Terrore e religione nei giorni del Giubileo

​Terrore e religione nei giorni del Giubileo

È un paradosso ma accade che i moderati e i liberali spingono per la guerra all’Isis e al sultanato e i radicali – di sinistra, di centro e di destra – invece frenano. È curiosa l’inversione dei ruoli tra moderati bellicosi e radicali neutralisti che nasce almeno dalla guerra del Golfo del 1991. I “cerchiorenzisti” stanno nel mezzo e adottano, come Mussolini nel 1914, “la neutralità attiva e operante”. Si vis pacem para culum, riassumerebbero i goliardi la posizione del governo; ma questa linea prevale da decenni nella repubblica italiana, Renzi ne dà solo una versione brillante. Forse è la via più realistica per l’Italia se si considera che dichiarare guerra e scendere in armi significherebbe esporsi a probabili gravi attacchi senza conseguire con pari probabilità apprezzabili risultati. Meglio accodarsi ad azioni internazionali, confondersi nel mucchio, offrire assistenza e ristoro, cooperare senza assumere iniziative belliche e senza dichiarare guerra, come invece hanno fatto gli inglesi.

Ma quali sono le letture culturali prevalenti del terrorismo dell’Isis? La prima, laicista, sostiene che il male è nella religione, è già la fede monoteista a predisporre al fanatismo e il terrorismo porta fino in fondo l’intolleranza implicita in ogni credo assoluto. La seconda, che chiamerei occidentalista in senso fallaciano e che occhieggia sia in alcuni settori laici che in molta cristianità, cattolica e soprattutto protestante, ritiene che la chiave del terrore è nel Corano e il terrorismo è solo un’applicazione estrema ma coerente dei versetti islamici e dei precetti della sharìa. La terza, invece, che sarebbe da definire antioccidentale, attribuisce la colpa principale, originaria all’Occidente, ai suoi errori e al suo cinismo, al suo predominio, ai suoi interessi economici e al traffico d’armi; a cui si aggiunge, in una prospettiva terzomondista, la colpa occidentale di aver acuito nel mondo il divario tra ricchezza e povertà e nel proprio mondo il degrado delle periferie e l’emarginazione nella miseria. Mi sembrano tre letture unilaterali, poco convincenti.

Per cominciare, dalla Rivoluzione francese in poi, l’Occidente genera e subisce terrore e genocidi di massa, deportazioni e stermini, non nel nome di Dio ma nel nome della Storia, del futuro, della classe, della razza, della nazione, della società futura e perfino della libertà, dell’uguaglianza e dell’umanità. Nel novecento l’ateismo dei regimi totalitari, a est come a ovest, ha mietuto assai più vittime di ogni fede religiosa. A dimostrazione che il fanatismo usa Dio come le ideologie, usa i libri sacri come i libretti rossi o i manifesti per esercitare il suo dominio e la sua violenza. Ciò che accomuna i fanatismi è la pulsione a voler abolire il mondo nel nome di un Assoluto che in questi ultimi secoli è più terrestre che celeste, è biologico, materiale, economico più che spirituale, sacrale e religioso. Il fanatico è un ventriloquo dell’Assoluto. La matrice di ogni violenza è nella pretesa del soggetto di ergersi a Supplente della Sorte, giudice e boia dell’umanità e decretare nel nome di un Assoluto chi sono i salvati e chi sono i dannati. La religione è madre di santi e di criminali, di anime pie e di mascalzoni, di martiri e di carnefici e alla sua ombra sono fioriti secoli di civiltà e di carità come di fanatismo e intolleranza. La “colpa” non è della religione ma di chi la usa e di come la usa. Ciò che si commette in nome di Dio è responsabilità esclusiva di chi lo commette. Non è colpa della “Verità” ma delle sue interpretazioni perentorie.

Convince poco anche la seconda tesi, che il Corano sia una specie di libro d’istruzioni per il terrorismo e che l’esito obbligato dell’Islam sia la Guerra Santa. Vero è che il Corano non è il Vangelo, dove prevalgono l’amore, il perdono e la pietà; alcuni passi aspri e minacciosi del Corano evocano alcune crudeltà del Vecchio Testamento e della Torah. L’Islam non vive poi nello stesso tempo della Cristianità ma in un’epoca che si può paragonare al periodo europeo che va dal Medioevo alla Controriforma e lo stridente contrasto tra le due epoche produce cortocircuiti, anatemi e incomprensioni. Ma è una semplificazione rovinosa attribuire all’Islam intero la volontà di guerra all’Occidente: significa da un verso ridurre il molteplice all’uno e dall’altro moltiplicare il conflitto, allargando a dismisura il campo dei nemici, così facendo il gioco dei terroristi che mirano proprio a estendere il conflitto e coinvolgere stati e popoli islamici. Nemmeno si tratta di semplificare riducendo le posizioni a una cesura immaginaria che dividerebbe l’Islam moderato dall’Islam fanatico; si tratta piuttosto di distinguere gradi diversi, dai terroristi in armi ai potenziali terroristi in via di reclutamento, dalle aree genericamente ostili verso l’Occidente a quanti vivono solo di riflesso in mondo conflittuale i rapporti tra Islam e Occidente, ma non auspicano alcuna jihad. La distinzione per gradi va adottata sia riferendosi agli stati e ai popoli islamici sia riferendosi agli immigrati islamici che vivono in Europa.

La terza tesi tradisce una visione demagogica e una distorta filantropia. Nessuno può negare gli errori dell’Occidente, non tanto quelli secolari attribuiti al colonialismo quanto gli errori politici, strategici e militari degli ultimi 25 anni, le guerre sbagliate, i regimi autoritari laici abbattuti per lasciare il campo a guerre civili, guerriglie tribali e fanatismi violenti, la cecità degli attacchi, il cinismo dei traffici d’armi e degli interessi economici… E nessuno nega che la miseria arma i poveri e muta la disperazione in ostilità. Ma le violenze e il terrore dei fanatici islamici esplodono anche in zone in cui l’occidente non ha dirette responsabilità. E poi non c’è nessun determinismo, nessun rapporto di causa ed effetto tra la povertà e l’odio, tra la miseria e la guerra. Il contrasto tra la povertà e il benessere può indurre all’imitazione o al conflitto, all’invidia o alla cooperazione. Ed è comunque un male endemico e in maggior misura autoctono, non si può realisticamente pensare che il dieci per cento dell’umanità si carichi della sorte del restante novanta per cento; è utopistico pensare che sia possibile una redistribuzione egualitaria o solidale del reddito e dei beni. In ogni caso nessuna società ha mai prosperato sull’odio verso i benestanti o sul loro senso di colpa per la condizione “privilegiata”. È impensabile che si possa sradicare il terrorismo adottando politiche egualitarie o redistributive, peraltro impraticabili a livello planetario. E poi il nucleo forte dei terroristi non proviene dalle fasce più povere ma dalle avanguardie semi-integrate in occidente.

​L’unica risposta efficace e realistica non mi pare quella di ingigantire il Male ma di circoscriverlo e stanarlo, colpendolo fino in fondo e ciascuno secondo il suo grado e la sua misura. Piuttosto che allestire altari della paura per demonizzare il nemico dovremmo riscoprire la nostra civiltà, il suo modo di essere e di pensare, il nesso inestricabile tra diritti e doveri, il legame vivo con la tradizione. Avendo un punto fermo: il fondamento non negoziabile della nostra civiltà non è vivere ad ogni costo, e dunque a prezzo di ogni compromesso pur di sopravvivere, ma vivere con dignità, anche a costo di combattere e rischiare la vita.

Marcello Veneziani

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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