“Torniamo agli imperdonabili”
Intervista per il Candido a cura di Alessio Di Mauro
Perché dedicare un libro agli imperdonabili? è forse proprio l’inattualità, la contraddittorietà con il pensiero dominante del proprio tempo, l’aspetto distintivo della grandezza di uno scrittore?
Sì, i grandi scrittori non sono quelli che rispecchiano il proprio tempo e il potere dominante, ma coloro che lo sopravanzano, lo contraddicono, sanno toccare le corde della nostalgia e della profezia per raccontare il passato e prefigurare il futuro. La grandezza è sempre inattuale, è un passo più indietro e due più avanti del proprio tempo.
Tra i cento nomi ce n’è uno che a noi di Candido sta particolarmente a cuore. Naturalmente parliamo di Giovannino Guareschi, fondatore del foglio del quale proviamo indegnamente a raccogliere l’eredità. É il Gesù che si fa “Piccolo”, proprio come il suo celebre “Mondo”, il messaggio più significativo da cogliere nella sua straordinaria opera?
Guareschi ha raccontato la bellezza del mondo semplice, delle passioni genuine, del piccolo mondo antico, della familiarità con Dio e della divinità domestica della famiglia. È stato il narratore di un’Italia verace, sanguigna, tenera e manesca, che aveva un rapporto carnale con la tradizione… Ha pagato le sue idee e i suoi articoli di persona, con dignità, senza cedimenti. E col Candido ha inciso con grande efficacia nel linguaggio politico e comune. Non a caso morì nel ’68, quando irrompeva un mondo che non era più il suo.
Ci sono poi i capisaldi del pensiero rivoluzionario-conservatore in Italia, tra i quali spiccano Gentile ed Evola. Due autori che hanno influenzato rispettivamente le due correnti culturali contrapposte della destra italiana. Quali sono i punti di contatto tra loro e in cosa sono invece irriducibilmente distanti?
Gentile è stato il filosofo che ha pensato l’Italia e il suo popolo; ha ritrovato nei suoi pensatori e nei suoi poeti una linea italiana, un “pensiero vivente”, uno spiritualismo politico, e ha immaginato l’idealismo come l’erede della religione. Ed è stato un formidabile ministro e organizzatore di cultura. Evola, invece, ha pensato la civiltà tradizionale in opposizione radicale al mondo moderno e lo spirito aristocratico in opposizione al tempo delle masse; ha oltrepassato l’arte e la filosofia da cui era partito nell’esoterismo e nella metafisica. Sono due autori distanti, nonostante l’idealismo che li accomunò e la vicinanza col fascismo. E rispecchiavano due modi diversi di concepire quel mondo che fu chiamato di destra: in Gentile c’erano per così dire le basi filosofiche per una destra sociale e nazionale; in Evola le basi per una destra aristocratica e tradizionale.
“L’opera d’arte non deve più ambire all’eternità, se non altro perché l’eternità non esiste”. Così scriveva il nemico dei musei e delle accademie Filippo Tommaso Marinetti nel 1909, anni prima di diventare accademico d’Italia. Tra le tante contraddizioni del futurismo va ricercato anche il germe che determinerà lo scivolamento verso la transitorietà del postmoderno – dove ogni antica certezza si eclissa per fare spazio allo strapotere della tecnica e alle logiche ossessive del consumo – oppure il progressismo di Marinetti e gli altri era una sorta di vitalismo romantico che immaginava approdi ben diversi?
Il futurismo è stato il più grande laboratorio sperimentale delle avanguardie artistiche, il primo movimento artistico globale che esplode tra l’Italia e Parigi ma avvampa da Mosca a New Jork. É la prima rivoluzione nell’arte, l’antefatto di ogni ribellione, incluso il ’68, il cortocircuito della modernità. Fenomeno grandioso anche se gli annunci poi prevalsero sulle opere d’arte. Marinetti fu un grande comunicatore d’arte prima che un artista. Fu un agitatore di poesia prima che un poeta, un formidabile “disorganizzatore”.
Curioso che a riabilitare il senso del sacro e a rivalutare l’importanza della storia ci ha pensato, qualche decennio dopo, il “comunista” Pier Paolo Pasolini. “Anche quando non lo vogliamo, il passato determina le forme di vita che immaginiamo e progettiamo per il futuro”, scriveva in “Petrolio” il poeta di Casarsa presente nella tua lista.
