Attenti a quei due
Alemanno e Storace sono due personaggi assai famigliari ai romani.
L’uno è stato il primo sindaco di destra a Roma, dopo essere stato Ministro dell’agricoltura, votato da tanti, poi vituperato da molti, infine un po’ rimpianto dopo Marino e la Raggi. L’altro è stato il primo governatore di destra del Lazio, prima di essere Ministro della Salute, brillante braccio destro di Fini, poi fuoruscito da An quando confluì nel Pdl e fondatore de la Destra, che fu un’intuizione giusta ma non sfondò.
Due figure di spicco del Msi e poi di An che dettero vita anni fa alla corrente di destra sociale. Poi si divisero, litigarono, ora sono di nuovo insieme e oggi convolano a nozze col nuovo movimento “sovranista” che si battezza oggi a Roma. A loro si unisce il triestino Roberto Menia, da ultimo vicino a Fini.
Ho letto il loro documento programmatico e mi sembra coerente coi nostri tempi trumpiani-lepenisti e con una destra nazional-popolare; peccato che per anni il loro itinerario sia stato vagante, con tappe sbagliate, intese discutibili, ombre e scelte di voto che per carità di patria dimentichiamo.
Ha senso oggi lanciare un altro partito “sovranista”? C’è già Fratelli d’Italia, c’è già Salvini, c’è bisogno di un nuovo partito? Non è troppo tardi? E poi, a cosa serve, considerando che difficilmente potrà competere col pur piccolo ma solido consenso della Meloni? Servirà solo a negoziare con qualcuno per ricollocare qualcuno?
È difficile spiegare all’italiano la nascita di un altro partito di destra. I più la prenderanno come una ripicca personale contro la Meloni; poi divergeranno le valutazioni su chi ha più colpe o chi ha cominciato… Ha senso disperdere i consensi a destra, ridursi ad apparire quasi una lista di disturbo o spaccarsi come fa la sinistra?
La domanda che resta però è un’altra: la destra ha davvero bisogno di ricompattarsi o piuttosto di rigenerarsi ex novo? Ovvero deve recuperare e riciclare i vecchi tronconi e gli ex-colonnelli o deve piuttosto ripartire daccapo? È inutile dire che, eccetto i diretti interessati, i più risponderebbero che si deve fare tabula rasa, rinnovarsi.
Il realismo invece consiglia di essere meno drastici: ci vuole un movimento con energie giovanili, guidato da nuove classi dirigenti, ma le élites non si formano dal nulla, da un giorno all’altro, per estrazione o prescelti coi criteri della Casaleggio & Associati. Ci vuole un lavoro di formazione e di selezione che al momento non c’è.
Se fossi la Meloni riaprirei a certe condizioni le iscrizioni al suo partito e penserei a una compagine giovane, fresca e cazzuta per la Camera dei deputati, senza colonnelli finiani; e invece farei spazio a una rappresentanza storica di veterani della destra nazionale al Senato. Qui i nuovi, là i seniores che diventano senatores.
Un modo per accorpare, evitando concorrenti e spine nel fianco, senza tornare indietro o ridiscutere la guida del movimento. Quel che conta è comporre una vera, ampia forza nazionale e popolare, all’insegna di Prima l’Italia, prima gli italiani, nel nome della sovranità, della civiltà e dei suoi confini, della famiglia e dell’economia nazionale protetta.
Non antieuropea ma tesa a proporre la rifondazione confederale dell’Europa e anziché puntare sulla fuoruscita italiana dall’euro, a rinegoziare il Debito. Una forza che non si esaurisca nella faccia del leader in tv, ma crei un’area, una comunità, un luogo di formazione della sua classe dirigente, un arcipelago di realtà sociali e culturali.
Con tutti gli auguri ai suoi promotori non ci pare che un altro partito serva allo scopo. Ci auguriamo almeno che sia il sintomo di una gran voglia di destra che non trova ancora adeguate risposte e più capienti contenitori.
MV, Il Tempo 18 febbraio 217
