Tre frutti del ’68

1) Il femminismo

L’emancipazione femminile promossa dal ’68 ha prodotto innegabili frutti e ha riconosciuto diritti importanti alle donne; ma con la stessa onestà si deve riconoscere che tutto questo è avvenuto a scapito della maternità, della coesione famigliare, della serenità e dell’equilibrio sociale fondato sulla diversità dei ruoli. Grandi conquiste, gravi perdite. E nuove forme di alienazione, di frustrazione e di schizofrenia nei suoi ruoli duplicati. Nè va trascurato che l’emancipazione femminile unita alla liberazione sessuale ha prodotto come effetto collaterale una mercificazione del corpo femminile, ridotto a strumento di piacere, gadget, alimentando anche le violenze sessuali.

Mai la donna-oggetto è stata così avvilita ed esibita come nella società dei consumi, della seduzione commerciale e dei desideri sessuali sfrenati. Fino alla mortificazione degli uteri in affitto e al traffico dei figli artificiali per le coppie lgbt. E dire che la civiltà mediterranea fu matriarcale, dette alla donna (già nel suo nome concepita come signora), un ruolo preminente, di matrona, al centro della casa, punto fermo, asse che non vacilla, a volte perfino “mandante” dei propri uomini, come è stato per millenni.

Bisogna poi distinguere tra il riconoscimento delle pari opportunità, che resta una conquista, dalla retorica aggressiva e sessista sull’autogestione della sessualità e l’autosufficienza, il rigetto della maternità e quindi il rifiuto del maschio, salvo poi emularlo anche nei suoi peggiori vizi. L’arroganza femminista aveva l’alibi di ribellarsi a millenni di sottomissione; ma non ha senso far scontare ai circostanti e ai famigliari una “colpa” che risale alle origini del consorzio umano. Di quell’ondata restarono tre trofei: le quote rosa, il lessico stravolto in versione lesbico-femminista e l’8 marzo, con strascico di mimose.

2) Toghe d’assalto

Dopo il ’68, avviene una nuova conquista destinata a lasciare forti tracce nella storia del nostro Paese: l’infiltrazione graduale nei ranghi dello Stato e della Magistratura di un ceto misto di militanti del Pci e della sinistra radicale, sfusa, extraparlamentare, proveniente in gran parte dal ’68. È una penetrazione graduale che darà i suoi frutti solo a lunga distanza. Non pervade tutta la magistratura ma solo una minoranza; però di tratta di una minoranza organizzata che influenza, incide, a volte decide.

Il ’68 si sdoppia in due filoni: l’antica diffidenza per lo stato si fa garantismo a oltranza; l’antica visione conflittuale, contro la neutralità della legge e dei magistrati, si fa giustizialismo forcaiolo. Nascono i giudici d’assalto, i pretori e pm giacobini, le toghe rosse. Curioso aneddoto raccontato da Luciano Violante in un convegno sul ’68 a Martina Franca: in quegli anni militava nel Pci e il maresciallo del suo paese, Rutigliano, doveva stilare una nota su di lui che aveva superato il concorso in magistratura.

Essere comunisti era allora disdicevole (poi è stato il contrario), allora i due concordarono una dicitura ambigua: simpatizza per “partiti d’ordine”. Così, quasi scambiato per un missino o un monarchico, Violante entrò nei ranghi della Magistratura. Dopo il ’68 tutti i settori infiltrati dall’ambito sessantottino-comunista avevano la dicitura democratici: Magistratura democratica, Psichiatria democratica, genitori democratici, insegnanti democratici, e via dicendo.

3) Addio merito

La meritocrazia fu sciolta nell’acido del ’68 come un retaggio di una società classista, selettiva, reazionaria. La tesi di fondo era che il merito non risaliva a differenze naturali e a capacità differenti ma era il frutto di condizioni economiche e sociali privilegiate e comunque segno di un divario sociale da rimuovere, che non considerava le problematiche psicologiche e sociologiche della società. Veniva così contestata la stessa Costituzione che riconosceva “i capaci e i meritevoli” e veniva confermato l’odio ideologico per ogni differenza fondata sulla qualità e la capacità.

Il ’68 acuì nel nostro paese lo scarso riconoscimento del merito, mescolando demagogia, marxismo, cristianesimo ed egualitarismo. Il merito fu rigettato e talvolta criminalizzato, come un residuo scandaloso della vecchia società gerarchica, selettiva, padronale e classista. E questo in un paese cattocomunista, spinse ancor più ad affossare ogni principio di qualità o eccellenza e ogni criterio selettivo fondato sulla capacità personale, il merito e il lavoro profuso, affidando assunzioni, carriere e valutazioni ad altri parametri servili o fortuiti (cortigianeria, raccomandazione, voto fi scambio, pura lotteria sociale, protezione di partito, di sindacato, di setta.

MV, 68 tesi sul 68

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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