L’addio di Ratzinger fu dieci anni fa 

C’ero in San Pietro, nel febbraio di dieci anni fa, all’ultima udienza di Papa Joseph Ratzinger prima di lasciare il soglio pontificio. Andai con lo spirito di chi vede passare davanti ai suoi occhi un evento storico e un passaggio solenne destinato a pesare nei secoli. C’era tanta gente, una minoranza devota e una maggioranza quasi “sportiva”, curiosa e distaccata. Ero stato la domenica precedente all’ultimo Angelus del Papa, dopo che l’11 febbraio, anniversario dei Patti Lateranensi, aveva dichiarato la sua intenzione di lasciare il pontificato, con l’annuncio in latino; anche se nessuno lo disse, avevo avvertito il gelo, suo e della gente. Era stato un congedo formale, glaciale, lievemente mesto. Benedetto XVI sembrava sbrigare l’ultima formalità prima di prendere il volo, con qualche sollievo. 

Alla sua ultima partita da Papa la musica era diversa, c’era il sole in febbraio, c’era la liturgia e c’era soprattutto la mobilitazione, organizzata con gran regia, i gruppi di fedeli e i movimenti. La piazza era gremita e il Papa citava più volte il cuore per suscitarlo; ma non avvertì commozione diffusa. Mi era accaduto altre volte di tagliare con gli occhi un’atmosfera tesa, partecipe e dolente come fu alla morte di Giovanni Paolo II o in altre occasioni pasquali e giubilari o in alcune visite pastorali. Altre volte ho sentito sfiorare un’aura che per i credenti è il soffio dello Spirito Santo. Quella volta no, il clima radioso sembrava rubare l’attenzione al rito e l’autunno di un pontificato veniva sopraffatto da un sorprendente annuncio di primavera. Girando a fatica tra la gente non vedevo commossa partecipazione, piuttosto turismo e qualche amarezza, forse un filo di delusione e un’onda di umana, aconfessionale simpatia, più tanta curiosità e altrettanta vaghezza. Forse molti dei più fervidi seguaci di Ratzinger, proprio perché più legati alla Tradizione, non c’erano, si erano sentiti come traditi dal “loro Papa”, non accettavano l’idea della sua abdicazione. La gente era spaesata di fronte a un evento inedito, non viveva quella rinunzia come un fulgido atto di fede, ma come un fatto umano e mondano. Stava lì a salutare il congedo del Pensionato Eccellente. Una cerimonia un po’ triste e un po’ festosa. 

Il Papa si dilungò assai nei ringraziamenti come un vecchio preside che va in pensione e ringrazia gli studenti, i bidelli, il corpo docente e poi si sofferma a ricordare che i presidi passano ma la scuola resta, è viva. Ratzinger ripeté troppe volte che la Chiesa è viva, anzi “è un corpo vivo” e quell’insistenza sembrava tradire il timore inverso: che quel corpo avesse subito ferite difficilmente sanabili e fosse avviato a una terribile necrosi. Certo, il Papa non abbandona la Croce, come tenne a dire Ratzinger, quasi a rispondere al segretario di Papa Woytila che aveva ricordato quel Pontefice malato che tuttavia non era sceso dalla Croce. Anche lui, dunque, come Francesco, ha dovuto polemizzare col segretario del Papa precedente.  

Ratzinger non abbandonava la Croce, ma il suo ruolo paterno e pastorale. Il modo nuovo con cui diceva che porterà la Croce si può forse giustificare solo in una luce d’Apocalissi: tempi eccezionali richiedono atti eccezionali, di fronte al declino di Dio nella nostra epoca non bastano le tradizioni ma urgono rotture radicali. Ma francamente non so se quell’atto di rinuncia risponda davvero a un disegno di salvezza per la Chiesa e non piuttosto all’esigenza di un uomo stanco e a disagio di sottrarsi a un ruolo sofferto. Un cartello nella piazza domenicale brandito da una ragazza, diceva “Non sei solo, anch’io sono con te”; voleva essere un conforto e invece era quasi una pur mite minaccia: il papa non va in esilio costretto al confino, ha scelto di essere solo, non chiede compagnia né parole di conforto ma silenzio e solitudine. E forse rispecchia nella sua dimissionaria solitudine la fugace, rinunciataria solitudine della gente un tempo cristiana.

Lo sentivi assai vicino Ratzinger che si dimetteva per raggiunti limiti d’età, per vecchiaia e per stanchezza, per sottrarsi a veleni e ricatti, per liberarsi dalla cappa dei poteri, dalle trame oscure e dalle cose del mondo, per tormento intellettuale. Lo sentivi umano, profondamente umano, nella rinunzia, lo sentivi perdutamente filosofo e umanista, magari ammiravi la sua ascesi intellettuale. Però lo sentivi venire meno come Santo Padre, cioè custode e pastore di una Tradizione. Semel abbas, semper abbas, dicevano gli antichi: una volta padre, sei padre per sempre. Non si può rinunziare, andarsene in pensione come uno qualunque, spezzare una tradizione, generando assurdi imbarazzi e strane vacatio. Tutti plaudevano all’umanità di un Papa che si dimette e perfino al coraggio; ma un Pontifex è ponte con la divinità, non si esaurisce nella sua umanità. E’ richiesto il sacrificio della sua soggettività, anteporre l’Ufficio alla sua personale inclinazione, fino alla fine. Non a caso perde il suo nome originario. Cosa volete che siano, alla luce di Cristo e dell’eternità, la vecchiaia, i veleni, i malanni e il disagio di un ruolo? Da Santità non ci si può dimettere. La via dell’ascesi è eccelsa ma si può rinunciare al ruolo pastorale? 

Gravava un vuoto sulla piazza gremita, si sentiva sospesa nell’aria la Vacatio. Non solo la Sede Vacante, ma qualcosa di più. Un vuoto personale e spirituale, non solo istituzionale. Si, c’era la Chiesa in pompa magna, con tutta la sua gerarchia e il suo apparato collaudato nei secoli, mirabile spettacolo di potenza terrena nel nome del cielo. C’erano i Cardinali, c’erano i fratelli, c’era la folla. Ma si avvertiva l’assenza del Padre. Un Pontefice si è dimesso da Padre. La gente salutava il suo passaggio da Santo Padre a Santo Zio. Lui si accingeva a diventare Papa Emerito, non perdeva la Santità ma il ruolo di Padre. Abdicava al ruolo paterno, rinunciava ai figli, si dava alla meditazione e alla preghiera. Addìo Benedetto XVI, e mai saluto fu più usato a proposito; in fondo la sua vera morte fu dieci anni fa. 

 

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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