Chi è disposto a morire per l’Occidente?

Chi è disposto a morire per l’Occidente?

Non si può chiedere di rischiare la vita dopo aver insegnato che essa è il bene supremo da salvaguardare a tutti i costi. È questo il problema radicale che fronteggia Europa e Stati Uniti, contrapposti da civiltà con diverse scale di valori.

Non avrei mai pensato che questo millennio si chiudesse con l’Italia in guerra; era così soft l’atmosfera, così svagata e assente… Diciamo la verità: da decenni pensiamo che ci sia un’incompatibilità costituzionale tra L’Italia e la guerra. Avvertiamo il nostro Paese come militesente, materno, obiettore per comodità. Vorrei porvi, cari amici, una domanda che pongo anche a me; mettetevi una mano sulla coscienza, guardatevi allo specchio, calatevi il più possibile nella situazione concreta e poi rispondete: ma voi sareste disposti a morire per la patria o l’Occidente (se considerate quella la vostra patria), per la democrazia o per i diritti umani e le patrie altrui? Sareste disposti a combattere una guerra non come quella americana, con minimo rischio e a grande distanza dagli obiettivi (con la certezza di compiere terribili errori), ma in cui è in gioco la vostra vita, quanto quella dei vostri nemici? Sareste disposti a far da scudo umano, come fanno i serbi, per proteggere i loro ponti (finora, da noi i cavalcavia hanno mietuto ben altri tipi di vittime)? Domande banali, elementari, ma essenziali.

Evitando le risposte retoriche e furbastre, so che molti risponderebbero con un dubbio legato a una questione: bisogna vedere se è davvero giusto farlo, oltre che se è veramente necessario, e poi bisogna distinguere tra un principio (difendere la propria patria o l’umanità) e il modo reale in cui viene difeso. So che alcuni direbbero: sì, io difenderei la mia patria ma non questa specie di patria. Oppure: sì difenderei l’umanità ferita, ma non lì, e in quel modo. Tutto ragionevole. Però di fronte all’ipotesi elementare di essere chiamati a rispondere con i fatti, bisogna pur dare una secca risposta. E qui entriamo nel tunnel dell’Occidente: da quando crediamo che il principio supremo sia il diritto alla vita e dunque la difesa dell’esistenza, non possiamo chiedere a noi e agli altri di sacrificare il valore supremo, cioè la nostra vita, in nome della medesima o di quella altrui, di principi morali e ideali. Per questo le guerre sono combattute nel modo che vediamo: possibilmente dall’alto e da lontano, con un rapporto di vittime di uno a cento rispetto al nemico (come già accadde all’Iraq). Se ci fosse una prospettiva paritaria, forse neanche gli americani, che pure sono fieri militaristi, s’imbarcherebbero.

A quella domanda con la mano sul cuore, neanch’io so rispondere in modo chiaro e deciso. Anch’io sentirei di dire di sì, che sono disposto a rischiare la vita per la patria in pericolo (e dunque non in una guerra <<laterale>> o aggressiva); un po’ meno per l’umanità. Primo, perché non so cosa vuol dire in concreto guerra umanitaria; secondo, perché nessun uomo può caricarsi dei mali del mondo, ognuno faccia la sua parte, delimiti i confini delle proprie responsabilità, non pretenda di salvare il mondo. Naturalmente tra il rischiare la vita e il fregarsene non c’è il deserto; ci sono vari modi intermedi per dare una mano anche a chi è lontano, vari sacrifici che si è disposti a fare, senza giungere al sacrificio estremo. Perché se prendessimo sul serio questo compito etico, questo imperativo categorico umanitario, saremmo già morti: quante volte nel mondo, da che siamo nati, l’umanità è stata ferita e calpestata, in quanti luoghi del mondo avremmo dovuto già combattere e perire?

Certo, conta molto il clima che si crea; a volte i codardi diventano eroi nello stato d’eccezione (e d’eccitazione) e viceversa. Ma ho l’impressione che nelle attuali condizioni il nostro popolo non abbia uomini disposti a perdere la vita per la Causa; solo eccezioni, e tra queste pochi eroi, qualche incosciente, e qualche disperato in cerca di sublimare il proprio suicidio. Il problema radicale che si pone è questo: non potete chiedere di rischiare la vita dopo aver insegnato che la vita è il breve supremo e va salvata a ogni costo. Non potete chiedere di sacrificare la vita per difendere valori etici o addirittura lo standard di vita dell’occidente.

Per mettere in gioco la vita è necessario credere che esistano valori, principi, cose – chiamatele come volete – che sono superiori alla vita stessa: per esempio la vita di una nazione, la sua libertà, la sua dignità. Ma noi abbiamo edificato una civiltà che ha il suo punto di superiorità e di legittimazione proprio nel suo contrario: la grandezza della nostra civiltà è che tutela, prolunga e migliora la vita e pone al vertice di tutto la difesa della vita. È difficile, adesso, rovesciare la piramide. Ma siamo chiamati a farlo. Il contrasto con la cruda realtà e con il resto del mondo che vive invece su altre lunghezze d’onda, ci porta a sconfessare il principio fondante della nostra civiltà. Questo sarà il dramma dell’Occidente allo schiudersi del nuovo millennio. E qui si parrà la sua nobiltà e la sua miseria.

La retorica tele pacifista. Intanto, c’è un problema reale, oltre la guerra. I profughi. Che l’Occidente aiuta di giorno e bombarda di notte; accoglie i loro convogli con viveri e assistenza, ma durante il percorso li copre di missili. Buoni alla meta, cattivi durante il tragitto. E se tornano alle loro case, vengono considerati scudo umano dai serbi e magari bombardati. Non per altro, a quell’altezza non si distingue un serbo da un albanese…

È giusta e utile la missione Arcobaleno, perché aiuta i profughi e perché, diciamolo pure, frena l’esodo verso le nostre sponde. Ma non so perché, io come molti nostri lettori, non sono riuscito ad appassionarmi alle collette umanitarie in tv e a contribuirvi. Diciamo la verità: quanti di noi hanno mandato aiuti? Non so cosa ci prende, la diffidenza verso gli agenti umanitari o la retorica telepacifista ci trattiene; eppure si dovrebbe dare una mano. Certo, la carità comincia da chi ti è più vicino, ripeto a molti umanitari astratti che amano chi soffre lontano e se ne fregano di chi soffre accanto. Però qualcosa dovremmo pur fare per questa gente oltre Adriatico. Non  ci piacciono i telebuonismi, ma non tiriamoci indietro.

Mi ha impressionato e commosso vedere una sera un piccolo gruppo di profughi che andavano via dal loro paese con nulla. Senza bagagli. Forse avevano perduto tutto, forse pensavano di poter tornare. Intanto offrivano la propria inerme nudità al destino, portando se stessi e nulla più. Come Enea, in fuga da Troia distrutta, con un solo venerato bagaglio sulle spalle: il suo vecchio padre Anchise…

Quante altre volte vedremo profughi fuggire dalla loro terra bruciata, dalla loro casa distrutta? E quante altre volte non li vedremo, nessuno ci racconterà l’esodo e le deportazioni di altri popoli fuori dal cono di luce dell’Occidente. Popoli sepolti dalle macerie e dalla noncuranza, perché strategicamente non utili alla Nato.

Intanto davanti alla tragedia vistosa di kosovari e serbi, si consuma da noi un ovattato dramma domestico: la nostra svogliatezza di fronte alle armi e alla carità, la nostra incapacità di essere duri e di essere generosi. Assenti guardoni, come nei referendum. Malati di comoda apatia.

Marcello Veneziani, Il Borghese 17/1999
 


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