L’italiano porta male a sé stesso
Anche se non si dovrebbe dire, ma noi italiani non solo non ci vogliamo bene ma ci portiamo male. Esercitiamo il potere jettatorio su noi stessi con abnegazione e sprezzo del pericolo. Ce la tiriamo addosso. Motivi per piangerci addosso certo non mancano, ma noi ne facciamo un’arte e un vizio plateale. Nel collasso delle attività produttive, ci è rimasta una produzione impressionante di auto-sfiga, da primato mondiale, che viene esibita nei tg con dovizia e nequizia.
Ci regaliamo funerali a sorpresa. Un connazionale che ci attraversa la strada è peggio di un gatto nero; quando gli italiani si salutano o si vedono allo specchio dovrebbero toccare ferro o grattarsi i genitali. Rieccolo il superstizioso. Sì, un po’ si. Ma un gran filosofo e filologo come Vico spiegava che la superstizione, come dice la parola, è il residuo superstite di verità degenerate o dimenticate. E poi è meglio essere superstiziosi che cinici. Nel caso italiano, però, portarsi sfiga vuol dire pensare negativo, amplificare la crisi col ripeterselo di continuo e con la drammaturgia collettiva, arrendersi a mali ritenuti inevitabili.
Il grande fisico Niels Bohr aveva un ferro di cavallo attaccato alla porta perché, si giustificava, “dicono che porti fortuna”. Ma come, professore, gli obiettarono i suoi allievi, lei è uno scienziato insigne, è un fisico, non può credere a queste superstizioni. E lui rispose: “Certo che non ci credo, però pare che porti fortuna anche a quelli che non ci credono”. Italiani, basta con il lutto preventivo, munitevi di corno e ferro di cavallo e smettetela di tirarvela addosso.
MV, 24 luglio 2018
