C’era una volta un re

Non c’è bisogno di essere monarchici per provare tristezza quando vedi la fine di un Re, il suo esilio inglorioso in un qualunque paradiso caraibico. Magari a Santo Domingo, nella repubblica dominicana, come alcuni evasori nostrani.

Era lui l’ultimo Re di Roma, essendo nato nella nostra capitale nel 1938 al tempo della guerra civile in Spagna. La Corona spagnola trovò provvisorio rifugio nell’Italia dei Savoia e del Duce. Dico di Juan Carlos, nato terzogenito, che è stato Re di Spagna per quasi quarant’anni e dopo aver raggiunto il massimo d’anzianità andò in pensione da re e abdicò in favore di suo figlio Felipe. Aveva portato la Spagna dal franchismo alla democrazia, la sua immagine dette decoro e stabilità a una delicata transizione, attraversò la linea di fuoco senza bruciarsi e senza scottare il paese, già lacerato da una terribile guerra civile. Era stato il Generalissimo Francisco Franco, el Caudillo, a metterlo sul trono e a consentire che col Re tornasse in Spagna la democrazia abbinata alla monarchia. Juan Carlos accompagnò quel passaggio con sobria fermezza, spense franchismi e antifranchismi, rimise in circolo la sua nazione nel mondo e contribuì a portarla nel cuore dell’Unione Europea, dopo una lunga periferia e quarantena. Lui che rappresentava la tradizione, la condusse per mano sull’altare della modernità. Lui che rappresentava l’hispanidad, lasciò che la sua Spagna perdesse il suo afrore antico e ammiccasse al mondo global. Poi certo, non mancarono problemi. La spina nel fianco della Catalogna, la difficile coabitazione con certi governi socialisti, l’arduo barcamenarsi tra la Spagna eterna e carnale, la Spagna della Corrida, e la Spagna moderna, euro-occidentale.

Poi emerse la sua esuberanza sessuale, ma fin qui possiamo capire, capita ai re, capitò pure al nostro Vittorio Emanuele II e ai reali inglesi. Poi venne la sua caccia grossa e le sue foto in posa con le prede uccise, criticato dagli animalisti; ma per il paese della corrida non erano poi atroci mattanze. I reali inglesi cacciano la volpe, i reali spagnoli cacciano addirittura elefanti.

Più dura e meno giustificabile, invece, la storia dei capitali all’estero, le spregiudicate operazioni finanziarie, le regali regalie, che per il volgo si chiamano mazzette, i fondi sul conto della “fidanzata”. E la crescente impopolarità. Finire come un faccendiere qualsiasi, come un ministro arricchito della repubblica, no, non si addice a un re.

Quando abdicò, Re Juan Carlos posò sotto il ritratto splendido del suo antenato, accanto alla famiglia reale e poi nelle immagini salienti della sua vita regale. A seguire ci fecero vedere nei tg gli eurocrati aggirarsi per i padiglioni asettici e intubarsi nei corridoi di Bruxelles e paraggi; erano nel loro acquario sterile e artificiale, del tutto apolide e astorico, un incrocio tra una clinica, un bagno chimico, il caveau di una banca e un centro spaziale. E poi quegli emicicli Ikea, quegli euroambienti tutti uguali con la stessa luce da obitorio, così privi di storia e di vita, di umanità e di cielo, terra, mare e sole. Era lampante la differenza tra la sovranità della Tradizione e la sovranità del Globale, tra la regalità e la finanza, tra aristocrazia e burocrazia. Di mezzo la storia, il mito, la magnificenza della corona. Non avevamo considerato che anche i Re alla fine possono perdersi tra i conti in banca, la finanza, le tangenti (o jus primae bocconis) e i capitali all’estero, e adeguarsi ai parametri europei.

Juan Carlos aveva i difetti atavici dei re, le donne e la caccia, ma aveva il carisma della sovranità. Lo dico da europeo e da meridionale, perché i Borbone-Due Sicilie ci sono familiari, a noi del sud. Anche da noi i bambini si chiamano meninni e gli schiaffi si chiamano bufitoni come da loro in Spagna, grazie alla loro dominazione.

Juan Carlos, dicevo, è mezzo nostrano, nato pariolino, in lui vive un Giancarlo, a Giancà, come dicono a Roma. In Spagna da tempo le forze di sinistra chiedono che dopo il Re arrivi un’anonima eurorepubblica formato standard, priva di simboli e di riti, senza carisma e senza storia, dove la Spagna si riduce a Spa e diventa solo un padiglione dell’Euro. È questo che sperano dal successore Felipe, che sia fighetto ultramoderno, neoborghese, poco regale, anzi in grado di praticare l’eutanasia alla corona spagnola, un re che non tiene alla corona ma alla troika. Spagnoli, avrei voglia di dire, restate in Europa, epperciò non arrendetevi alla Ue, la corona non è un virus. Considerate che sono ancora tanti gli stati europei che si riconoscono in una monarchia; vero è che se la monarchia vuol dire stabilità, in Spagna non è servita a molto in questi ultimi anni di instabilità permanente, governi accroccati, alleanze e fratture continue, macabro antifascismo di stato sul corpo di Franco disseppellito e cacciato dalla sua tomba.

Il punto debole della monarchia, in fondo, non è quella di ingessare un paese, incombere sui governi, imbavagliare il progresso, ma di essere irrilevante, impotente, come acqua fresca seppur di colonia. O per dirla con gli antidinastici per eccellenza, gli americani, è solo chiacchiere e distintivi. Ma i riti, le liturgie, i simboli della corona sono importanti per un popolo e uno stato. Quel simbolo, in fondo, è il segno che nel mezzo del cambiamento c’è qualcosa che rassicura, ci sono cose durevoli, una continuità che si trasmette di padre in figlio. La monarchia è la paternità di un popolo, o la maternità se si tratta di una Regina. Però con Juan Carlos finito a Santo Domingo o paraggi ed Elisabetta d’Inghilterra che viaggia ormai verso i cent’anni, temo che pure la monarchia sia a rischio di crisi europea e distanziamento storico. La sua forza era quella di essere fuori dal tempo, ma dopo che è caduta nel tempo e ne ha preso tutti i sintomi e i vizi, inclusa l’idea che il tempo è denaro, va a finire che tramonta come tutte le cose del tempo. Una corona venduta per trentamila denari.

MV, La Verità 6 agosto 2020

 

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