L’inquisizione su Bella Ciao

Ciao bella, vado di fretta. Non mi sarei soffermato a parlare di Laura Pausini che si rifiuta di cantare Bella Ciao, perché non c’è alcuna valenza politica o polemica a un gesto di libertà che voleva sottrarsi a ogni speculazione politica, per giunta in clima elettorale. Ma la cosa stomachevole, come sempre succede in Italia, è il day after, il viscido conformismo del giorno dopo. Non gli attacchi immediati della plebe sui social ma gli attacchi premeditati, beceri e disgustosi; quel che è peggio sono le reprimende partite dalla tv di regime e dai giornaloni istituzionali. Non cito nemmeno i più scalmanati, i partigiani in servizio permanente effettivo. Faccio un paio d’esempi. Per esempio quel Gramellini che fa la sua finestra quotidiana sul Corriere della sera. Lui non si è finto militante invasato ma devoto sobrio, un partigiano della domenica che canta Bella Ciao portando il vassoio di pasticcini a casa. Dunque, per Gramellini, la Pausini non è fascista, per carità, però ha mancato di “prontezza di spirito”. Come avrebbe dimostrato invece la sua prontezza di spirito? “Avrebbe potuto intonare quella meravigliosa canzone dedicandola al popolo ucraino invaso da Putin”. Traduco: prontezza di spirito significa “la servo subito”; come la scimmia ammaestrata alza la zampa al comando del domatore, così la Pausini avrebbe dovuto intonare “quella meravigliosa canzone”. Poi, per fare bingo, avrebbe dovuto dedicare la canzone all’Ucraina, in modo da essere allineato ieri, oggi e domani al mainstream di regime. Con una sfumatura non da poco: un russo che proviene dall’Urss e dal Kgb e invade un paese vicino, che associazione di idee suscita in una persona non faziosa di normale istruzione? Il paragone con i russi comunisti che invadevano l’Ungheria, la Polonia e la Cecoslovacchia. E no, invece, il paragone è sempre lo stesso, coi fascisti di epoca precedente.

In un interrogatorio stalinista si è invece trasformata l’intervista che in un canale tv di Repubblica, Gerardo Greco ha fatto a un parlamentare di Fratelli d’Italia dopo il caso Pausini, Giovanni Donzelli. Cito da Repubblica, l’incalzante interrogatorio: “Canterebbe Bella ciao?”. E Donzelli: “Si tratta di un canto nato dopo la Resistenza cui è stato dato un altro significato”. Tentativo bis: “Ma lei lo canterebbe?”. E Donzelli: “Me lo cantavano quelli che all’università mi impedivano fisicamente di entrare”. Tentativo ter: “Ma lo canterebbe o no?”. E Donzelli: “Io sono da sempre a favore della libertà”. Tentativo quater: “Ma lo canterebbe in nome dell’antifascismo?”. E Donzelli: “Che significa antifascismo oggi?”. Tentativo quinquies: “Antifascista nel senso di contrario al fascismo che c’è stato in Italia”. E Donzelli: “Se in un futuro dovesse esserci un regime che toglie libertà agli italiani io sarei sicuramente contro, ma non capisco l’antifascismo senza fascismo”. Segnaliamo il caso a Giorgia Meloni”

Donzelli è stato fin troppo garbato e paziente ma ha risposto in modo pertinente. Sappiamo che Bella Ciao non nasce come canto partigiano e sappiamo pure che la sua celebrazione come canto della Resistenza è stata postuma. Lo abbiamo detto più volte mentre “er valoroso popolo degli antifascisti a fascismo morto” s’indignava, rivendicando la matrice partigiana. Ma il fatto è che quel canto si è identificato per decenni con le manifestazioni di piazza dell’antifascismo radicale, militante, a fascismo sepolto, di estrazione comunista, associato alle bandiere rosse, ai pugni chiusi e agli slogan minacciosi. Immagino che nella rossa Toscana, il Donzelli abbia avuto esperienze non proprio allegre di quei canti. Uno dei ricatti peggiori che rossi e neri facevano ai loro “prigionieri politici” catturati o circondati durante gli anni di piomboera imporre di cantare un loro canto, come Bella Ciao o Faccetta nera; e se si rifiutavano, giù botte. 

Ora, invece, questa violenza, questa intolleranza, si è fatta regime, istituzione, bon ton. E qualcuno lo pretende nel corso di un’intervista in un servizio pubblico, con un’arroganza e un’intolleranza da polizia sovietica o cinese (non conosco le provenienze e le preferenze del compagno Greco) con finale deferimento per l’epurazione. Mentre qualche altro, più mieloso sacrestano, lo suggerisce come segno di “prontezza di spirito”. E per dimostrare il suo zelo di devoto fervente, Gramellini annuncia alla fine della sua omelia laica, che va a sentirsi “Bella ciao”, ma “in cuffia, così non disturbo nessuno”. Ma che bravo, che discreto, come quel Nicodemo che andava a trovare Cristo di notte, quando non lo vedeva nessuno; ma lui compie questo gesto intimo, privato, annunciandolo in pubblico, sbattendolo in prima pagina. Che gesuitismo senza Gesù, che esibizionismo senza esibizione, che untuosa ipocrisia.

Il problema che resta è uno, chiaro e preciso: nessuno può pretendere che qualche altro canti a comando il suo canto carico di significati politici; e se una persona civilmente si rifiuta per mille ragioni – perché non sa le parole, perché non le piace, perché lo ritiene fuori luogo, perché non ne condivide l’uso divisivo che se ne fa, perché semplicemente non le va di cantare a comando – non deve essere poi sottoposta a un processo sommario e affannarsi a dimostrare che lei, per carità, proviene dall’antifascismo, ha un prozio partigiano e la nonna ha nascosto in casa una vicina ebrea. 

Ai cittadini si richiede il rispetto della libertà e della democrazia, il rispetto delle leggi, della vita e delle opinioni altrui, non l’allinearsi da pupazzi ammaestrati alle prescrizioni d’altri. Incluso il diritto di coltivare opinioni e letture diverse sul piano storico, civile e culturale, come si addice a un paese che per metà e più avrebbe dato la stessa risposta di Laura Pausini. Cantami o diva quel che ti va di cantare.

La Verità (16 settembre 2022)

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