Un pensiero forte, un papato debole

In un mondo dominato da poteri forti e pensieri deboli, Joseph Ratzinger ha espresso un pensiero forte e un papato debole. La fragilità di un corpo e la verità di un principio in un’epoca votata, al contrario, al relativismo dei valori e alla tirannia ideologica dell’uniformità contro la realtà e l’identità, la natura e la tradizione.

Quando fu eletto, Ratzinger apparve come il papa della continuità, non solo rispetto a Giovanni Paolo II ma alla tradizione cattolica e alla dottrina della fede cristiana. La sua elezione rispecchiava la centralità tedesca nell’Europa unita. L’avvento di un teologo come Ratzinger indicava una strada e una sfida: affrontare il nichilismo o l’ateismo pratico partendo dalla testa. Cioè dal pensiero, ma anche dal luogo cruciale in cui era sorto, l’Europa cristiana. Una specie di kulturkampf, di battaglia culturale. Ratzinger affrontava i nemici radicali della fede sul piano filosofico e teologico. Per risollevare la fede e la Chiesa dalla crisi partiva dal luogo in cui era sorto l’ateismo pratico e teorico: l’Europa. Ma la sfida si concluse con una disfatta, e non solo perché il Papa vi rinunciò, ma perché non fu frenato il processo di scristianizzazione. La sordità dell’Europa, i pregiudizi verso la Chiesa e il Papa tradizionalista, il suo linguaggio impervio, i temi bioetici, le maldicenze su di lui, l’inimicizia dei poteri, portarono Ratzinger alla sconfitta.

Se Francesco, con la sua accorta semplicità, vuol essere più vicino allo spirito del tempo e ai più lontani dalla fede, Ratzinger, papa a latere è stato più vicino alla solitudine spirituale degli europei; ne rifletteva il tormento e la crisi. Per quasi dieci anni si perpetuò il disagio di vedere due papi vestiti di bianco che vivono a poca distanza e talvolta s’incrociano ingenerando smarrimento ottico, simbolico e pastorale. Fu uno choc vedere il Santo Padre dimettersi dal suo ruolo paterno, abdicare alla missione pastorale, spezzando il filo della tradizione. Ma la Provvidenza ha percorsi imperscrutabili e a volte muta le sventure in grazia.

Si avvertiva nella voce di Ratzinger l’affanno dei secoli, i suoi occhi timidi evitavano di incrociare lo sguardo del mondo. Lo ricordo quando gli consegnammo un premio letterario, su mia proposta, e glielo portammo in San Pietro. Il carisma del Papa si celava dietro il velo della sua ritrosia.

Nel suo invecchiare si rifletteva la vecchiezza della Sposa di Cristo: chiese deserte, vocazioni calanti, sacerdoti che vacillano nella fede. Il cinismo che cresce. Quanto ha pesato l’impossibilità di fronteggiare il deserto che avanza nell’eutanasia del papato, oltre le ragioni contingenti o segrete della sua abdicazione? Le sue dimissioni pronunciate in latino sancirono con asciutto lindore il fossato incolmabile che lo separava dal suo tempo. Il latino le scolpì nel marmo del passato, le rese lapidarie e indelebili. Ci fu un disegno curiale per farlo dimettere? Non sappiamo nulla, e non ci avventuriamo nei sentieri ombrosi del complottismo.

Ratzinger fu un rigoroso difensore della fede e della dottrina contro la dittatura del relativismo e l’incedere dell’islamismo; ma c’era in lui il tormentato filosofo che si confronta con l’ateismo e riapre i conti con Nietzsche, Heidegger e il pensiero contemporaneo. Lui che è stato strenuo difensore della Tradizione, lui che il filosofo cattolico Del Noce definì “il più alto esempio di cultura di destra”; proprio lui, si è affacciato nelle terre incognite dell’ateismo più di ogni altro papa. Arrivò a dire che un inquieto cercatore privo di fede è più vicino a Dio di un devoto per routine, senza interiore adesione, così sconfessando millenni di fede tramandata e milioni di fedeli per consuetudine. Parve quasi un sussulto dell’intellettuale, un riemergere del filosofo che prendeva il posto del Pontefice, del Pastore, del Defensor fidei. Si spinse poi a dire che la verità non abita dentro di noi, nessuno la possiede; ma la verità possiede noi, noi siamo dentro la verità. E dunque nessuno detiene il monopolio della verità e può disporre in suo nome. Sconfessava in modo elegante e rigoroso i ventriloqui di Dio, i fanatici e gli intolleranti. A ben vedere, fu una rivoluzione rispetto alla fede insegnata nei millenni, ma anche rispetto a chi ritiene irraggiungibile la verità e non si accorge di esserne invece dentro. Dio per Benedetto XVI era il Principio della Realtà, il suo fondamento; e quel principio che ci abbraccia e ci contiene si chiama verità. Ratzinger non fu esente dal conflitto tra fede e inquietudine, tradizione e ricerca; fu poco compreso dal mondo. Per la sua fragilità era più amabile del suo glorioso predecessore e del suo successore ma fu meno amato di ambedue. Le sue dimissioni da Santo Padre furono la testimonianza più alta e sofferta della società senza padre in cui viviamo.

Non dimenticheremo i suoi sguardi di spaventata dolcezza, di trattenuta mestizia, la sua scarsa dimestichezza con le cose del mondo, il suo disagio di vivere nello splendore regale; le sue delicate maniere, le sue pantofole rosse. Il suo sguardo si scusava col mondo e suggeriva agli astanti: sono un pensatore che regge le sorti del Pontificato, abbiate indulgenza. Aveva “quel non so che di angelico”, come diceva Petrarca di Celestino V, il papa che abdicò, “inesperto di cose umane”.  Fragile come un cristallo, ma splendente di luce. A volte Ratzinger si abbandonava ai sorrisi, citava l’umorismo aleggiante degli angeli, e poi si atteggiava a un’affabile severità che lo faceva somigliare a Paolo Stoppa quando interpretava il Papa Re nel Marchese del Grillo. Delle sue lezioni teologiche che furono tante, dotte e profonde, ci resta impressa la più puerile. Fu a Milano, qualcuno gli chiese come s’immaginava il paradiso. Liberandosi mentalmente della mitria, il Papa disse che lui il paradiso lo figurava come un ritorno all’infanzia, con suo padre e sua madre. Una confessione tenera e universale, oltre il rigore della dottrina e alla fede, che parte dal cuore e al cuore arriva. Gli unici paradisi intravisti in terra sono i paradisi perduti.

Ratzinger lasciò vacante il soglio pontificio, poi occupato da Francesco. Quel vuoto risplende ora che è tornato dal Padre e dalla Madre.

La Verità – 2 gennaio 2022

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