Chi è sincero non dice il vero
Se a ogni mese si addice un modo di essere, l’attitudine tipica di agosto è la sincerità. Sarà perché ci spogliamo, in ogni senso, del nostro travestimento sociale, dei nostri costumi urbani, dell’abito di lavoro, ci denudiamo per amor del mare e per sfuggire al caldo; sarà perché siamo o dovremmo essere in agosto più liberi dai veli e dalle maschere in cui ci paludiamo nella vita di ogni giorno e viviamo più spontaneamente, senza mediazioni, ad agosto siamo più sinceri.
Ma la sincerità è davvero una virtù? Non sempre, non solo, non da sola. Proviamo a ragionare anche per non mandare in ferie la mente in agosto. Per cominciare, sincerità non coincide affatto con verità. Il sincero non nasconde nulla, dice quel che pensa, che sente, che vede, che sa o che crede di sapere. Ma non per questo dice la verità: è spontaneo, senza mediazioni, non usa il velo o la cera, come secondo un’etimo incerto dà origine alla parola (sine-cera, senza copertura di cera). Il sincero mette fuori quel che ha dentro, esterna, scopre, rende trasparenti i suoi sentimenti, le sue sensazioni, i suoi punti di vista. Chi è sincero non dice il vero, denuda la sua soggettività, mentre la verità è oggettiva, esiste indipendentemente da noi; è il combaciare tra la realtà e l’intelligenza, dicono gli allievi di San Tommaso (adaequatio rei et intellectus).
A ben vedere la sincerità somiglia al suo contrario, la bugia: è infantile. Se la bugia viene rappresentata dal naso di Pinocchio che si allunga a misura di ogni bugia, la sincerità può essere rappresentata dalla bocca della rana, che si allarga a ogni suo gracidare. La sincerità, come la bugia, ha le gambe corte perché non va lontano e tronca molte relazioni per la sua incontinenza e impertinenza. La sincerità è poi un modo di dire ma non implica un modo di agire conseguente. Il sincero può persistere in tutti i suoi errori, vizi, bassezze; si limita a dichiararli. La confessione non è già in sé certezza che non si ripeteranno; è solo una promessa. Chi è sincero può non essere onesto, e chi è onesto può non essere sincero. Se confesso di aver rubato sono sincero ma non smetto di essere ladro. Viceversa posso dire una bugia a fin di bene, dunque onesta. Persino la morale cristiana la chiama pia fraus, menzogna a fin di bene. Le sante omissioni cristiane seguono alle salutari menzogne riconosciute da Platone, precedono la doppia verità di Averroè, il bello mentire di Campanella, la dissimulazione onesta di Torquato Accetto, praticata nell’antichità anche da rigorosi moralisti come Seneca, e nella modernità da smascheratori radicali come Nietzsche: il velo d’Apollo che veste di bello l’orrore della verità e copre la tragedia del divenire).
Non c’è nessun automatismo tra la sincerità e la verità. Il sincero dice quel che pensa ma non sempre pensa quel che dice. La sincerità resta nella sfera della spontaneità soggettiva mentre la verità implica l’impegno a uscire dalla propria soggettività per capire, conoscere, avvicinarsi alla realtà obiettiva. La spontaneità non è una virtù, è solo la liberazione di un impulso, è uno sfogo, quasi un’incontinenza, ha qualcosa di selvatico, di incolto. La brutale franchezza spesso produce nel nome di un piccolo bene, la sincerità, un male più grande, danneggia il prossimo e i rapporti umani. Ferisce l’altrui sensibilità, non si cura dei suoi effetti, lacera i legami sociali; dice cose che fanno male, senza riguardi per la fragilità, la sensibilità, la suscettibilità altrui. “Il mio cuore messo a nudo” di Baudelaire indica un sincero aprirsi e dichiararsi, esponendo le passioni, i tormenti, le speranze; ma la verità è un’altra cosa.
A farne la storia, poi, si scoprono gli altarini. Dal ’68 in poi, la sincerità fu considerata libertaria, liberatrice, dissacrante. Franco sta sia per libero che per sincero. In questa chiave, venne fuori il coming out, detto comunemente outing: tutto ciò che era velato dall’inibizione si svelava con l’esibizione. Soprattutto negli orientamenti sessuali. Ecco il trionfo della sincerità. Ma accanto al coming out è via via cresciuto il suo recipiente che è diventato col passare del tempo la sua camicia di forza, il suo carcere: per non mortificare persone, categorie sociali, generi, popoli e classi, si è via via adottato il linguaggio dell’ipocrisia, il frasario corretto, il lessico bollito, la cancellazione o la rimozione di tutto quanto sia considerato troppo crudo e offensivo. Insomma dopo l’elogio della sincerità e del coming out è venuto fuori il nuovo codice dell’omertà, il rococò dei giri di parole, le perifrasi, le menzogne dorate, inclusive e accoglienti, per non urtare la suscettibilità di nessuno. Il festival dell’ipocrisia nasce dall’ideologia sessantottina, ma ci sono precedenti: una parodia delle ipocrisie rivoluzionarie la fece già Niccolò Tommaseo nel Vocabolario filosofico-democratico del 1799. Anche lì, l’ipocrisia nasceva dopo la rivoluzione giacobina.
Anche stavolta la sincerità di partenza si è capovolta in falsità, negazione della realtà. Come è stato possibile? Perché la sincerità non è amor di verità, ma è il puro sprigionare, fino a dilagare, senza freni, della soggettività, dico sono penso faccio tutto quel che desidero; allo stesso modo si adotta l’ipocrisia del linguaggio correct o del gergo woke per tutelare altre soggettività, singole o di categoria. La soggettività è come un pendolo: va dal permissivismo libertario al moralismo intollerante. Marcuse condannava la tolleranza repressiva della società borghese; ora viene fuori la sua immagine allo specchio, l’intolleranza permissiva, ovvero la sincera ipocrisia, per dirla con un altro ossimoro. In entrambi casi, non c’è nessuna passione di verità, nessuna ricerca del vero, nessuna tensione ideale a cercare la coincidenza tra il vero e il fatto, tra la certezza e la realtà.
E allora, rivalutiamo l’insincerità, o condanniamo la sincerità a vizio capitale? Ma no, la sincerità, se non coincide con l’incontinenza verbale (“non sa tenersi un cece in bocca”) o con la selvatica spontaneità puerile, resta pur sempre una virtù. Ma assume valore se è consapevole, conseguente e riflessiva. Resta un pregio, una virtù vera, se apre agli altri e rifiuta gli inganni. E se ha sensibilità ed empatia, sa fermarsi davanti alla soglia del rispetto altrui, della carità, della riservatezza, della prudenza e della pazienza. Altrimenti è nociva e non implica coerenza tra il dire e il fare. Come ogni virtù, la sincerità si fa tiranna se è unica e assoluta, va a briglie sciolte, libera da ogni vincolo, non temperata dalle altre virtù. La sincerità non è la virtù regina, ha valore se non contraddice le altre virtù. Se la verità è un poligono che ha tanti lati, la sincerità vale nel politeismo delle virtù se è compatibile con le altre virtù. Senza freni e senza riguardi, la sincerità è una virtù che sconfina nella malvagità. La civiltà è la capacità di coltivare la sincerità, di ingentilirla, senza soffocarla o snaturarla.
La Verità – 8 agosto 2025
