Salvini lasci stare il Pci di Berlinguer

Caro Salvini, annunciando che la Lega prenderà la sede storica del Partito Comunista alle Botteghe Oscure, lei ha detto che la Lega “ha ereditato i valori del Pci di Berlinguer”. La sinistra è insorta indignata e non so darle torto. O meglio, capisco due cose. Una, che gli eredi del Pci, i piddini, hanno tradito la tradizione comunista e socialista italiana, non sono neanche l’unghia della vecchia storia, tremenda ma a suo modo gloriosa, della sinistra comunista. Sono passati dalla difesa dei ceti proletari a guardia bianca del capitalismo globale, sono diventati gli asinelli di troia – cavalli sarebbe troppo – della troika europea; sono l’espressione della neo-borghesia radical; e alla difesa del Quarto stato preferiscono la difesa del Terzo sesso, trans inclusi. L’altra, che la Lega ha raccolto molti consensi proletari e operai un tempo del Pci, e ha fatto battaglie popolari che un tempo erano dei comunisti.

Riconosciuta questa doppia verità, le dico: lasci stare il Pci e Berlinguer. Per rispetto della storia, dell’italocomunismo e, se permette per rispetto della destra popolare e nazionale che è dalla sua parte.

Se a muoverle questa obiezione fosse solo un intellettuale in disparte, come io sono, avrebbe ragione di fregarsene e fare le sue boutade elettorali, anche per generare scompiglio tra gli eredi traditori della sinistra. Ma quel che le sto per dire, mi creda, esprime l’opinione dei due terzi del suo elettorato e la stragrande maggioranza dell’area sovranista.

I valori del Pci non sono, non possono essere i valori della gente che la vota. Perché il Pci era un partito legato a doppio filo a Mosca, da cui prendeva soldi, ispirazione e ordini, fino agli anni Settanta. Perché il Pci sognava un modello di società egualitaria e collettivista che non sono certo i riferimenti, e tantomeno gli ideali, degli italiani che la votano e delle partite Iva. E se non sono di destra, sono ex-democristiani e anticomunisti, in conflitto aperto non solo col vecchio Pci di Togliatti ma anche col Pci di Berlinguer.

Perché quel Pci era antifascista dopo il fascismo, cioè usava l’antifascismo per delegittimare ogni destra e perfino ogni partito conservatore, nazionale, cattolico non progressista. E un antifascismo che esaltava la lotta partigiana anche nelle sue pagine peggiori come le stragi del triangolo rosso, le foibe, l’odio verso chi, senza essere fascista, era fieramente legato alle tradizioni nazionali, cattoliche e spirituali del nostro paese. Forse non le dice niente Marx, e nemmeno Gramsci. Ma il loro progetto era la dittatura del Partito Comunista, l’avvento dei soviet nelle fabbriche, l’egemonia marx-leninista, la cancellazione, lo sradicamento di tutto ciò che rappresentava la storia e la tradizione della nostra civiltà. Perché quel Pci non fu mai sovranista per la semplice ragione che fu sempre, coerentemente, internazionalista. Perché quel Pci era collegato alla Cgil e alle lotte sindacali che fecero danni enormi al paese e all’economia. E che oggi sarebbero, e sono, coerentemente dalla parte dei migranti e non certo dei confini della patria e mai avrebbero detto prima gli italiani; mai avrebbero agitato il rosario e invocato la Madonna. Non si può un giorno imbarazzare i cattolici agitando quei simboli sacri e santi della religione cristiana e un altro giorno agitare il poster di Berlinguer e del Pci.

Quanto a Berlinguer vorrei ricordare che fu un onesto e rispettabile segretario, dignitoso e serio, moralmente impeccabile. Ma Berlinguer non aveva la statura di Togliatti e quanto a svolte fu più ardito Occhetto, seppur col favore dei muri crollati. Berlinguer era modesto, come stile ma anche come capacità, per lunghi anni allineato anche ai più sordidi eventi, come le invasioni militari; fu mestamente comunista, considerò il Partito come l’Assoluto, non lasciò tracce importanti, si oppose alla socialdemocrazia e la storia gli dette torto. Quando Craxi lanciava il socialismo verso la nazione, l’Europa, la modernità, la libertà e il mercato (e le tangenti), Berlinguer era dalla parte opposta.

Fu una persona per bene, ma basta la sua decorosa mediocrità per farne un santo con relativa agiografia? Da anni Berlinguer è un pretesto narrativo per santificare gli eredi. Ma il comunismo non fu quella cosa light di cui si può appropriare. E non c’entra nemmeno con lo spirito comunitario. Il comunismo sta alla comunità come la polmonite sta ai polmoni: la comunità è un organo naturale, storico, sociale, il comunismo è la sua patologia, la sua infezione.

La sua dichiarazione di sentirsi erede di Berlinguer e dei “valori del Pci”, dimostra oltretutto una pericolosa subalternità culturale, un complesso d’inferiorità e una piccola furbizia che si ritorcerebbe contro di lei. Perché è da quel complesso che un nuovo governo dovrebbe invece liberarsi se non vuol rimanere succubo del nuovo Pc, che è il Politicamente Corretto. Quel nuovo Pc che oggi esalta Berlinguer. Perché se si riferisce ai valori, alla questione morale, alla dignità della politica c’era un altro testimone molto più scomodo ma più compatibile col sovranismo e l’italianità. Si chiamava Giorgio Almirante. Ora non pretendo che lei, ex-comunista padano, scopra i valori del Msi e di Almirante, sarebbe imbarazzante il retrogusto fascista e la concorrenza alla sua alleata Giorgia Meloni, o Giorgita Melòn, per declinarla alla Evita Peròn.

Ma se arriva ad appropriarsi dei valori del Pci e di Berlinguer, i suoi elettori, perlomeno i due terzi di loro, preferirebbero Almirante e il Msi. Se il richiamo invece, oltre che furbo e tattico, è alla politica seria di un tempo, allora bisognerebbe onestamente dire che quella stagione, coi suoi vizi e le sue virtù, è assai lontana dalla sua.

Ci ripensi, Matteo. Se la politica è una cosa seria, eviti di passare col carrello della spesa tra gli stand storici e prendersi quello che più funziona per l’uso immediato. Ci sono due modi di denigrare il passato: uno è quello di abbattere le statue; l’altro è quello di farle parlare con le convenienze del momento. Quelle bandiere rosse meritano rispetto e avversari che vogliano affrontarle, non imitarle. Non può scambiarle daltonicamente col verde leghista. È tutta un’altra storia…

MV, La Verità 11 luglio 2020

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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