La mia sfida a figli tossici e padri “soffici”

No, non sono i quattro ragazzi pieni di ecstasy e cocaina morti all’uscita di una discoteca, anzi precipitati da un ponte a Civitavecchia, a colpire per le feste. Colpiscono piuttosto le centinaia di mamme e papà accorsi in ospedale per il temuto riconoscimento dei loro corpi. Non colpisce più una tragedia come questa, benché elevato sia il numero dei morti e terribile la loro fine precoce.

Un copione uguale con i soliti ingredienti: sui vent’anni, il sabato notte, la discoteca, la velocità, la cocaina, l’ecstasy.

Colpisce la serialità di questi incidenti, vorrei dire la tragica prevedibilità, divenuta ormai tipica, statistica, monotona. Sono morti più ragazzi così negli ultimi dieci anni che per far l’Italia unita ai tempi di Curtatone e Montanara. Le guerre di indipendenza costarono meno delle guerre di dipendenza, più o meno tossica.

Ma colpisce la rilevanza sociale del fenomeno se ogni incidente occorso a dei ragazzi trascina centinaia di genitori in piena notte in ospedale e getta nel panico migliaia a casa, davanti alla tv, al telefono, o insonni barricati nelle loro domestiche fortezze.

Sì, è una società insicura che ha paura di tutto, che ingigantisce col terrore i rischi oggettivi che crescono insieme alle possibilità di vita. Una società vigliacca. Ma la frequenza di questi incidenti indica un fenomeno ormai di massa: migliaia sono i ragazzi potenziali vittime di se stessi, del fumo, delle pasticche, dell’auto, della velocità, dell’ora tarda, e vorrei dire dell’incapacità a tutti i livelli di distinguere il giorno dalla notte, la luce dalle tenebre, il sonno dalla veglia.

Non bombaccioni ma imbambolati, abbagliati dall’irrealtà, incapaci di distinguere tra una cosa vera, in carne e ossa, alla luce del sole, e una cosa finta, un’immagine virtuale, alla luce del display. Come nei rave party, come nelle risse imbecilli a Campo de’ Fiori, come persino nelle musiche assordanti nelle loro camere, con quei rumori che ti fanno vomitare l’anima dalla pancia e ti svuotano il cervello, sfrattato a colpi di martello pneumatico scambiato per sound.

Sono migliaia i ragazzi che ogni settimana tentano su strada e al chiuso Signora Morte, impermeabili alle raccomandazioni pubbliche e private, materne e paterne. Non con spavaldo coraggio ma con totale inavvertenza del pericolo, come se la cosa non li riguardasse, come se fosse un film, un dvd, una second life.

E sono migliaia i genitori che a ogni notizia d’incidente hanno una fitta al cuore, aguzzano l’orecchio nella speranza di sentire il nome di un altro, per ripetersi nella mente, non è lui, anche questa volta l’abbiamo scampata, questo giro ci è andato bene…

E se non si conoscono ancora i volti e le generalità si corre in camera sua per vedere se almeno c’è qualche traccia del ragazzo, per capire dai dettagli qualcosa della sua vita, delle sue follie, della sua malattia di vivere.

La domenica a prima mattina che si va in camera di lui, per capire se almeno alle cinque, alle sei si è ritirato, perché non ce l’hanno fatta dopo le tre sono crollati in un brutto sonno d’incubi e risvegli. E loro niente, incuranti di tutto, ma non perché più tosti, più duri, ma perché più delicati, più fragili; hanno il collino di quando erano ragazzi e la testa a pillola che accarezzavi da bambino. E ti ricordi in quei momenti della loro infanzia, quando tu eri sveglio e loro andavano a dormire e li sentivi recitare dalla loro camera l’Ave Maria e il Pater Noster sussurrando con le voci bambine “…adesso e nell’ora della nostra morte amen”. E ti sembrava così irreale che creature sorgive potessero già citare “l’ora della nostra morte”…

E ora quegli esercizi di tenerezza lì davanti alla soglia delle loro stanze vuote alle quattro della notte e il cellulare staccato…

O quando sono in casa, spiarli mentre fumano, stanno ore al computer, barricati nel loro altro regno. E vedere un figlio perdersi alla vita e tu non sai come portarlo via con te, insieme; vederlo rifiorire, riaprirsi al mondo, alle mattine che si nega a letto, e magari studiare, lavorare…

Come impedire che ogni notte lui si dissolva?

Vorresti dire, figlio mio che ti succede, sfiorargli la testa ma per pudore non accarezzarlo, che ti succede, trovarsi a ripeterlo come un genitore fesso e ovvio, non poter far nulla e volergli dare tutto, per portarlo alla luce… ma poi sei sicuro di essere nella luce, o sei solo in un’altra fogna, ma la sicuro?

Come aiutarlo senza dargliene l’idea? No, lasciamo stare l’ossessione della sicurezza, la sindrome borghese della maglia di lana, la paura di mandarli in giro. Liberiamoci da queste umanissime viltà, accettiamo la sfida del mare aperto. Navigare necesse est, vivere non est necesse.

Arrivo a dire che preferisco rischi migliori. Preferisco esplorazioni ardite, avventure di cielo, di mare e di montagna, partenze volontarie per una causa degna di vita, anche se all’apparenza non c’è nessuna che valga una vita.

Preferisco scelte consapevoli di rischio per una ragione o una passione grande. Arrivo a preferire i ragazzi che partono volontari in guerra, caro Alberoni che difendi e non a torto la mitezza della nostra epoca rispetto alle cruente epoche passate.

Preferisco i morti per fede e per patria ai morti per velocità e fumo. Meglio martiri di un’illusione piuttosto che le vittime automatiche di una discoteca. Forse la strada è ridare incanto alla vita. Smetterla di considerarla solo un fatto di contabilità, di belle case e larghi consumi.

Consumando consumando, le dosi aumentano e alla fine c’è l’autoconsumo. Forse bisogna dare libera circolazione ai miti per evitare che i ragazzi se ne ricostruiscano degli altri infimi e feroci. Grandi passioni estetiche, estatiche, religiose, storiche perfino…

Non lo so, provo a dire, non ho esempi positivi da indicare, non ho certezze. Ai figli estremi del vietato vietare, non chiedo di tornare a proibire, è difficile. Proviamo a sfidarli sul loro terreno: non chiedete loro di passare dall’incoscienza alla prudenza, ma al coraggio.

Su, coraggio, non tornate a casa.

MV, Libero 30 dicembre 2008

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