Una sola via d’uscita

Non se ne ricorderà nessuno ma oggi è il compleanno dell’Italia unita. Lo Stato compie oggi 157 anni; è dunque uno Stato di avanzata putrefazione. Nel dubbio se fare gli auguri o le condoglianze, tento d’intravedere una via d’uscita alla via crucis con calvario e senza resurrezione che si annuncia per questa brutta crisi dopovoto.

Premessa. Non sforzatevi di cercare combinazioni alchemiche, possibili intese e convergenze per dare una maggioranza e un governo all’Italia. Tempo perso. Le forze in campo sono incomponibili, esemplari unici che rigettano ogni alleanza, perfino quelle già esistenti prima delle elezioni. E non solo. Chiunque faccia accordi sa già che sarà punito dal suo elettorato e accusato di alto tradimento. La situazione è incartata. Se per miracolo o per equivoco si riuscisse a formare un’intesa, presi magari dal terrore delle urne o che “ci riescano gli altri”, durerebbe poco e male e si sfascerebbe subito. Ci sono abissali distanze tra insider e outsider, tra forze che sono dentro e forze che sono fuori dell’establishment; sono impossibili per numero e prospettiva i compromessi tra moderati europeisti, ma sono impraticabili pure gli incontri tra forze radicali perché sono opposti i loro radicalismi. E se qualcuno pensa di coinvolgere tutte le forze in campo in modo da non compromettere nessuna, avviando così una stagione costituente, sappia che ad una ad una si sfilerebbero per incassare ciascuna il voto contro la Grande Intesa, che resta prevalente tra gli elettori, anche davanti al baratro. Si sente già il fiato dell’Europa sul collo, le insofferenze delle banche, le minacce dei poteri se non facciamo come lorsignori comandano.

C’è solo una via stretta da percorrere, a me pare. Dunque, si eleggono i due presidenti delle Camere tenendo conto della volontà popolare e dunque premiando le due forze vincenti, i grillini e la Lega, che si votano a vicenda nei due rami, avendo così già in partenza la maggioranza. A loro si affida in ordine di arrivo un incarico esplorativo per vedere se trovano una maggioranza prima di tentare la lotteria e il mercatino del voto in Camera. Se, come è assai probabile, nessuno dei due ce la fa a trovare una maggioranza vera, allora si separano le sorti della rappresentanza da quelle dell’esecutivo: alla Camera guidano le danze le forze più cospicue, al governo si nomina un esecutivo del presidente con figure di alto profilo istituzionale e un mandato esplicito a termine: governare l’ordinaria amministrazione, rassicurare l’Europa e i mercati, indire nuove elezioni con una nuova legge.

E qui il compito legislativo spetta alla Camera. Bisogna garantire quel che la legge in campo, il puttanellum, non ha garantito e lo sapevamo a priori: che esca una maggioranza di governo dalle urne. E le vie per farlo sono due: o tramite un cospicuo premio di maggioranza a chi prende più voti (coalizione o partito), o tramite il doppio turno (vanno al ballottaggio le due forze che prendono più voti). Se il governo del presidente non prende i voti in parlamento, resta comunque in carica fino al voto.

A fare una previsione, si dovrebbe dire che in entrambi i sistemi elettorali ad avere più probabilità di riuscita sarebbe il centro-destra, se regge l’alleanza. Ma se non sono ammesse le coalizioni, bensì le liste singole, allora la partita si apre, in ambo i casi.

Non ho mai amato il ballottaggio ma a me sembra la legge elettorale più onesta in queste condizioni. Che ha dato alla Francia un presidente e un governo; mentre in Germania e in Spagna che non lo prevedono si è rimasti nel pantano delle larghe intese.

Si potrebbe perfino lasciare intoccata questa pessima legge in vigore, aggiungendo solo un piccolo ma decisivo emendamento: in mancanza di maggioranza uscita dalle urne si indice un secondo turno per il ballottaggio tra le due forze più votate. Tutto questo non deriva da alcuna sapienza costituzionale e da alcun marchingegno da dottor sottile. È solo logica e buon senso. Ma entrambi non sono stati eletti in parlamento.

MV, Il Tempo 17 marzo 2018

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    Marcello Veneziani

    Giornalista, scrittore, filosofo

    Marcello Veneziani è nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. E’ autore di vari saggi di filosofia, letteratura e cultura politica. Tra questi, Amor fati e Anima e corpo, Ritorno a Sud, I Vinti, Vivere non basta e Dio Patria e famiglia (editi da Mondadori), Comunitari o Liberal e Di Padre in Figlio- Elogio della Tradizione (Laterza); poi Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, Nostalgia degli dei, La Leggenda di Fiore, La Cappa e l’ultimo suo saggio Scontenti (Marsilio).
    Ha dedicato libri alla Rivoluzione conservatrice e alla cultura della destra, a Dante e Gentile. Ha diretto e fondato riviste settimanali, ha scritto per vari quotidiani, attualmente è editorialista de La Verità e di Panorama.

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