Del resto anche la feroce critica nei confronti della società dei consumi, che PPP vedeva come il vero totalitarismo repressivo, sembrava riflettere le posizioni della destra missina e tradizionalista di quegli anni. Un peccato che il partito di Almirante non sia riuscito a superare certi rozzi pregiudizi omofobi e a cogliere queste interessanti convergenze?
Per la verità i pregiudizi erano reciproci. Anche Pasolini usava il fascismo come una specie di categoria metafisica, di dannazione eterna, come poi ha fatto Eco, per designare il male. E la destra missina, un po’ rozza e incolta, non sapeva andare oltre le appartenenze immediate, i linguaggi involuti e i comportamenti sessuali di Pasolini. C’è una parte indigesta di Pasolini che personalmente non amo e che passa da molte sue opere di narrativa, i suoi film, la sua militanza, le sue compagnie e alcune sue posizioni assunte; ma c’è un pasolini poeta, soprattutto poeta friulano, c’è un pasolini scrittore civile che è testimone polemico e sofferente delle macerie di una non-Italia che perde la sua civiltà religiosa, tradizionale e contadina e si ritrova in una società omologata consumista e nichilista.
Comunisti, missini, sinistra e destra: Sono concetti lontani anni luce. Pura archeologia. Ma senza più le categorie storiche della destra e della sinistra – e nessun orizzonte ideale che le sostituisca – cosa resta sul piatto del dibattito politico?
Non resta niente, o quasi. Anche le categorie politiche superstiti, come il populismo o il radicalismo politically correct, sono detriti, rimasugli, hanno perso ogni respiro storico, ogni prospettiva ideale. Diciamo popolo e invece è plebe, diciamo élite e invece sono oligarchie. Non escludo che qualcosa poi possa nascere, ma allo stato attuale viviamo solo nel vomito delle ideologie novecentesche; si, vomito, rigurgito sarebbe troppo lieve… E la politica non può esistere se non ci sono visioni del mondo divergenti che si contendono il campo; si riduce ad amministrazione, a tecnica, a carrierismo personale e narcisismo. Tutto meno che politica, tutto meno che comunità.
C’è la possibilità di interrompere questa deriva? Oppure lo sgretolamento dell’identità d’individui e popoli – destinati a diventare massa apolide di consumatori precarizzati in un mondo senza confini – è un processo ineluttabile, così come viene presentato dai paladini della globalizzazione? La politica può ancora fare qualcosa?
Descrivo il presente ma non mi azzardo a prevedere il futuro. Allo stato attuale sembra impossibile immaginare “altro oltre” quel che vediamo; siamo ancora nella fase dissolutiva. Ma la storia ci ha abituato alle sorprese, agli imprevisti, ai capovolgimenti di fronte e di quadro, a quella che i filosofi chiamano “eterogenesi dei fini”. Insorge la realtà, insorge l’animo umano, insorge la vita e si fa gioco delle piccole geometrie vigenti…
Abbiamo parlato degli eretici “imperdonabili” della cultura. Scendendo drasticamente di quota possiamo considerare Di Maio e Salvini gli “imperdonabili” della politica? Oppure il salto di paradigma di cui vengono considerati portatori è solo un bluff e tutto resterà come prima?
Troppa grazia… Salvini ha scelto posizioni imperdonabili, e non a caso è diventato il Mostro, l’Orco da abbattere da parte dei potentati, dei media e delle istituzioni europee. Di Maio cavalca con la furbizia partenopea la ribellione delle masse, e raccoglie consensi più nel nome del rancore e dell’invidia sociale che per una politica sociale di ripresa. È più facile colpire i vitalizi, le cosiddette pensioni d’oro, imbrigliare le aziende, piuttosto che creare vere possibilità di assunzione, pensioni minime più alte, redditi più umani… Presto per azzardare giudizi, e mi auguro con tutto il cuore di essere smentito, ma temo che i grillini soprattutto lasceranno solo ferite e illusioni…
Chiudiamo con una curiosità. In questo periodo qual è il libro che Marcello Veneziani tiene sul comodino? E, soprattutto, l’autore è nella lista dei suoi imperdonabili?
Ho un comodino che è un porto di mare, anche perché il mio vero comodino è lo scoglio, perché leggo più al mare che a casa… Leggo di solito due tre libri contemporaneamente, ora sono diviso tra un bel libro di Sergio Givone, Quant’è vero Dio, a un “imperdonabile” libro di Montanelli che raccoglie i suoi reportage ancora “fascisti” su Codreanu, più varie opere. Nei libri almeno sono un don Giovanni, un amante seriale, amo la poligamia e la pratica contemporaneamente…
