Com’è antiquata la sfida tra moderni e antimoderni

Il Novecento dista ormai da noi un millennio piuttosto che un ventennio. Tutto quel che accadde, pensò, sognò, sembra non riguardarci. Se non fosse per il “nazifascismo” ossessivamente presente nei nostri giorni, il Novecento sarebbe ormai sepolto, senza onoranze, in un museo d’antiquariato, tanto ci sembra remoto e polveroso.

L’estate di tre anni fa si portava via Cesare de Michelis, intellettuale veneziano, letterato, editore di qualità che al ‘900 aveva dedicato molti scritti. La casa editrice di cui fu fondatore, Marsilio, ha raccolto quei suoi scritti sul Novecento, a cura di Giuseppe Lupo, in un ponderoso volume di 568 pagine. Moderno Antimoderno è l’autobiografia letteraria e intellettuale del Novecento italiano. Gran libro di scenario e di sintesi, fuori dal mainstream; sguardo lungimirante sull’Italia e sul suo tempo culturale, con un occhio privilegiato agli scrittori delle Venezie.

Il Novecento  ̶  dice De Michelis del “secolo doloroso” o “innominabile” ̶  ha voluto cambiare il mondo e per farlo ha dovuto sbarazzarsi dell’uomo”. Una denuncia potente e verace del furore antiumano di quel secolo che pure ha venerato l’umanità e l’umanitarismo. Intere generazioni, nota De Michelis, si sono spese fino ad esaurirsi nell’annientamento della tradizione, rimanendo poi senza energie per edificare il nuovo mondo, che fu la promessa con cui sorse e in cui naufragò il Novecento. Da qui la sua insofferenza per le aspettative messianiche del secolo in cui siamo nati, “Non ne posso più delle rivoluzioni”.

L’incipit di De Michelis è folgorante: “Quel giorno che l’anello si sciolse, finalmente diritto il filo indicò la direzione…indietro non si torna…non restava altro che andare avanti” fino a che si sarebbe finalmente raggiunto il paradiso. Veniva rigettato il mito del ritorno su cui si fondavano le tradizioni, la loro visione ciclica e circolare, quell’anello saldo che resisteva intatto da secoli. “La tradizione cedeva il primato al progresso, la filosofia alla scienza, il vero al nuovo”. Ma la vita, nota l’autore, opponeva al progresso i suoi ritmi di sempre, il suo andare in tondo; e allora la vita diventava l’ostacolo, bisognava celebrare la morte che diventava il progetto totale di “questo secolo maledetto”. De Michelis si addentra nella biopolitica e nell’homo sacer, esplorato da Giorgio Agamben; “sovrano è colui che decide sul valore e il disvalore della vita in quanto tale”. La nuda vita diventa sacra, viene politicizzata e assoluto diviene il potere che la presidia. “Medico e sovrano sembrano scambiarsi le parti” e l’esperienza della pandemia sembra confermare tragicamente quella intuizione.

La modernità compie un altro olocausto: è la morte della civiltà contadina che Charles Péguy definì “il più grande avvenimento della storia dopo la nascita di Cristo”. Il Novecento è dunque il secolo che si sbarazza dell’uomo, della tradizione, della memoria, dell’umanesimo, lasciando al loro posto le masse, i popoli, le classi. E, aggiungerei, gli individui sradicati, perduti nella loro spaesata solitudine. A De Michelis non basta lo schemino di Norberto Bobbio che “attribuiva alla sinistra tutti i valori dell’umanesimo progressista e di conseguenza descriveva la destra come la zavorra defatigante che fermava ogni slancio”. Ma la realtà è molto più complessa, i ruoli si sono spesso invertiti e diversificati, non corrispondono al rassicurante manicheismo ideologico di Bobbio. E infatti, nota De Michelis, “quando cadde il nazismo restò il comunismo, quando venne la pace cominciò più mostruosa di prima la guerra, e piano piano divenne chiaro per tutti che dopo la civiltà contadina poteva morire anche la natura”. Inclusa la natura umana, aggiungerei. Riferimenti impliciti del suo sguardo “catastrofico” sono Pasolini e Cacciari. Ma il suo sguardo conduce lontano, più lontano di quanto potesse pensare…

De Michelis dedica pagine affilate al “conformismo degli intellettuali”: “per quanto all’opposizione, l’intellettuale nasce ideologico e conformista”; subordina il pensiero alla militanza politica, il suo genere letterario è il manifesto. Per lui l’uomo di cultura deve rinunciare a qualsiasi ruolo politico, “l’anticonformismo è senza scampo impolitico”, dice citando Prezzolini e i suoi “apoti”; alla fine lui ebbe ragione su Gentile, Gramsci e Gobetti che avevano scelto la via dell’impegno. De Michelis si riconosce poi nell’analisi di Nicola Chiaromonte, un irregolare che “con invidiabile preveggenza” aveva antevisto “la sostanza comune del bolscevismo, del fascismo e del nazismo”. Ma cita anche Berto Ricci, fascista irregolare, che descrisse il prototipo ardito dello “scrittore italiano”, e morirà in battaglia così da non essere costretto a ricredersi”. Eppure in guerra bisogna andarci non per conformismo ma per senso di responsabilità, notava Giuseppe Berto, citato da De Michelis, “perché soltanto chi saprà cosa è stata la guerra potrà avere poi la forza e l’autorità di fare “un’altra rivoluzione”. Ma la guerra non rese migliori, non insegnò nulla e la rivoluzione abortì.

Torniamo al Novecento, il secolo in cui le fedi, diventate ideologie, volsero infine al nichilismo, intrecciando totalitarismo e relativismo. Della letteratura come dell’impegno, non restò nulla, un pugno chiuso, un pugno di mosche e illusioni. E la modernità diventò modernariato.

Si chiede De Michelis: “Ora che il Novecento è finito, consumando il passato e il futuro”, ora che la storia è finita e lo spazio è globale, “che storie riusciremo a narrare?” Forse il futuro, pensava, “ci impone il recupero del tempo, la riconquista del passato, il ripristino di un ordine altrimenti spaesante”. Si tratterà di andare oltre il moderno, l’antimoderno e il postmoderno, guardiani obsoleti di territori ormai abbandonati. La vita è altrove.

MV, La Verità (13 luglio 2021)

 

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