Il sud, poesia e disincanto
Intervista di Leonardo Petrocelli
1) Marcello Veneziani, che fine ha fatto la questione meridionale? (anche se forse sarebbe più corretto chiedere che fine ha fatto il Sud?)
Si, non è solo la Questione meridionale ad essere sparita, è proprio il Sud come categoria geopolitica, sociale e culturale che è scomparso. Ci sono solo le regioni e poi lo Stato, l’Europa, il Mondo Globale. O se si parla del sud il riferimento è ai sud del pianeta. Manca una visione del sud, e insieme un pensiero e un amore per il sud.
2) Vediamo un po’ di responsabilità culturali e politiche. La sinistra ha una grande (e variegata) tradizione meridionalista – Salvemini, Gramsci, De Martino – ma sembra averla dimenticata. Perché? E’ solo parte del generale scadimento culturale o ci sono altri elementi di incompatibilità?
Quando si perde la memoria storica, il senso della continuità tra il passato, il presente e il futuro, il riconoscimento di un’identità e di un’omogeneità storico-culturale del Meridione, si perde la sua realtà con la sua geolocalizzazione. Il mondo procede tra il locale e il globale, la società tra individui solitari e masse: si sono perduti i termini intermedi. La sinistra, come la destra, è ormai figlia di queste mutazioni e di queste dimenticanze.
3) A destra imperversa invece l’Autonomia a trazione nordista cui si oppone un neoborbonismo rabbioso o un nazionalismo tricolore un po’ generico. Come legge queste dinamiche?
C’era anche a destra un meridionalismo concreto, più pratico che teorico, ora in effetti si oscilla tra generici revanscismi e generici nazionalismi, entrambi retorici, con la tentazione di assecondare la spinta all’autonomia che sarebbe il punto finale di un processo disgregativo iniziato con le regioni, asse nefasto su cui è stato decostruito il paese.
4) Il disimpegno meridiano, per così dire, sembra complessivo. Non solo partiti. Anche sindacati, intellettuali, artisti. Perché nessuno sventola la bandiera del Sud?
È insorto un nuovo fatalismo a Mezzogiorno: ieri c’era il fatalismo di restare, arrendersi alla realtà e agli assetti consolidati, oggi c’è il fatalismo dell’abbandono, ossia la convinzione che l’unica salvezza sia nell’abbandono del Meridione. Questo abbandono assume due forme: l’emigrazione, la fuga, il mettersi in salvo individualmente, o la sopravvivenza a sud come periferia del mondo globale, uscendo dall’idea che il sud possa essere un’entità, un’identità e un soggetto significativo.
5) Azzardiamo un’ipotesi: il Sud Globale, di cui invece si parla continuamente, potrebbe aver contribuito ad “ammazzare” il Sud locale?
Certamente, ma anche il Sud globale è in fondo un frutto del Globale; da quando declinò l’antagonismo tra est e ovest, con la caduta del comunismo, e avvertimmo di essere figli del nostro tempo più che dei nostri luoghi, il sud ha perso significato e valore. E il mondo globale è fatto di pochi centri e infinite periferie.
6) Se dovesse fare un nome di un meridionale, in qualsiasi ambito, riconoscibile in quanto tale, non solo come singolo, chi citerebbe pensando all’oggi?
Proprio la difficoltà di indicare un uomo simbolo è il segno del suo appannarsi come riferimento. In molte personalità spiccate ha prevalso la caratterizzazione locale o regionale (penso a Vincenzo De Luca, un esempio per tutti) più che il riferimento al Meridione. Restano figure venute dal passato e in ambiti collaterali: il più noto resta Renzo Arbore che, come sostengo da tempo, è stato l’ultimo fondatore di una scuola meridionale, seppur nel campo musicale-comico-televisivo. Anche sul piano culturale chi acquista fama e rilevanza lo fa dissociando la sua immagine da quella del sud, diventa scrittore o artista nazionale o contemporaneo, non più meridionale.
7) Quanto ha pesato, in tutto questo, declinare per anni il meridionalismo come lagna ed eterno lamento tra ingiustizie storiche e soldi che non arrivano?
Tantissimo. Noi viviamo ormai da secoli non in Magna Grecia ma in Lagna Grecia. Il meridionalismo è visto come lamentoso, piagnone, questuante, e viene scansato. Anche quando poi si rovescia in un esagerato orgoglio meridionale, una forma grottesca di suprematismo retroattivo…
8) Quindi cos’è oggi il Sud?
Il sud è oggi mito e natura; si è appannato fino a sparire il termine intermedio: storia, tema sociale, questione popolare. Il suo fascino ancora persistente, se non ritornante, alimentato anche dal racconto cinematografico, dalla fiction, dalla musica, è ancora nel mito. Anche se il suo mito è ancora intreccio di natura e cultura, narrazione e frutti appesi, clima e favola.
9) Da dove dovrebbe ricominciare un rinnovato meridionalismo?
Dovrebbe cominciare da una nuova strategia che si contrapponga alla partenza e alla restanza: la tornanza, ovvero l’aprirsi di possibilità concrete per “tornare” a sud, anche periodicamente, anche mantenendo una doppia cittadinanza, studiando attraverso lo smart working e altre possibilità tecnologiche, di lavorare avendo la possibilità di tornare, magari dopo una ricca esperienza altrove. E su quella strategia costruire l’attrattività del sud verso le popolazioni anziane e benestanti d’Europa perché vengano a soggiornare, se non a vivere a sud. Ciò non trasformerebbe il sud in un grande ospizio, o Rsa, perché tre milioni di soggiornanti implicano altrettanti residenti che si occupano di loro e offrono strutture, assistenza, ristorazione, ecc. Ma occorrono leadership lungimiranti e capaci di osare, occorre debellare il fatalismo e ribellarsi all’asfissiante centralismo tecnoburocratico dell’Europa e dell’Occidente. Poi si tratta di governare, frenare e saper orientare i flussi migratori.
10) Di solito si chiude sul poetico, chiudiamo sul pragmatico. Mi indica, se c’è, un’opera pubblica che secondo lei darebbe un segnale di rinnovata attenzione?
Non credo che possa essere il ponte sullo Stretto, l’opera pubblica dovrebbe riguardare tutto il territorio del sud, fino a produrre una connessione virtuosa e reale; e forse dovrebbe partire, come dico da sempre, con una mitica rappresentazione: i Mille che tornano al sud, o sbarcano a sud e costituiscono il nerbo di questa rinascita, ciascuno trainante in precisi settori strategici. Prima l’uomo poi verrà l’Opera. E contraddicendo la sua premessa, prima la poesia, poi verrà la prosa: la poesia nella sua origine etimologica è un agire superiore ma concreto, una visione che si fa realtà e che dà le motivazioni più forti. Poeticamente abita l’uomo su questa terra…
(La gazzetta del Mezzogiorno, 27 dicembre)
