanto vi dico che andandoci ho trovato quel che mi aspettavo. Ho ritrovato tracce della miseria rinomata, quelle facce ruvide, la tristezza dei paesi privi di tutto, non dico senza boutique griffate ma senza panifici, con i bar e gli hotel che a colazione ignorano cornetti torte biscotti, solo caffè e un bicchiere d’acqua; al più burro primitivo e marmellata su una fetta di pane da guerra. Sono stato nella parte più a sud, tra Valona e Saranda, perché quel mare io cercavo. Il mare dell’infanzia, le mie spiagge, la Testa, Salsello, la Salata, Ripalta. E le ho trovate intatte, come me le ricordavo da bambino, a Bisceglie, 50 anni fa, dove invece non ci sono più, se non posticce o in ogm. Lì invece erano nella loro purezza originaria, anche se insidiate da un’edilizia sciagurata, aggravata dalle macerie del vecchio regime comunista, più rustici di case, come in Sicilia e in Calabria. Ho visto due insediamenti militari in disarmo sul mare, a Porto Palermo e poi a Jari; una baia incantevole accanto a un monastero, ma inaccessibile, tra muraglie e divieti. Cerco di entrare, ma dal muro si apre uno sportello e compaiono due teste, una dietro l’altra, che ribadiscono il niet. Loro due, soli, come giapponesi a guerra finita, presidiavano quella Fortezza Bastiani in rovina, ligi a un ordine che forse risaliva al dittatore Hoxha, alcuni decenni fa. Era impressionante la loro solitudine e il quadretto delle due teste, una dietro l’altra (temo che per la solitudine fossero in posa sodomita), pronti a opporsi al Tartaro che violava il loro deserto. Pittoresca la frontiera con la Grecia, a Butrint: per guadare il confine fluviale una piattaforma arrugginita trasborda quattro auto per volta e uno tira la corda dall’altra sponda. Si entra in Europa col tiro alla fune, e si esce con lo stesso criterio. La Grecia sta perdendo il tiro alla fune e rischia di andare alla deriva e finire in Albania…

Qui si mangia con due soldi, si dorme con quattro. Con 500 lek, pari a tre euro e mezzo, hai l’ombrellone e due lettini; proprio come a Forte dei Marmi… In compenso devi sorbirti musiche ossessive a tutto volume. Le insegne sembrano il frutto di una lingua imitata a orecchio: tualet per toilette, piceria per pizzeria. C’è prezzo fisso ovunque, persino il miele venduto nelle baracche di montagna. Sarà un lascito del comunismo. Ma poi entri in quel mare dell’infanzia e ti accade il miracolo atteso, che altri chiameranno allucinazione. Prima ritrovi l’acqua, gli scogli, i lapilli del mare d’infanzia; poi la salsedine intensa, gli odori e anche i fetori. Infine ritrovi le persone perdute in quel passato. Una volta da bambino pensai che i morti finissero all’altra sponda: come diceva Caronte «I’vegno per menarvi all’altra riva»… Per me l’Albania era la terra dei morti, cioè la terra dov’erano finiti quelli che sparivano dalle parti mie. La nostra Spoon River. Ho immaginato che nuotando verso l’orizzonte fossero spariti i Dardes, i Cosmai, famiglie di amanti del mare con cui ci ritrovavo a riva. Lì in Albania sarà approdato pure Saverio Cascavilla che scrutava l’orizzonte e sognava di costruire un muro al largo della nostra costa, così il mare «sarà sempre calmo» diceva con gli occhi di pazzo… Lì in Albania saranno approdate figure mitiche che vedevo da bambino al mare, donna Chizzi e il console Logoluso, Giulia Dutto carbonizzata dal sole, i Consiglio, la Contessa Alvarez de Toledo nata Caprioli, Fiore, il maniaco sessuale che esibiva il pezzo a mare, Peppino il Priso, un collegio intero di docenti: Pasquale Di Luzio, Giovanni Todisco, Giovanni Immediato, Tonino Papagni, Anna Ventura, Peppino Porcelli… Ma l’impressione maggiore l’ho avuta quando ho visto un bambino nero nero che camminava scalzo e gocciolante per la strada ed ero io mezzo secolo fa. Poi ho rivisto mentre passava una vela alle loro spalle, due ragazzi che si baciavano tra gli scogli. Erano mio padre e mia madre proprio come sono in una foto in bianco e nero del ’35. Allora ho capito cosa cercavo in Albania: non una terra da conoscere, nuovi mari e nuove genti, ma quel tempo antico, le sue onde e i suoi abitanti perduti nell’imbuto impietoso del tempo. Cercavo la mia infanzia, e in quell’infanzia l’origine del mondo, il tuo piccolo mondo antico o l’universo intero visto tramite la fessura della propria vita. In fondo si viaggia per ritornare. L’alba della vita nostrana ha preso il nome d’Albania.

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