Dialogo tra Veneziani

Quando mi chiedono dello zio famoso e sospettano un caso di nepotismo, io rispondo che mi sento un po’ come Plinio il Giovane nei confronti di Plinio il Vecchio. Anche perché da quel “Plinio il Vecchio”, che in realtà di nome fa Marcello Veneziani, io ho ereditato molto: non solo i capelli ricci e l’aspetto levantino, non solo l’amore per la filosofia, i libri e il giornalismo, o l’attrazione viscerale per il Sud e il suo mare, ma soprattutto la passione insana di stare dalla parte sbagliata, quella dei “vinti”.

E allora non può che partire da lì questa nostra chiacchierata insieme familiare e civile, per capire se quei “vinti”, oggi politicamente un po’ malmessi, siano destinati a perdere ancora, o chissà finalmente a vincere.

Zio Marcello, ammetto di essermi interessato alla politica, anche leggendo tuoi libri come La rivoluzione conservatrice in Italia. Allora, era il 1994, tu accennavi alla possibilità che quel progetto ideale trovasse finalmente una traduzione politica. Cosa resta di quel sogno?

«Sì, all’epoca scrivevo: “i tempi diranno se sono maturi per portare avanti quel modello”. Ma non fu colta l’occasione, forse erano inadeguati gli interpreti, forse l’epoca era refrattaria a pensieri alti e cercava piuttosto soluzioni pragmatiche. Così l’idea di rivoluzione conservatrice restò sospesa nei cieli e il partito che doveva rappresentarla, An, si sgretolò…».

Dalla Rivoluzione Conservatrice alla Rivoluzione Liberale, Berlusconi a lungo ha promesso di cambiare il Paese senza riuscirci. Ora dice di essere pronto di nuovo a «candidarsi per vincere». Sarebbe invece l’ora di mollare tutto? Come dire, la vera rivoluzione nel centrodestra sarebbe il suo ritiro?

«Io da tempo lo invito a lasciare la ribalta con dignità. Berlusconi un giorno voleva la rivoluzione liberale, un altro giorno quella popolare, ma non è riuscito a fare né l’una né l’altra, sebbene avesse un consenso popolare fortissimo.

Credo non abbia colto l’opportunità perché non era e non è un grande statista. Resta un grande impresario, uno straordinario comunicatore, ma i suoi sono stati governi come tanti altri, non i peggiori della storia, ma nella media, appunto dei governicchi».

Intanto a destra si fanno largo Salvini e Meloni. Tu dai loro credito ma con qualche riserva. Quali sono i loro principali limiti: anagrafici, geografici (l’uno resta comunque legato all’immaginario leghista, l’altra appare troppo romanocentrica) o di mancanza di classe dirigente?

«Oggi Salvini e Meloni rappresentano l’anima popolar-nazionale di questo Paese molto più di Berlusconi. Ma non bastano. Una parte cospicua d’Italia non si riconosce in Salvini: il suo linguaggio pop intercetta una fetta considerevole di elettorato del Nord, ma non fa scaturire immediatamente una proposta di governo.

La Meloni ha toni più misurati, nella sua presenza tv si avverte la voce di un’opinionista, ma dietro di lei non si avverte la presenza di un movimento, un partito, un mondo, un regno della comunicazione o dell’editoria. Per questo Salvini e Meloni sono dei punti di partenza».

Cosa manca allora per arrivare alla meta, cioè alla rinascita del centrodestra? Un leader, dei temi, un popolo?

«Innanzitutto, non si deve cominciare dai leader, come ci insegnano le esperienze passate. I partiti guidati da leader si sono gonfiati e sgonfiati nell’arco di brevissimo tempo. La prima peculiarità è partire da un programma condiviso, che incarni la storia e l’anima del Paese. Il secondo atto è costruire una classe dirigente.

Non si può più vivere solo di umori popolari, del sentire della gente, ci vuole un’élite che avanzi con rigore una proposta; un nucleo qualificato da contrapporre alle oligarchie e alle sette di sinistra. Insomma, ci vorrebbe un’aristocrazia di destra».

E sullo stato di salute della cultura di destra cosa mi dici? Sei ancora scettico sulla possibilità dell’intellighenzia di destra di incidere nel cambiamento e trasformare le idee in progetto politico?

«Nel ’900 la cultura di destra era fatta di solitari sdegnosi che non riuscivano a integrarsi in nessuna realtà politica. Non si trattava di intellettuali organici. A me perciò non preoccupa la cultura priva di politica quanto la politica priva di cultura».

Dall’altra parte Renzi scalda i motori per tornare in campo. Secondo te si è autorottamato con la sconfitta al referendum?

«Sai, l’Italia è un Paese che dimentica tutto, vittima di arteriosclerosi galoppante. Ha già dimenticato il grande consenso di cui godeva Renzi, ma anche la ragione per cui lo ha mandato via. E allora forse Renzi non si riprenderà più l’Italia con lo spirito del vincente, col carisma del “risolvo tutto io”. Tornerà ridimensionato, segnato dalle sue esperienze piene di alti e bassi, ma non penso si sia definitivamente bruciato».

Intanto al suo posto c’è Gentiloni, da te definito «luposordo», un’espressione del Sud che indica una persona grigia e appartata che, sotto sotto, si fa gli affari suoi. È più un fesso, piazzato lì come pallida copia di Renzi, o un furbo che punta a durare più del previsto?

