I sensi del mare

Il mare ha cinque sensi, come noi umani, ed è un piacere vedere il mare, ascoltarlo, odorarlo, toccarlo e sentirne il sapore.

Leggo in riva al mare le folgoranti Ispirazioni mediterranee di Paul Valéry. Risalgono al 1933 e sono un inno all’amor fati, cioè alla gratitudine di essere mediterranei: “Sono nato in uno di quei luoghi in cui avrei desiderato nascere”. Leggo Valéry al sole, davanti al mare e al cielo, e ritrovo davanti il senso fluente e luminoso della mediterraneità. Nota Valéry che il pensiero nacque sulle rive del Mediterraneo perché qui sono riuniti tutti gli ingredienti sensibili, gli elementi e gli alimenti che lo generano: luce e spazio, libertà e ritmo, trasparenze e profondità. E in sintonia con le condizioni naturali emergono gli attributi della conoscenza: chiarezza, profondità, vastità, misura…

Ispirazioni mediterranee si intitola anche un altro libretto francese, di Jean Grenier, maestro di Albert Camus. Per Grenier il Mediterraneo è “uno spazio breve che suggerisce l’infinito”. Camus coniò l’espressione pensiero meridiano di cui Franco Cassano è stato in Italia in anni più recenti un lucido teorico: è il pensiero che nasce sulle sponde mediterranee, che si nutre del sole e del mare e considera essenziale il genius loci. Camus può definirsi un bigamo mediterraneo, metà di sponda algerina, metà di sponda francese. Il pensiero di Camus si radica nel paesaggio, nel sole, nel mare, nei colori del Mediterraneo. Pensiero meridiano fu la sua geofilosofia mediterranea: “il Mediterraneo, dove l’intelligenza è sorella della luce cruda”. Una filosofia profondamente meridionale, greca e latina, animata dal genius loci. Nella sua visione del mondo affiora il lucore dell’infanzia algerina e poi la luce abbagliante della Provenza, descritti nei suoi magnifici saggi solari dedicati all’estate e al ritorno. Una passione speciale nutre Camus per l’Italia, vista come sintesi tra la sua terra nativa, l’Algeria (“la dolcezza di Algeri è piuttosto italiana”) e la sua terra d’elezione, la Provenza. L’Italia è la “terra fatta secondo la mia anima”.

“Sceglieremo Itaca, la terra fedele, il pensiero audace e frugale, l’azione lucida, la generosità dell’uomo che sa”, Camus tracciò sulle sponde mediterranee una filosofia dell’amore. “Se fossimo déi non conosceremmo l’amore” dice con Platone; ma “l’uomo – scrive nei Taccuini- si realizza solo nell’amore perché vi trova in forma folgorante l’immagine della propria condizione senza avvenire”. Camus sottrae l’amore all’eternità e lo rende umano, cioè fugace. Il suo fascino è la sua precarietà, il suo tramontare, come l’Occidente.

Il suo fascino è anche nell’atmosfera pomeridiana della siesta, la nostra meridionale controra, la metafisica del caldo, il ronzio delle mosche e il sapore mediterraneo dell’anisette che diventa pastis in Provenza, ouzo in Grecia, l’arak nel Medio Oriente, il raki in Turchia, sambuca o mistrà in Italia, e poi Meletti, Varnelli, e il mitico assenzio che ubriacò la letteratura maledetta dei postromantici… L’incanto del mare, la solitudine come sete d’eternità, gli dei che “parlano nel sole e nell’odore degli assenzi…”.

Torno a Valéry, alla filosofia imbevuta di paesaggio e di mare, al suo occhio che “abbraccia insieme l’umano e l’inumano”, ai porti mediterranei che descrive animati da un solo personaggio, la Luce. Quei porti dagli odori intensi che sono per lui un’enciclopedia o una sinfonia olfattiva; quel mare che per primo rende concepibile il possibile; quel pensiero che nasce dalla rarefazione del concreto, come un distillato della realtà, frutto soprannaturale della natura; quei puri elementi della luce che suggeriscono agli spiriti contemplativi le nozioni di infinito, di profondità, di universo; quel sole che introduce il modello di una potenza trascendente, di un signore unico; quell’uomo misura tutte le cose che nacque sulle sue sponde, qui diventa soggetto della polis e sviluppa come in nessun altro luogo il potere fascinoso della parola.

Non c’è libertà più spumeggiante e più coinvolgente di quella che viene danzando sulla cresta dell’onda. Una libertà che si propaga dall’anima al corpo e viceversa. La giovinezza di Afrodite schizza sulla infinita vecchiezza del mare “vinoso, canuto e ondisonante” cantato da Omero, che separa e unisce le terre come un cordone ombelicale e ne ritaglia le identità, fino a comporre un arcipelago solcato da canali che come vene scorrono e narrano il sangue spirituale del nostro mare.

MV, I sensi del mare, AA.VV., Ed. Acqua dell’Elba (2015)

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