«Credo che Gentiloni sia una persona perbene, buona solo per un periodo di transizione. Non so se porterà a una restaurazione renziana, al nulla o a un governicchio di basso profilo. La mia impressione è che Gentiloni e Mattarella abbiano dato vita a un governo gentarella” per usare una sintesi “mitologica” tra i due, per il loro aspetto grigio e il modo di comunicare mogio, il temperamento e lo stile dimessi e la compagine modesta che li circonda.

Entrambi portano avanti un progetto di pura manutenzione. La loro missione è scaldare le sedie, intrattenere il pubblico tra il primo e il secondo tempo».

Dalla chioma grigia di Gentiloni al ciuffo biondo di Trump. Giovedì scorso The Donald si è insediato come 45mo presidente Usa. Qualche tempo fa mi dicevi di non essere proprio entusiasta di lui. Ma alla luce della disastrosa esperienza Obama, si può considerare come una possibile salvezza?

«Le mie perplessità sull’uomo restano tutte, il personaggio non mi piace. Ma guardiamo a Obama: ha deluso le aspettative, ha ricevuto un Premio Nobel preventivo per la pace e poi ha sganciato 26mila bombe nel mondo; ha avuto un ruolo decisivo nell’aggravarsi della situazione del Nord Africa e Medio Oriente, abbattendo regimi autocratici e favorendo l’avvento dei fondamentalisti, e così sguarnendo ogni freno per l’immigrazione e per il terrorismo, ai danni dell’Europa.

Non so se l’arrivo di Trump sarà una liberazione, ma non diamogli un Premio Ignobel preventivo, così come a Obama hanno dato un Premio Nobel alle intenzioni».

La sensazione è che Trump voglia un’America più isolazionista. A tuo avviso, un’America che si impiccia meno degli affari dell’Europa e del mondo è un bene sia per l’America che per l’Europa e il mondo?

«Ne sono convinto. Ad esempio, la metà dei problemi che abbiamo oggi con l’islam dipendono dalla politica muscolare degli Usa, da Bush fino a Obama. E le conseguenze, molto più che gli americani, le stiamo pagando noi europei».

A proposito di Europa, quest’anno si vota in Germania e Francia. Brexit e attentati terroristici come quello di Berlino hanno assestato un colpo letale alla leadership della Merkel?

«Ritengo che il progetto Merkel ormai sia stato bocciato sia dai popoli che dalle situazioni economiche. È tempo di ripensare l’Europa: o fa un passo indietro, e allora riammette le autonomie nazionali, la doppia moneta e la sovranità dei popoli; o fa un passo avanti, e allora si costituisce come vero soggetto politico, militare, strategico. Ma in mezzo al guado non si può stare, finisce male».

In Francia invece emerge la candidatura di Marine Le Pen. Secondo te, ha la maturità necessaria per portare il Front National da forza contestataria a forza di governo?

«È un’incognita ma a questo punto meglio scommettere. I francesi sanno però cosa stanno lasciando, il fallimento di Hollande e di Sarkozy . È legittimo però che provino un’altra strada, anche se sono convinto che si creerà un potere di interdizione tale da parte delle altre forze, che farà arrivare la Le Pen solo a un passo dall’Eliseo».

Tu hai appena pubblicato un libro, Alla luce del mito (Marsilio, pp. 160, euro 16,50), in cui inviti a guardare la realtà con altri occhi. Quanto, a tuo avviso, la politica ha oggi un disperato bisogno di miti?

«I miti sono luoghi di fondazione e di memoria condivisa, pertanto la politica non ne può fare a meno. Pensiamo all’Italia. Se dobbiamo tenere conto della realtà, degli indicatori anagrafici, biologici, occupazionali, l’Italia dovrebbe essere dichiarata già morta. Ci sono più morti che nuovi nati, più vecchi che giovani, più disoccupati che occupati.

Ciò che la salva è appunto il mito, il brand Italia che ci fa riconoscere e amare all’estero, l’italianità come moda, sport, qualità, come intelligenza, arte e cultura».

Tra i miti di oggi, scommetto, a fatica includeresti Papa Francesco…

«Sì, lui è l’esatto contrario del mito, è il demitizzatore della Chiesa. Ha fatto perdere al cristianesimo la forza carismatica, il messaggio trascendente, riducendo tutto al puro interesse filantropico. Anche nel ricorso ai simboli, Bergoglio ha rottamato il Mito e il Sacro: lo vedi dal suo modo di vestire e di muoversi, dal suo aver rimosso i segni simbolici dell’autorevolezza papale.

Ma se le religioni perdono il valore delle immagini e si privano dei miti, smettono di essere religioni. E il pontefice, da essere ponte tra questa vita e l’altra, diventa semplicemente il rappresentante sindacale dell’umanità, un presidente non un papa».

Marcello Veneziani, invece, ha qualche mito privato?

«Se devo pensare a un mio mito personale e infantile, dico Kurt Hamrin, ala destra anni ’60 della Fiorentina, squadra di cui sono tifoso. O Amarildo, cui assomigliavo sia per la carnagione scura che la buona capacità di calciare col sinistro. Poi, crescendo, da ala sinistra sono diventato intellettuale di destra, sono passato da Amarildo ad Almirante, e non so se sia stato un buon affare…».

Gianluca Veneziani, Libero 23 gennaio 2017

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